Tre poesie da C’è un sacco di spazio sul fondo di Elisa Malvoni

15:00

È tutta mia

la penultima fermata

a cui si arriva

per asfalti di periferia.

È ferma l’afa,

la agita la corriera

sbuffando in ripresa

sulle erbe aromatiche

appese alla via stretta.

Una nube grigio-nera

si rarefà sulla piazzetta,

per rispetto all’angelo

che suona la trombetta

dal frontone della chiesa.

   

Mi riconosci

nel passo della fame,

nello zaino sfondato,

nella cartella trasparente

e nello schizzo lì dentro

di un brutto disegno

pur sempre da completare.

Marcio su casa

col peso di me stesso

sulla schiena curva,

nei pantaloni la camicia

e la cintura contraffatta

che mi tiene in vita.

* * *

Da Recanati

È troppo facile affacciarsi

e farsi ispirare

da quel collage di Belpaese

che scarta le periferie di Milano

o le industrie di Varese.

   

Nei territori del Po

è fortunata la scrittrice

che ha una stanza tutta per sé

dove stiparvi derrate immaginarie

come materie prime d’importazione

per le sue poesie o un memoriale.

* * *

Come una bambina che fa sul serio

Sono seria come una bambina

mentre prova a fare la scrittrice.

   

Ho preso un quadernetto a righe,

gli occhiali e diverse matite,

ho una scrivania tutta mia,

la luce sopra, il cassetto sotto,

lì dentro un vocabolario fine

e alcune leggi dell’universo.

   

Gioco a ricomporre con quel poco

le parole della cosmogonia.

* * *

Nella poesia di Elisa Malvoni, tratta dalla sua recente raccolta C’è un sacco di spazio sul fondo – Reportage poetico dal piccolo (Edizioni Bette, 2022), si srotolano davanti agli occhi del lettore una serie di elementi del mondo reale riportati in maniera diretta e semplice, a fermare immagini ben definite di una vita metropolitana e incidendo con delicatezza al loro interno sogni, sofferenze interne e mancanze. In questo spazio poetico prevale un forte uso di assonanze spesso alterne, una musicalità quasi ad incatenare un verso dietro l’altro al ritmo di questi squarci di vita che l’io narrante propone ogni volta.

La quotidianità del racconto porta dentro di sé alcuni elementi interni interessanti, come la citazione di Virginia Woolf, «[…] è fortunata la scrittrice / che ha una stanza tutta per sé […]» dal suo omonimo saggio: da qui sembra dipanarsi così la ricerca di un proprio spazio, un proprio angolo di mondo in cui trovare le misure di se stessi e rimanervi. In questa «stanza tutta per sé» c’è quindi la possibilità di usare la poesia come gioco – tuttavia serio – per ricomporsi, scavalcare la mancanza (anche a dirsi e dire le cose) di un luogo che ispiri la parola di cui si percepisce sempre l’esclusione periferica: è la vita ai margini che prova a darsi forma nelle sue mancanze scavate nel tempo della ricerca di sé.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 9 Marzo 2022

Tre poesie da L’uso delle parole e delle nuvole di Irene Marchi

Fatti nuvola

Il tempo t’insegnerà

a essere nuvola:

cambierai forma nel vento

senza aspettare

il tramonto

per sentirti colore.

   

Fatti nuvola

per sfiorare gli alberi

per vedere meglio ogni cosa

per sorridere nel buio

   

e fatti nuvola – se vuoi –

anche per piangere.

* * *

Lezioni di punteggiatura – I

Mi chiedi come farti capire, tu,

impacciato e acerbo di scrittura

– tu che l’ami e glielo vuoi scrivere –

quali parole? quali pause?

   

Posso dirti poco,

temo che l’amore

non conosca la punteggiatura

– e neppure l’educazione –

   

ma ho sentito dire che una virgola

a volte è un punto fisso

reso incerto da una lacrima.

I due punti invece non hanno dubbi:

   

due punti

e tutto diventa chiarissimo

come un bacio improvviso

appoggiàti a un muro.

   

Perciò, se sei sicuro, prova con

Volevo dirti questo: ti amo

– e lascia perdere gli esclamativi.

Ne riparliamo alla prossima lezione.

