Tre poesie da Il tuo sacerdote di Gian Piero Stefanoni

Esodo

È storia ora di vocine,                                                                                                          

di piccoli alberi abbattuti dai nidi,                                                                                         

di sottocolpi scanditi tra fratelli.

   

Avevamo dimenticato il fiume,                                                                                            

pensavamo fosse salda la barca                                                                                                 

nascosta nella pelle ogni distanza.

   

Ma di questo si nutre la plancia                                                                                           

nella scorta delle offese residue.

   

Chi cerca il timone vede la costa,                                                                                          

non sente i colpi che dietro                                                                                                   

si affollano dai pesci.

* * *

Il mio sacerdote

Esce tra i banchi cercando qualcuno.

Ha sentore di pietra composta nel legno.

   

Dove è buio è solo l’uomo,                                                                                                          

teme d’esser venduto; ha davanti                                                                                                                    

una domanda di pane, una città che muta                                                                                                  

entro una strana apostasia di pensieri.                                                                                              

   

Qui resta il mio sacerdote-                                                                                                                 

e ricomincia- al collasso della parola.

    

Perché ogni mano è stata sulla croce                                                                                              

nella divina follia del creato.                                                                                             

* * *

La terra

La terra è questa e non muta                                                                                                  

e povertà nega l’amore                                                                                                                     

ma Cristo crede e resta nella carne,                                                                                                               

Cristo crede ed eccede; spezza                                                                                                       

di nuovo il pane, versa ancora da bere.                                                                                                                        

   

Ha desiderio di noi- e fede-                                                                                                                                        

la contrazione che presiede al travaglio,                                                                                                                                        

l’atto che nasce da quel volto.                                                                                                              

   

Non rompe né spiega la fedeltà                                                                                                      

l’ordire sulla soglia, la leva                                                                                                              

senza nome della morte.

* * *

Nei versi di Gian Piero Stefanoni, tratti dalla raccolta Il tuo sacerdote (2022, dal blog La poesia e lo spirito), il ritmo si contrae in gruppi ristretti di versi, di strofa in strofa, quasi a singhiozzo. In tal senso, la particolare scansione musicale del verso sembra mimare quel collasso della parola che l’io canta nel suo racconto poetico dove, sotterraneamente, voci minute narrano la storia che nel frattempo accade legando strofe e versi dall’uso ripetuto e cesellato di assonanze.

È un mondo, una terra, quella descritta immutabile e caotica all’interno della quale l’io-Everyman si muove al buio tra pietre e legni duri e freddi che rimandano ai colpi subiti sul sentiero multiforme intrapreso: dentro di esso l’uomo porta con sé una domanda inesaudita e dimenticata mentre naviga a vista sulle maree terrestri. Tuttavia, è qui che si innesta una fede all’interno della quale riposa un riscatto, una risposta che eccede sempre la richiesta e la domanda stessa dell’uomo in un conforto: essa non spiega le sue ragioni ma ristora, riaccendendo all’interno di sé un mutamento che gridi alla storia.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 6 Dicembre 2022

Tre poesie da Recupero dell’essenziale di Michela Zanarella

Fidarsi della luce che ritorna

Fidarsi della luce che ritorna

nello stesso tratto di cielo

darsi appuntamento tra le curve della luna

i sogni nel mezzo l’alba con la voce di un’attesa

trovarsi a rovistare silenzi tra residui di stelle appena la

notte si congeda

poi schiarire memorie e puntare il cuore dritto al sole

come se fosse la rotta di una meta sicura

chissà se l’amore percorre lo stesso sentiero di giorno

e ogni gesto è la copia fedele di ciò che pulsa al buio

sopra le nuvole

magari il posto dei nostri abbracci non cambia.

* * *

Gli echi della vita già stata

Arrivano a raffica sparsi

gli echi della vita già stata

stanno sotto protezione degli astri

le volte che ci siamo amati

con tutta la volontà delle ossa.

