Tre inediti di Lorenzo Del Corso

Ricordi

 

Nella malerba mi lasciò

la mano; un gesto

che spense.

Le serviva indicare sé stessa.

Cosparse il grembo di foglie secche

e compiacenza, parlando con me che

indifesa scivolavo nella bocca;

le parole erano schermi

di luce falsa. Le indoravano il viso

e di riflesso il mondo nel suo sguardo.

 

Sotto l’ombra

delle ortiche l’ammiravo

seppellirmi in un ricordo appena nato:

camminammo in una conca fiorita

mano nella mano.


Giudizio

 

Nella folla delle ore

l’arco del suo sopracciglio

induce il tramonto.

Fra indice e pollice

può scuotere la pineta; sfila

da me una singola fibra

e mi scioglie.

Era un dettaglio

a rendermi solida – conforme

alle sue smorfie. Con la sola

unghia carezza il pelo del lago

per consolarmi.

Io immersa

mi osservo vibrare

a quel solletico di distruzione.


Collezione

 

Hanno radici forti

le colpe, sottile la tenacia.

Dondolano alla gruccia

per essere indossate. Anche

una sola parola sottintesa

sa spalancare cardini

e ante polverose.

 

Ecco la collezione

di ciascuna vita: resto

nello sguardo delle eredità,

al miraggio che ingiallire

sia una forma del brillare.


C’è un confine ambiguo nel momento in cui la parola viene utilizzata, il linguaggio si fa corpo ed abita lo spazio in cui si dà ogni volta che accade. La poesia di Lorenzo Del Corso, di cui oggi ospitiamo tre inediti all’interno delle volte della Radura, pare porsi proprio il compito di scandagliare questa ricerca a metà tra la lingua e il corpo. Ce lo dice, senz’altro, l’insistenza lirica profonda sulle immagini quasi fisiologiche, anatomiche che mai accadono da sole ma sempre fuse e affusolate all’interno dello spazio naturale dove si manifestano e trovano un aumento di senso. Un aumento che avviene dapprima attraverso lo sguardo dell’io che si innesca, poi, nel momento in cui esso si traduce nel medesimo atto linguistico e lirico.

E la parola, appunto, in questa ri-trasformazione assume tanto la funzione di schermo dalle cose quanto di congegno privilegiato per disvelarne l’essenza. Resta all’io, pare dirci Del Corso, la scelta che ne discrimini l’uso, quando si parla, si scrive e si canta. Il contesto non cambia: il mondo si lega e allaccia al corpo che lo abita e attraversa e (proprio per questo) si fa storia del secondo, chiedendo come riscatto una narrazione che lo accompagni e conforti, quasi, di un proprio senso. Ed il senso, alla fine, si tramuta e trasmuta in eredità: il modo in cui possiamo incidere nel mondo qualcosa, cambiare prospettiva del verso continuando a percepire, restando fedeli al proprio momento per renderlo, un giorno, la propria storia.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 18 marzo 2026

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