* * *

Nudi

A terra gli abiti

e tutte le definizioni

– salirà il vento che strappa la paura –

balleremo sopra le distanze

rideremo dentro agli occhi:

solo nude

le anime si possono parlare.

* * *

Irene Marchi  attraverso i suoi componimenti sembra dar forma ad una poesia in qualche modo dialogica. Nelle poesie tratte dalla raccolta L’uso delle parole e delle nuvole (Cicorivolta Edizioni, 2020) infatti si intravede un dialogo interiore con un tu tra sentenze, domande e risposte puntuali, costruendo un gioco di scambi dialettici da un verso all’altro e utilizzando in maniera efficace spazi di sospensione del discorso che si incastonano tra i versi in successione tra di loro, come a ribadire il proprio dialogo con se stessi o l’altro a cui si tende.

Tra l’utilizzo ora di assonanze ora di anafore, spicca la tensione a costruire strofe dai tempi e dagli spazi contratti, quasi ad alludere a qualcosa lasciato in sospeso e ancora da trovare dietro di sé. C’è così la ricerca di comprendere l’amore di un noi alla fine, la sofferenza quotidiana che a volte sembra accompagnarlo, attraverso forme e parole diverse da sperimentare ogni volta per scoprire poi come dietro il ricongiungimento agognato si nasconda la più nuda semplicità: in essa non servono troppe parole e si può lasciar alludere alle cose senza più provarne la mancanza.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 29 Settembre 2021

Tre poesie di Celébendil

La via

Mostrami la via,

io ti seguirò,

ricordando ogni passo che ho fatto

per raggiungere ciò che desideravo

ed incontrare la persona che ero.

   

Colleziono pezzi rotti a terra.

La mia anima, così insensibile, non amplifica

alcun suono.

Vuota stanza senza calore né colore,

silenziosa.

Ancora impaurita per dove mi sto dirigendo.

   

Troppo spaventata per guardare giù.

Le ombre fluttuano intorno.

Lo so che mi stai aspettando.

* * *

Cerchi di fuoco

Cantano gli angeli

dalla torre più alta del cielo,

dove la terra svanisce

e il mondo scivola ai piedi di Dio.

   

Danzano i demoni

in cerchi di fuoco

lì, dove tutto sfiorisce

e l’anima scivola dentro l’oblio.

   

I fiori stracciati

giacciono spenti tra le tue mani.

Filtra tra le dita bianche un’oscura luce:

la vita.

   

Sarai ancora lì ad attendermi,

tra i colori incerti della mia alba.

* * *

È notte

Fisso l’oscuro cielo blu.

Ho deciso.

Il tuo volto chiaro sarà la mia tela.

Le tue lacrime, i miei colori.

Gli occhi vitrei, la luna.

Non ho paura di dipingerti così,

nella tua notte più buia.

   

Scalpita il cuore, sanguinano i polsi.

Rosso fluido scorre fuori dalle vene.

Gocce di dolore racchiudono i pensieri tetri.

La morte è l’atto finale,

la vita il grande palcoscenico.

* * *

Attraverso i suoi versi Celébendil mette insieme una poesia fatta di ricerche ed immagini costruita attraverso frasi puntuali, quasi a scandire un ritmo saldo da un verso all’altro, attraverso una punteggiatura preminente e marcata. Si formano così tempi brevi e circostanziati all’interno della narrazione poetica i quali a volte, tuttavia, si aprono per lasciar fluire all’esterno di essi direzioni ed immagini in cui ritrovarsi. Emerge infatti via via il tema di un soggetto in cerca di una direzione propria, che attraversi le cose per cambiare e ritrovarsi: alla fine del sentiero qualcuno sarà lì ad attendere, una volta trovata la via.

Nel cammino dell’io la fluidità del suo scorrere attraverso i tempi e le immagini in cui si ritrova ogni volta è data dall’effetto delle allitterazioni e dall’uso di assonanze incasellate tra i vari versi, spingendo mano a mano verso la chiusura finale dei componimenti. Così si delineano ora da un lato, ora dall’altro immagini evocative tra giochi di luci e ombre, cose terrene e celesti per trovare infine il proprio colore, la propria forma definita e stabile con la quale accompagnarsi per giungere alla meta, ricongiungersi.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 16 Settembre 2021

Tre poesie di Penelope Agata Zumbo

Voce in canto

E sei arrivata poesia,

lacrima d’amore sull’acanto, sul tarassaco,

sull’aneto, sulle tue trecce di miele.