Mi fanno visita scalzi i ricordi

dall’alto di un silenzio che conosce il resto

di una notte tanto vicina quanto lontana.

Si è decisa a ritornare la stessa luna

che ci aveva abbagliato gli occhi

è venuta a dirci che per luglio

dovremo stare in ascolto della ginestra

dovremo riabituare il corpo

ad uscire dal tempo

l’estate è sulla punta della memoria

non si scosta dalle eternità pronunciate.

* * *

In qualche mondo

In qualche mondo

la distanza di terra, aria, pensiero

diverrà neve calpestata, luce respirata dallo stesso lato

alba che sa guarire le sbarre di un confine.

Avranno dimore così vicine le nostre esistenze

che sarà sufficiente tenere l’andatura del sole

tra le piante di tè.

Potrebbe accadere che l’orizzonte chieda

di avvicinare più germogli alla luna e che una notte remota

acconsenta.

La vicinanza è un’alba annunciata sopra un corpo di stelle

che sfocia tra rami d’argento.

* * *

Nelle sue poesie, tratte dalla raccolta Recupero dell’essenziale (Interno Libri  Edizioni, 2022), Michela Zanarella fa uso di una rarefazione della punteggiatura portata, a volte, quasi allo stremo dove però il ritmo, l’andamento sintattico di un verso dopo l’altro sono dati dalle numerose assonanze poste alla fine dei versi stessi. C’è, dunque, un fluire riconoscibile dato dai suoni delle parole che si legano le une alle altre formando, di conseguenza, un sentiero attraverso il quale il racconto poetico può distendersi.

È nella narrazione che, infatti, emerge con chiarezza il tema della memoria di sé e degli altri che ruotano attorno ad esso e, accanto (o meglio, sopra) a questo, l’elemento celeste tra le sue varie forme (dal vento alla neve), i suoi momenti (dall’alba alla notte) e i suoi attori principali (il sole, la luna, le stelle).  Così, ogni ricordo dal quale scaturiscono immagini narrate si lega metaforicamente – ancor prima che visivamente – al cielo e, soprattutto, alla sua luce che sembra allungarsi e toccare i ricordi terrestri. Non importa se questa luce sia notturna o diurna, quanto piuttosto come la sua tangibile presenza ribadisca una sorta di continuità con degli spazi superiori percepiti come eterni e ad i quali ispirarsi, per i quali nutrire una ricongiunzione che nel qui-e-ora dell’io poetico è annunciata ed allusa, nel frattempo, dalla parola. In questo senso, allora, il sentiero terrestre narrato dalla pagina alza costantemente lo sguardo sopra di sé, nell’attesa di un parallelismo che si risolvi in una fusione.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 22 Novembre 2022

Tre poesie da Affreschi strappati di Giuseppe Settanni

la ragnatela appesa al ramo del castagno

e i capelli genuflessi

   

il passaggio è aperto ma

sembra un’arpa in decomposizione

ammutolita dal troppo rumore

   

la bocca si è sciolta tempo fa

nei vigneti di mio nonno

bruciati dalla fatica

   

un invito

a cui ora non so più rispondere

* * *

dovevi soffocarla nel sogno

la tua metà imprecisa

   

evitare il contagio

ti sembra poco?

   

il platano davanti a te

ha una cavità:

potresti nasconderti

in quello spazio umido

* * *

più di quanto io riesca

a deglutire

con i denti insanguinati

   

il corridoio, una scia che va

e viene

tra odori fecali e scissioni

   

a una cicatrice di distanza

dall’ultima salvezza

   

il cloroformio affama, afferra

con artigli da simulatore

   

limitare i danni

   

appassirsi

* * *

Nella poesia di Giuseppe Settanni – con suoi i versi tratti dalla raccolta Affreschi strappati (Edizioni Ensemble, 2022) – emerge chiaramente, tanto sul piano sintattico quanto su quello estetico, una tensione alla disgregazione formale e lessicale, al disperdersi nello spazio bianco del racconto poetico che mima così la dispersione interna dell’io il quale, inevitabilmente, si ritrova ad usare parole che fanno da eco a questa realtà interiore frammentata. In maniera interessante, ogni “frammento” da cui il singolo testo è composto evoca, attraverso l’uso di parole concrete tra aggettivazioni forti e termini specifici, immagini ruvide e tuttavia fortemente evocative: una sorta di isole di eventi a sé stanti che la parola poetica raggiunge saltando da una riva all’altra, da una strofa a quella seguente per annotarne, tuttavia, il loro rimanere all’interno di un medesimo arcipelago narrativo che allude ad una sua voce e continuità propria.

Sfruttando la brevità dei versi, il ritmo che ne consegue risulta conciso e scandito con forza da ogni interruzione narrativa: il risultato è una serie di sentenze poetiche narranti che, seppur nella loro concisione, riescono a rimandare il lettore a spazi di senso ulteriori da approfondire. In questi paesaggi di parole disperse sembra, nonostante tutto, rimanere aperto un passaggio per una ricomposizione che, però, è ancora di là da venire: la voce e gli strumenti del canto sono, appunto, disgregati e non possono accoglierne l’invito a proseguire. Forse la durata riposa nel ritmo che ancora, lievemente, lega tra di loro le parole dell’io.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 9 Novembre 2022

Tre poesie di Doris Bellomusto

Molte cose

Molte cose

sono immanenti e fragili,

senza radici

fluttuano nel tempo

che non hanno,

finiscono prima di iniziare,

iniziano con impeto

e sono anelli perfetti,

cerchi chiusi,

circonferenze morbide

senza angoli né spigoli.

Queste cose accarezzatele piano

come fossero un cane

bastardo

testimone d’amore e solitudine.

* * *

L’ora delle cose impossibili

Se mi cercate,

sono nascosta

fra le lettere del mio nome

che nessuno pronuncia mai

per intero,

questo nome che mi spaventa a morte

quando si stende dalla prima all’ultima lettera, perché non sembra mio

e mi sembra così stanco da voler sparire.

Sono nel vento che asciuga capelli e lenzuola;

nella mia fantasia infeltrita,

sulla punta della lingua,

pronta a sciogliersi in

baci

e parola

per chiedere alle nuvole che ora è.

È l’ora delle cose impossibili.

* * *

Tityrem tu patulae

Tityre, tu patulae

recubans sub tegmine fagi

spezzo il verso

come fosse pane

e fra me e me mi pasco

di nuvole, prati e briciole di pane,

quelle che raccolgo

nel silenzio della sera.

Come pane duro fra i denti

mastico forte il tempo che fugge.

* * *

Le poesie di Doris Bellomusto si caratterizzano sin da subito per i versi spezzati e irregolari che le costituiscono, quasi a mimare la ricerca affannosa delle cose che canta l’io attraverso il racconto poetico che avanza a singulti e, tuttavia, resta legato da un ritmo che trova la sua coerenza interna tra ripetizioni lessicali e parole derivate inanellate con decisione l’una dietro l’altra. Così, ogni verso suona ben scandito dall’uso mirato e misurato delle pause sintattiche mentre si accorda, nel frattempo, alla musica, ai suoni lessicali di quelli che lo precedono e lo seguono.