Splendore della parola, hai vestito il mondo.

* * *

Baci allo specchio

Sento tantissimi dolori aprirsi come gigli neri al cielo,

profumate falene fiorire,

riaffiorare di fonti d’iride.

Sentire di non essere mai morta, ma di essere rinata ancora,

in un’aurora perpetua, in rugiada salata, in frammenti

che diventano nuovi preziosi anelli,

circolari abbracci contro il tempo.

   

Ho rivisto me stessa, e finalmente

l’ho perdonata.

* * *

Contro cielo

Voci di nuvole, vette siderali

leggerezze imperiture,

fortezze alabastrine, angeli.

   

Nessuna contemplazione della grazia,

nessun canto, l’eterno tace.

Vive solo l’intreccio di due sguardi,

due giovani amanti in metro, promesse

tra le mani congiunte,

i baci sussurrati contro lo stridio della stazione,

cuori negli occhi,

lì, vediamo superstite, Dio.

   

Non tra le altezze bianche, ma a labbra nude,

lì, nella terra sporca, fiorita,

i miracoli sono umani.

* * *

La poesia di Penelope Agata Zumbo sembra porsi come un tentativo alla ricerca profonda della parola poetica, del suo potere di illuminare e delineare l’essenza delle cose e di se stessi. Nel fare questo i suoi versi mostrano l’utilizzo di un lessico vario il quale, nell’accostare parole semplici e quotidiane a termini a volte più ricercati o specifici (es. dal mondo della botanica), crea l’impressione di un alternarsi di luoghi distinti che si legano tra di loro dando forma a nuovi spazi di parole.

In questi sentieri poetici si insegue e si concretizza il luogo di una rinascita: così le similitudini e le metafore aprono a nuove forme nelle quali rinascere ogni volta, nella ricerca anche di un divino da trovare dentro l’uomo, nel concreto delle cose indicate dalle parole della poesia. Attraverso l’utilizzo cosciente e ben misurato delle pause e del ritmo tra un periodo e l’altro del racconto poetico, i versi narrano questa rinascita e questa ricerca dentro immagini vivide che riescono ad incastrare attimi fuori dallo scorrere del tempo. La poesia, dunque, riesce ogni volta a dipingere e svelare quello che rimane sotto lo sguardo di chi la cerca.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 7 Settembre 2021

Tre poesie di Valentina Gatto

Privilegio

La risata di un bimbo,

la dolcezza di un bacio

che ci sveglia al mattino,

l’amore negli occhi di una madre,

ubriacarsi del profumo del mare,

camminare crogiolati da un soffio lieve,

un bicchiere di vino in compagnia,

la meraviglia della vita è apprezzare

ogni piccolo gesto come un privilegio.

* * *

Lanterna

Mentre il resto del cosmo tace,

tutto mi parla di te

che sei il mio universo,

e fuori è buio ma non conta

basti tu a fare luce in me,

sei lanterna

dentro il mio respiro

sei ossigeno

di cui non posso fare a meno,

sei ciò di cui

non conoscevo l’esistenza

che prendendomi per mano

si prende cura di me.

* * *

Contro ogni logica

Un intermezzo

in quest’arco vitale,

un ammaliante stand-by

sprovvisto di ricordi

svincolato da tormenti,

uno spazio in cui riconoscersi,

dove poter volteggiare

nel delicato nulla,

amando senza impedimenti

e contro ogni logica,

con la voglia di essere

libera e incoerente.

* * *

Nei suoi versi Valentina Gatto sembra delineare un itinerario alternato tra narrazioni più intime e altre rivolte al mondo e alla vita nel loro corso generale, dove queste ultime finiscono sempre per abbracciare e avvolgere l’intimità che le racconta. Così da un lato si trovano legate assieme immagini vitalistiche diverse accompagnate da sentenze conclusive, quasi a tratteggiare un quadro ben definito nel quale dettare i propri tempi, mentre dall’altro prendono posto parole che premono verso il proprio interno, spesso utilizzando metafore efficaci che definiscono il senso che il tu a cui ci si rivolge assume per l’io che lo cerca fortemente.