Attraverso questa costruzione poetica spicca, come accennato, la ricerca da parte dell’io – che utilizza la stessa, implicitamente, per raccontarsi – di una vicinanza assoluta, tattile e verace con le cose del mondo esterno per trovare una comunione con esse. Da qui dunque il “gioco” della poesia nel senso stesso del lusus (come quello con la citazione dei versi virgiliani) attraverso le cui parole, i cui espedienti retorici (su tutti, la similitudine spesso a chiudere visivamente con forza il singolo componimento) poter dare consistenza, corporeità a quelle cose percepite forse come sfuggenti e incorporee tra le proprie dita. Così, la parola poetica rassicura sulla loro esistenza e, di riverso, su quella di chi utilizza la poesia stessa per confermarsi all’interno del mondo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 14 Ottobre 2022

Tre poesie da La vita là fuori di Mariapia Crisafulli

L’alter

Ti lascio i miei volti

rubati in stazione

Tutto l’umano che conosco

e possiedo

sta lì

   

Se impari ad amarmi

è perché ami loro

Se imparo ad amarti

è perché ho amato in loro

la trascuratezza

che il mondo riserva

nel rincorrere

i treni

in quelle mattine

uguali alle sere

[buie e fiacche

   

Hai mai visto qualcuno dormire

su un treno? – Sì che l’hai visto –

Ma il chiacchiericcio dei suoi pensieri,

il peso dei sogni interrotti

(dalle sveglie, nelle fermate…)?

   

Questo ho scoperto nei volti

dispersi e ammassati

tra le banchine e i sottopassi

in cui usuro le cicche

   

E questo ti lascio

mentre ti stringo

se ti sento annegare

mentre mi stringi

e mi scopri sfiorire

nella corsa dei giorni

* * *

La misura delle cose

La storia si conta per secoli

La vita per decenni

   

E i giorni per cose fatte o da fare

E le notti per occasioni consumate

o perdute

   

Le poesie si contano per fogli sparsi

come le case per finestre accese

in attesa di un ritorno

o intimando un addio.

* * *

Constatazioni

Potrei cantare le visioni dei vivi

i presagi che i morti sussurrano loro

aprendogli il varco dall’altra parte

   

Ma la mia mano è ferma

e il mio sguardo veglia sulle cose

che tocco e respiro

   

I morti mi vivono dentro e mai accanto:

viviamo qui insieme

[nessuno muore ancora

   

Là fuori c’è solo la vita

* * *

Le poesie di Mariapia Crisafulli, tratte dalla sua raccolta La vita là fuori (Macabor, 2021), si palesano attraverso versi spesso irregolari che mimano un andamento alterno e avvolgente mentre l’io, da dietro le parole, distende il suo canto man mano. In questo percorso metrico, tra una strofa e l’altra, molta attenzione è riservata in maniera chiara e precisa alla musicalità che scorre nei componimenti stessi: in particolare l’uso di anafore e altre ripetizioni dà luogo a un ritmo cadenzato, a volte quasi rituale mentre si aprono davanti agli occhi del lettore le immagini evocate dalle parole. A completare il canto, le varie rime e assonanze inserite spesso negli spazi tra i versi dove si muovono i punti significativi della narrazione poetica, aumentandone così il climax ed esaltandone il senso.

All’interno di questo racconto emerge con forza e delicatezza al tempo stesso la ricerca di una presenza amata attinta tuttavia a partire dalla sua assenza: essa non sembra coincidere con un solo punto focale della vita, con una sua singola entità, ma con la vita stessa mostrandosi come ostinata resistenza a uno scorrere del tempo, dei giorni, avvertito con ansia attraverso immagini sia quotidiane sia di una storia più generale e umana. Così, anche la morte che emerge da tempo rimane all’interno e non accanto mentre l’io aderisce ancora alla vita toccandone le cose: c’è ancora un sentiero da seguire, mediato dalla poesia, dove trovare un ritorno.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 29 Settembre 2022

Tre poesie di Simone Migliazza

Al centro dell’estate, nel calore,

s’é fatto asciutto d’un tratto il parlare

delle cose: la casa, il mare, gli alberi

non dicono che sé stessi. Aderire

alla vita ha un prezzo di silenzio: vivere

e basta, semplicemente. Solitudine

insondabile, estranea mia ombra.