In questo doppio movimento i versi franti sui quali le poesie si costruiscono suonano un ritmo a suoni alterni, tra pause ora più lunghe e riflessive ora a movimenti quasi frenetici, alla ricerca di spazi nei quali riconoscersi. È proprio questa tensione che sembra legare così la vista in lontananza della vita del mondo con la propria vita interiore, trovando una coerenza nella propria personale sfumatura che segue al trovare il proprio angolo di spazio tra le cose: lì può crescere ciò che si prende cura si sé e dell’altro insieme.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 18 Agosto 2021

Tre poesie da Sedimenti di Andrea Keji

VII.

Tra le righe dell’acqua sui finestrini

un’immagine indefinibile.

Un momento di terribile vuoto.

Il silenzioso attendere

di un gesto nascosto.

Tra le note dell’acqua sui vetri

si perde il brivido di ricordi deboli.

Le indecisioni così forti

e le spaventose prepotenze dell’ego.

Nella pioggia

un colore amaro che

mi ricorda il passato,

la tremenda nostalgia

di qualcosa che non c’è mai stato.

La violenta passione di ieri

l’inafferrabile senso

di ciò che sono ora.

* * *

XV.

Nei paradisi

distanti da noi

si apre una vertigine

lungo il destino.

L’inafferrabile disturbo

che guida i nostri momenti,

poi l’improvviso esplodere

dell’incertezza, dell’indeterminato.

È passata un po’ di luce da fuori

non capisco perché

non riesco a sopportarvi.

* * *

XVII.

I nostri silenzi imbarazzanti

sotto i tiepidi spunti di un vago presente.

Le sottomissioni obbligatorie

e i sotterfugi emotivi,

come lo sbarco sulla luna,

come il D-Day.

È finito il giorno,

le ore si accarezzano placide,

sento qualcosa quaggiù

che stavolta non so tradurre.

Come un vuoto infinitesimale,

come un soldato in trincea,

come un tattico rifiuto,

come un suono indecifrabile e spento.

C’è qualcosa quaggiù

che non so convertire.

mi sembra un male incurabile

o la gioia che non riesco ad accettare.

Migliaia di ore lontani,

i riflessi e l’eco dei pensieri

non possono tornare indietro,

aspetto che passi

e mi volto a guardare.

* * *

Nella sua poesia Andrea Keji costruisce una forma poetica legata al suo interno da frasi brevi e puntuali, dove ad ogni pausa sintattica si accompagna lo scandire di un ritmo preciso dei versi nella loro autonomia, tuttavia mantenendo una fluidità tra di loro efficace. In queste sentenze concise, cariche di emotività, insistentemente affiora il peso di un vuoto interiore che inanella un verso dietro l’altro con la sua presenza scomoda e allo stesso tempo necessaria per la voce che lo racconta.

Le poesie dunque, tratte dalla raccolta Sedimenti (Youcanprint, 2019), nella loro sequenza sembrano disegnare il tentativo di convertire quel vuoto in parole che sappiano ricondurlo a sé, trovargli uno spazio nel presente concreto in cui possa crescere ritrovando un senso positivo: quel vuoto che nel tempo della narrazione poetica pare invece non essere sopportato né guardato dall’io narrante; occorre dargli compimento lungo il cammino. In questo percorso poetico accanto alla frequenza delle pause spicca quella delle aggettivazioni, con lo scopo di definire gli spazi invece interiori in cui il vuoto spesso si annida e la cui narrazione può anche prendere velocità nei versi che la raccontano attraverso la rapida successione di metafore, un catalogo a cercare quasi di definire la forma impalpabile che si trova dentro di sé. La strada per tradurre il proprio luogo interno verso l’esterno e gli altri passa attraverso la parola che cerca di comprenderlo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 9 Agosto 2021

Tre inediti di Clara Danubio

Oltre

È sempre più intrinseca la ricerca

di uno spazio altro,

un sopralluogo in tempi immemori, oltre

il confine della gola, la ricerca di una voce

una parola nuova, che riverberi

il silenzio, le lenzuola.

   

Mi sbiadisce le vertebre

il filo d’oro che s’incurva sulla soglia

di un bacio, mi rinnova il respiro

la successione esatta delle pause tra le tue labbra

e le mie.

   

Mentre un ghiro dorme ignaro il suo inverno

si consuma la mia carne lattescente

sulle colline d’oltre, del nulla, di là:

dove risiede il tuo innocente addio

è la resurrezione della voce.