* * *

É già tempesta ai monti. Un borbottare

si fa strada in città, sui tetti e i muri

s’allunga un’ombra. “È morta. La sorella

di Anna, dico. É morta”, fa una voce

per la via. Si perde la risposta.

Fare cose da vivi, con del pane

e pomodori mangiare. Non serve altro.

* * *

È indaffarata una mosca a ronzare

dentro casa, di tutto s’interessa:

pareti, costole di libri, piatti

lasciati ad asciugare. Inesplorato

mondo il mio vivere ordinario, dove

grattare via la carne dalle ciotole

dei gatti a lei sa quasi d’eldorado.

* * *

Nelle poesie di Simone Migliazza spicca sin da subito l’attenzione per le cose “minute” del vivere quotidiano che, cantate dalla poesia, riescono nel loro tentativo di non dire altro che sé stesse, trovando un’efficacia del loro stesso significato di fronte all’io che le osserva proprio grazie alla loro semplice, asciutta ed essenziale presenza che resta lì, ineludibile. Questa efficacia dell’essenzialità del dire poetico si rispecchia, formalmente, nella costruzione dei versi stessi: il ritmo è scandito in modo certo e puntuale da un uso deciso della punteggiatura che, delineandosi man mano, dà luogo a brevi frammenti quasi, sentenze che si susseguono l’una dietro l’altra in maniera ordinata.

Tuttavia, lo stesso uso non casuale di assonanze e rime crea un collante, una linea unificatrice per ogni singolo pensiero poetico formando un canto che, appunto, trova una sua unità narrando le cose semplici e immediate attraverso un io che sceglie con cura ogni singola parola per mantenere viva la loro efficacia di senso. Così, le cose stesse della quotidianità narrata trovano un’unità tra di loro, un significato ultimo che le parole sembrano suggerire e indicare a chi sta loro di fronte, in attesa.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 21 Settembre 2022

Tre poesie di Valentina Cottini

Disaccolgo

io non sono resistente non sono un corso d’acqua non corro lo stesso oltre l’ostacolo ricavandomi un nuovo sentiero io sono

la diga

sono la diga e talvolta l’acqua ferma

e sono così stanca della narrazione

reticente

della retorica delle donne

resilienti

io sbaglio taglio mi pento mi dolgo dei miei peccati

perché peccando ho meritato i tuoi castighi

e mi dolgo dei miei castighi perché li ho meritati perché io sono non sono affatto mai divenuta una donna forte

io poltrisco dentro alle federe usurate dei cuscini da notte

mi fingo ribelle esule persino mi fingo eretica e invece pratico

l’ortodossia ogni mese

quattro giorni al mese ventotto anni dovrei avere già un figlio secondo alcuni

(mio padre lo vedo che freme vorrebbe

sapermi meno sola)

ma il mio corpo non è adatto

ad accogliere

il mio corpo è negligente e si nega

alla gente

si nega

a me stessa si nega

e prega

* * *

Stratega

quand’è che arrivi? mi hai detto che vieni

e da allora

aspetto ogni ora che tu

mi dica: non vengo più

   

(sarebbe perfettamente normale:

amare è un fatto del costruire;

la strategia si pone come obiettivo la compensazione della reciproca malattia;

come faremmo mai io e te

con tutta questa

malinconia?)

* * *

Prosaica

tutta questa bellezza e io sempre

così distante immacolata

volgare vergine di provincia

ai santi le cose dei santi

* * *

Nelle poesie di Valentina Cottini spicca con forza l’assenza completa di punteggiatura a favorire un ritmo della narrazione poetica, verso dopo verso, quasi straripante tra ripetizioni scandite e puntuali delle parole e quasi ossessiva nell’impastare un flow – per utilizzare un termine che sembra adatto ai testi in questione – che riporta a volte al più genuino esempio di poetry slam. In questo fluire narrativo, tra impennate e salti metrici, si scorge il forte uso del proprio corpo come luogo esposto alle sofferenze e agli urti che l’io racconta e rivolge su di sé, una mappa attraverso la quale cantare la propria indisposizione verso categorie sentite non proprie e asfissianti, il rifiuto di far colare il proprio essere in forme predefinite alle quali non ci si può più permettere di adattarsi.

Attraverso questo spazio aperto grazie alla parola poetica, ai suoi ritmi a velocità e direzioni alternative da seguire, sembra aprirsi a sua volta la possibilità per l’io di ridefinirsi come donna, come corpo a sé stante, di abitare i luoghi vincendo il sentimento di una lontananza dalla bellezza delle cose che circonda: trovare così, nonostante la malinconia del mondo, una forza d’amore che sia, appunto, tra le varie forme attraversate, un costruire e trovare, un trovarsi insieme e un luogo dove stare.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 13 Settembre 2022

Tre poesie da Feriti dall’acqua di Pietro Romano

XVIII.

Come tradurre l’azzurro arreso del cielo,

quando, con l’odore di terra riarsa, le parole

separano le nubi dalle nubi, gli uccelli

dagli uccelli, le foglie dalle foglie?

* * *

IX.

L’istante in cui pronuncio parola

appassisco e mi do alla luce,

alla voce che infiora.

* * *

XX.

Quest’ombra si interra

per dissetare l’impronta a un passo

dalla pietra a cui dicevi viva

la parola. Era forse il seme raggelato

sotto il sole di dicembre, la voce

che si stemperava dentro il dolore

dirsi soli e incompiuti

tra le braccia del padre.

* * *

Nei suoi versi, tratti dalla raccolta Feriti dall’acqua (peQuod, 2022), Pietro Romano mostra un rapporto profondo e maturato dall’esperienza con la parola poetica, seguendone quasi le correnti sorgive che attraversano i terreni sotterranei fino al loro riemergere sulla carta in componimenti dal corpo breve e tuttavia denso, a incidere il loro significato sullo spazio bianco in cui si pongono. C’è una musicalità estesa che accompagna il racconto di ogni componimento nel suo divenire, dove la poesia si innesta su un’assenza sentita nell’ombra, in un cammino rivolto a sanare un’arsura, un’aridità della propria terra attraverso una parola che tuttavia disperde piuttosto che riunire, separa le cose che nomina facendo così risuonare nel buio della chiamata il silenzio di una solitudine quasi abbracciata, alla fine, con affetto.

Tra un’assonanza e l’altra, tra la ripresa di termini specifici per dare peso e valore alle parole – collocarle (cosa rara) sull’impronta tracciata per loro sul terreno – sembra comunque emergere un calore vitale ancora intatto all’interno dell’io che racconta e si racconta. Lì, sotto lo strato ghiacciato dell’assenza, ci sono ancora istanti in cui fiorire e dissetarsi davvero, forse tramite quella parola che indica un cammino da seguire di fronte ai propri occhi.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 9 Settembre 2022

Tre poesie da Città fantasma di Flavia Cidonio

Il giorno

Un solo punto di ombra e pensiero in cui fare ritorno:

l’ultima corsa notturna, con gli occhi vuoti

dove ogni destino è pari al peso di radice immemore

e un presente già morto non sa intuire promessa,

la segue come una bestia di ritorno alla tana

dove alcuni sostengono che i raggi principiano

all’alba nuova e già stantia

le anime prossime all’uscita

barattano il peso della loro stanchezza

per un movimento nuovo, immobile

privo di conti in sospeso.

* * *

Primo giro

Nomina i venti che ci separano,

i giorni percorsi a passi indietro,

tutti gli addii mai ribaditi

le tracce delle tue mani nelle mie tasche

quando cammino in avanti

e la sagoma di un cappello mai ritrovato

che ora è utile alla mia memoria di tormalina

quando non riesco a dar forma a un pensiero

che mi somigli.