* * *

Non avere fretta

Non avere fretta. Non dubitare.

Le briciole di pane giacciono ancora sul piatto,

da dividere tra bocche e becchi.

   

Fuori, foglie brune ocra e vermiglio

assopite sotto la coltre di neve, perpetuano

la tensione dei rami a una primavera onnipresente.

   

La bussola si ostina a indicare il nord

nella tua corsa interminabile vegliata dalle stelle.

I bottoni saldi sono la spina dorsale della tua camicia

che ha attraversato tante storie e persevera nello scriverne.

   

Intanto, le nuvole seguitano il loro viaggio a vapore

oltre il limite dei tuoi occhi increduli

che continuano a interrogarsi sul da farsi:

come, dove, quando.

* * *

Orologi frantumati

Camminavamo affranti

sugli specchi di orologi frantumati,

un’invasione di locuste che sbranava il cielo

indaco, di cartapesta

e rottami di una primavera crespa,

increspata come i tuoi capelli –

un’onda anomala sulla mia testa.

   

Nel tuo cuore un uragano, sabbie mobili,

una clessidra che non vuole cedere

alla sublimazione di ogni minimo granello,

di ogni istante della polvere che siamo.

   

Si riversa su di noi, affaccendati a convertire

sogni, stanze e campi in origami,

bonsai nei tempi morti:

mani malferme che proclamano

riformazione futura di costellazioni ignare

dai balconi inabitati della nostra memoria.

* * *

Clara Danubio da forma a una poesia descrittiva che si articola tra le immagini di una narrazione continua, finendo per trovare in se stessa la sua forza espressiva. In questo spazio poetico sembra assumere il ruolo di linea guida il dialogo e la storia tra un tu ed un io che rimbalza da un verso all’altro, da un’immagine paesaggistica vivida a metafore interiori che si legano tra di loro: il rimando al mondo esterno è reso con efficacia dall’uso di parole del lessico quotidiano, quasi a controbilanciare una spinta interiore che anela invece a forme più diluite e indistinte.

All’interno di questo racconto, tra i vari componimenti, prende forma la ricerca di un tempo altro che finisce per annidarsi nel ricordo, dove il tu e l’io della narrazione sembrano potersi unire in un noi che sempre rimane tra le ombre lasciate dalle parole: la tensione a recuperare ciò che sembra perduto, nello spazio temporale della memoria contrapposto ad un qui ed ora sbiadito dalla separazione. Così l’inseguimento continuo è reso dal gioco di allitterazioni tra i versi, dando ritmo al sentiero percorso volta dopo volta delle immagini che si susseguono. Trovare dunque una durata come fuori nel mondo naturale, mantenendo una primavera che sembra essere “ferita” nelle parole che la raccontano, dando così spazio alla poesia per recuperare quel tempo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 2 Agosto 2021

Quello che mancava di Elisabetta Turchi

Quello che mancava

Quello che mancava

c’era già

inutile ingoiare aria a morsi

per saziarti, spogliate le stoviglie

del banchetto, senza più intorno

chi non sapeva entrare

c’era già e lavorava

fuori da ogni luce

sotto il passo del contadino e della luna

c’era come il cielo e i papaveri

ricominciati ogni volta, a raccoglierti

nella casa del campo

come il fieno che naviga la terra

prima di essere pane

come la preghiera del gheppio

sparsa sopra, accanto

non era il cielo a mancare

erano gli occhi

e il tempo del respiro.

* * *

Nella poesia di Elisabetta Turchi le immagini quasi bucoliche vengono evocate da un verso all’altro con estrema vividezza, come a scandire la processione interiore di se stessi nel cercare ad ogni costo una solida e palpabile natura che ci definisca a pieno. Così la riscoperta di sé attraverso i versi franti e intermittenti assume il tono particolare di un consapevole sentimento della propria mancanza, del mancarsi nonostante tentativi spesso confusi che portano solo a raccogliere elementi di ulteriore vuoto.