Io proseguo, priva di nome

attendo che chiami l’ora del nostro battesimo,

la sola deputata all’inesistente

che pure impone la prima eco.

* * *

Domarsi

Mi è cara l’inesattezza

che consente l’estensione del margine,

mai del tutto presente dove termina il sole.

Cancello dal mio capo il suo tratto ogni sera

e sciolgo i capelli

lungo le spalle e il volto

perché coprano gli occhi,

– che non entri luce se non può essere accolta -.

Dimentico i nomi e tutti i proverbi dunque,

per trovarli nuovamente incisi

sulla fronte il mattino seguente,

come marchio di tacito rimprovero

che impone il suo tocco di giada

ma è sufficiente che io taccia,

senza mescolare volti e risa

che non mi appartengono

è sufficiente mentirsi

verità nascoste, rifiutarsi di dire altro

e sostenere lo sguardo del nulla,

col mento che svetta e gli occhi ben desti

per dire niente, per occupare spazi incolumi.

   

L’eterna stupidità, la sacra assenza

non è che sogno simultaneo.

* * *

Nelle poesie di Flavia Cidonio, tratte dalla raccolta Città fantasma (Edizioni La Gru, 2022), la narrazione poetica sembra emergere all’interno dei versi con delicata prepotenza del tema della memoria, del ricordo cui ora fare ritorno ora invece lasciarsi alle spalle; tra momenti rappresi nel tempo in cui un raggio di luce può entrare, svelando all’io le sue verità e ricordi volutamente obliati e sfocati, salvo poi notarne il ritorno costante e rinchiudersi a forza in un’indifferenza opaca e, soprattutto, afona.

In questo spazio si nota sin da subito un ritmo marcato, a partire dall’incipit tagliente e ben definito di ogni componimento che detta poi ai versi successivi la loro stessa cadenza da seguire, evolvendosi al loro interno attraverso pause scandite con efficacia. Così, in questo sentiero attraverso il quale l’io decide di proseguire e fatto di inesattezze, sfocature e anonimati comunque sembra risuonare, forse, un’eco: la parola che nomina le cose, che mostra tramite metafore e similitudini immagini forti e dense, esatte e ben definite. È in queste parole che sembra si apra un’attesa per un’ora nuova, nella quale recuperare e recuperarsi da un’assenza che, nonostante voglia essere taciuta, viene cantata.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 18 Luglio 2022

Tre poesie di Dario Grillo

L’abaco irriducibile del sacerdote

Grammi di luce – ridesta

veglia grama

nell’abituro che sussurra – sepoltura

   

Cotonato in quel

tessuto grembo

   

innesti di viscera

clone di filogenia magra

neve che sisma

la carne di invertebre

ed il tronco che muffa

   

Con tarso

vestire l’innervato obbrobrio

irrobustendo la cornea

non la chiude più

a quei grammi rauchi

a reggere

a reggere

a remigante suono di nutazione

del truciolo corrotto

foraggia la radica

   

Questo inciso deformato dal buio

è corpo

Viene forgiato dal voltaico tocco

al tatto graminacee

che cuciono l’impronta

   

come luce nel passato

si fa limpida torba.

* * *

Sacchi di salme gettate dalla prua di un veliero che circumnaviga la galassia.

Un tenue buio viene

sulla gaia guglia

quando

i nembi asciutti sono

riparo di fumiganti lembi

Prima di essere

ratifica della vita

oltre il respiro

   

E l’esodo del polline

patogeno calco di un passaggio segreto

Stagione

nei borghi

seppellita

   

Cadaveri eterei – in mani di uno straniero

i palmi dischiusi

ilari ai sospiri del borgo –

Nel vento, nido dell’uria

nell’aria sono fecondi agrumi

Mortifere ifantrie

nell’aria posate

come coperta dell’aviaria pelle

   

bramano le onde

sul Filo di sale

una cabrata per lasciarsi

   

alzano e si abbassano –

l’addormentata superfice

trapassano.

   

Questi abissi rischiarano

   

un aborto che respira

che ha smesso di trattenerlo

   

in questi abissi

nuotano.

* * *

L’ermetico comprendere

A volte capita

di sentirmi un Diavolo

diverso; assieme alle parole

Siamo;

Se alcune non le capiamo

anche fino il pozzo di esse

noi le lasciamo inosservate

davanti ad uno specchio, appannato

dal freddo distacco

della comprensione

   

Ma il peggio arriva quando

le parole sapute, cadute vanno

nel lugubre pozzo del dimenticatoio

nell’isolamento insulare

spettante a ognuno di noi

Siete responsabili di quelle morti

allora

di quei mari tumidi di sporco

   

Lì si!

che nell’ebbro scompenso, in voi

ribolle ogni frugale delirio

che già da tempo frugava in voi

dal penetrale occhio acritico

che ciba la vostra sommossa all’analisi,

per non ricorrere più all’oblio,

a quell’albero della radice, cui

asportate la corteccia

   

Una parata di diavoletti che

la lingua si masticano, le altrui anche

masticano, nella speranza che

sia ancora vivo il sapido

del termine setacciato.

   

Esercito di arcangeli sospesi dalle

fila adamantine

di un glossario logorato

in desuete demorfologizzazioni,

l’eco di una prosa

in una lingua aliena

l’urto di un sarcofago profanato.

   

Siete antifrasi

per debellare – o

debellarvi – il vostro credere

Una nuvolaglia di fitte nubi

sguarnite di ogni massa

Come un novilunio acceso

non si conta il novero degli astri

delle acmi inesplose

dagli anni privato – il cielo

è pregno d’invisibilità

   

Insorge un’iride vitrea

che osserva epitaffi

È un ricatto d’orgoglio,

   

giace sudicio terriccio

in quella calotta mefistofelica

   

una rovina splendente

ma diroccata già

al culmine dei suoi drammi

Si nasconde in quell’anfratto deontologico

l’epigono grigio

che riprende

                      [a camminare

                      [a sgranchire

il disco del collo

                      [a tirar su

la crapa

   

ed assorbito

da ogni indecifrazione

Rimesta fra ciotole di scarabei

e deficiazioni

Come fosse cottimo – registro numismatico

erario che

non ha scrivania – col solo

Latrato

pronunzia le libbre

di inabitati sistemi monetari.

   

Dal promontorio, Empi

gli scettici sguardi

se per un attimo si strizzano,

quel tipo laggiù – gli pare essere

quel Diavolo della novena – più volte

sillabata

sgomberando il verbo*

*dì·h·o

* * *

Nella poesia di Dario Grillo si nota sin da subito un’immersione volontaria all’interno di una sorta di crisi sistemica del linguaggio avvertita dall’io con profondità, tra punte di netto ermetismo e giochi linguistici variegati: dall’assenza prolungata fino all’estremo della punteggiatura all’accostamento quasi compulsivo di termini semplici accanto a quelli aulici e/o maggiormente ricercati, creando una polifonia linguistica avvolgente.  Da questa tensione si origina quindi un ritmo ruvido, spesso incostante a cui fa eco a volte una forma dei versi quasi esplosa e frammentata sullo spazio bianco e indefinito del racconto: entrambe le cose sono espressione di quella stessa destabilizzazione della parola che guida la narrazione poetica dell’io man mano strofa dopo strofa.

Eppure, tra un’assonanza e l’altra, si riesce a cogliere una melodia cha sembra far da guida a un viaggio alla ricerca della parola stessa ora apparentemente perduta, seguendone l’eco tra immagini allucinate, metafore pungenti e cadaveri di parole cadute negli abissi dell’oblio e del disuso. Tuttavia, anche gli abissi forse rischiarano ciò che di dimenticato può essere recuperato e richiamato a sé.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 13 Luglio 2022