Nell’evocazione di immagini domestiche e campestri, lo scorrimento del tempo della ricerca a tentoni di sé è scandito con efficacia dal ritmo delle assonanze inanellate all’interno dei versi: nel passaggio da un’immagine all’altra, è l’utilizzo preciso e concreto delle singole parole a trasportare lo sguardo rivolto al proprio interno verso il movimento esterno del mondo naturale. In questo cammino ambiguo attraverso le cose concrete e vive del paesaggio e quelle vuote e fredde del proprio spazio intimo, nasce la spinta a rincominciare come il ciclo delle cose attorno, per rendere fruttuosa la propria mancanza.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 30 Giugno 2021

Non sono un confessore stagionale di Hussain Museer

Non sono un confessore stagionale

Affermerei che scrivo piangente come per piangere riempiono i miei occhi,

Annerisco perché i colori non bastano per dirmi a ritrarmi, perché a volte le emozioni non bastano ad esprimermi,

Ascoltatore non ode quando il ritmo non è confessato, e che io non confesso per quel ritmo ascoltabile,

È così che ognuno trova il suo punto equidistante, ed è così che non sono un confessore stagionale.

* * *

In questo componimento Hussain Muneer trova il modo di narrare la ricerca della riscoperta di se attraverso un perfetto movimento circolare, nel racconto del tentativo ogni volta frustrato di scoprire una piccola parte in più di se stessi. Il senso di questa ripetitività è scandito dalla riproposizione degli stessi termini all’interno dei versi, che istituisce corrispondenze ritmiche fluide tra strofe contratte e allo stesso tempo quasi allungate su se stesse, creando visivamente l’impressione di una disgregazione interiore che tenta di ritrarre se stessa con la consapevolezza di non possedere tuttavia gli strumenti sufficienti per farlo.

Nel ritmo costruito all’interno dei versi tra le loro pause e la disposizione delle parole, si fa strada l’idea di un altro ritmo ancora, uno che ha a che fare probabilmente con ciò che rimane dentro di noi nonostante tutto. Confessarlo o meno e allo stesso tempo seguirlo sembra essere la via per arrivare di nuovo a riscoprirsi.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 28 Giugno 2021

Tre poesie di Simone Sanseverinati

In una città sorda,

il suono corrode la nascita.

* * *

Argento

Durante una quotazione impazzita

le placche d’argento hanno paura,

intrufoliamoci tra di loro:

in un grido che non stride,

dove la cupidigia non inghiotte,

dove le vetrine non mostrano, ma si appannano,

nel prurito gradevole che non diventa bolla,

in un lobo retto dalla quotidianità,

in un anello scevro da pretese di possesso,

dove un dono ritrae una promessa.

   

La mestizia incompleta

del vincitore, del positivo, del negativo o della sconfitta,

è speculazione, oro dei primi,

aspiro, nell’accezione spaziale, a un secondo posto,

la migliore offerta della prima persona plurale

e una temperatura siderale.

* * *

Ciò che non sorge

scende nel profondo scambio,

alle porte dell’abisso

sento l’emisfero.

* * *

Nella sua poesia Simone Sanseverinati si colloca all’interno di una rarefazione della parola utilizzata con coscienza e capacità, dando l’impressione di descrizioni fulminee in grado di aprire brevi e significativi squarci all’interno del telo quotidiano della vita. Infatti nello spazio creato dai versi si ripropone più volte l’idea e lo sforzo di penetrare l’essenza delle cose, intrufolarsi in esse alla ricerca di un dono che probabilmente faccia rima con la semplicità esistenziale riflessa in quella della narrazione poetica che la racconta. In questa discesa sembra farsi spazio il concetto di un suono contrapposto al silenzio di una iniziale situazione di vaghezza e dispersione: la strada porta così fin dentro al profondo di sé, nell’attesa di una nascita interiore che trovi palpabilità.

In questo movimento le parole semplici utilizzate nei versi incidono con efficacia il solco della rappresentazione poetica: infatti la rarefazione a cui esse danno luogo diviene un atto che apre a spazi suggestivi ed interpretativi, alludendo ad altro grazie ai limiti quantitativi che lo stesso atto poetico in sé si pone. Nelle narrazioni più lunghe – pur nella loro concisione – questo percorso è scandito da un uso ripetuto della punteggiatura, al fine di evocare pause e intervalli in grado di rendere al meglio quel senso di voluto limite che mostra più chiaramente sé stesso nei componimenti più brevi. Così tra i versi si apre la possibilità di alludere a qualcosa di più, di ascoltare un suono che al proprio interno tracci una via da seguire.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 22 Giugno 2021