3. Rimanere nel luogo

Il mare fischiava dolce, mentre il vento giocava sulla schiuma delle onde. La ragazza era ancora poggiata sul parapetto alla prua della nave a godersi il sole sul viso, in attesa dello sbarco: la spiaggia era ormai a poche decine di metri e le mancava, dopo settimane sull’acqua, il contatto con il calore accogliente del suolo. Un piccolo gabbiano grigiastro rimase a dondolarsi al vento alla sua destra, garrendo di tanto in tanto: sorrise per poi legarsi rapidamente i capelli bruni in una treccia semplice. Era il suo primo viaggio così lungo e lontano da casa, a leghe e leghe di distanza oltre il Mare del vento: in quel momento una folata più forte del solito quasi le colpì con forza il viso sottile e lentigginoso, costringendola a chiudere gli occhi e ripararsi con le mani. Il gabbiano sembrò guardarla incuriosito con i suoi occhi giallastri e oziosi mentre, con difficoltà, si rimetteva in sesto di fronte al volatile perfettamente a suo agio tra le correnti d’aria. «Un nome decisamente azzeccato per questo mare…» pensò tra sé e sé mentre scendeva dalla prua, accompagnata dal rumore delle spesse assi di legno sotto i suoi piedi e dall’onnipresente vento che avvolgeva l’imbarcazione e l’acqua circostante. Il piccolo gabbiano garrì di nuovo alle sue spalle facendo voltare la ragazza di sbieco, incuriosita: con un agile movimento il pennuto virò di lato allontanandosi dall’imbarcazione, verso sud ovest. La giovane sospirò malinconicamente mentre stringeva le palpebre per proteggersi dai raggi del sole, giocherellando con la treccia dei capelli tra le dita sottili. «Pochi minuti e si sbarca… si prepari se non vuole fare tutto di corsa!» tossicchiò la voce roca e profonda di un marinaio appena sbucato dalla cambusa sbuffando e ansimando. La ragazza si limitò ad annuire sotto un sorriso sottile appena accennato e andò a recuperare i suoi pochi bagagli in cabina, lasciandosi alle spalle il vento che continuava a stridere attorno ad ogni cosa.

Lo sbarco fu in effetti piuttosto sbrigativo. Mentre riponeva nello zaino un libro dalla copertina nerastra e consumata iniziò a sentire in maniera sempre più chiara il crescendo di un’orchestra di rumori portuali: dalle campane sulle banchine alle voci concitate dei marinai intenti alle operazioni di attracco; il tutto avvolto da un ronzio di fondo che si intrufolava tra ogni suono più o meno distinto. Era il motivo della città portuale, della sua vita sempre attiva e intricata tra i vicoli umidi che odoravano di pece e salmastro giorno e notte. L’aumentare di volume delle voci dei marinai le fece capire che fosse ormai ora di sbarcare e, senza trattenersi oltre dalla piccola cabina che l’aveva ospitata in quelle settimane, uscì dalla stanza in fretta. Sulla soglia lanciò un ultimo sguardo alla cuccetta legnosa posta dall’altra parte della cabina, di fronte alla finestrella tonda che ne illuminava il materasso ruvido la cui sola vista le rievocava nottate non particolarmente confortevoli: in qualche modo le sarebbe mancato quello spazio angusto dove, cullata dal movimento dei flutti del mare, aveva passato intere giornate a leggere e prendere appunti, a fissare le assi del soffitto scricchiolare ed oscillare di tanto in tanto in attesa di quel momento ormai arrivato. Mentre pensava a queste cose, senza rendersene neanche troppo conto, si ritrovò di nuovo con il sole in faccia ad attendere il suo turno per attraversare la passerella per lo sbarco. Il sottofondo caotico della città da ovattato e distante ora, lì all’aperto, sembrava colpirle i timpani da ogni angolazione sonora. Si guardò attorno: la città sorgeva in un golfo non troppo grande e sembrava seguirne la fisionomia naturale adattando le sue costruzioni, le sue strade e i suoi tetti al semicerchio che caratterizzava quel punto della costa. Il porto era particolarmente affollato quel giorno e il suo campo visivo era interamente occupato dal traffico di abiti multicolore accalcati sulle grosse banchine in pietra e dalle tegole rossastre sopra di lei, sfocate dal fumo dei numerosi comignoli delle botteghe in piena e frenetica attività. La ragazza rimase un attimo titubante mentre i due passeggeri davanti a lei iniziavano pigramente a scendere attraverso la spessa passerella di legno a sostenerli. «Insomma… non vorrà rimanere su questa zattera!» tossicchiò alle sue spalle la voce del marinaio di prima nella maniera più cordiale che potesse mettere in campo, risultando solo un po’ goffo. La giovane si riscosse come da un sonno leggero e, ringraziando sottovoce l’uomo, scese la passerella in direzione della città. Non appena la suola del suo stivaletto destro venne a contatto con la pietra ruvida e ingiallita della banchina non poté non percepire il calore che la terraferma sembrava emanare ininterrottamente e che ora si faceva strada in lei. Fu come sentirsi di nuovo collegati a un flusso perpetuo dal quale era rimasta separata per settimane dal freddo dell’acqua e del vento: si era sempre sentita connessa al mondo e a ogni sua cosa che percorreva e ora, finalmente, tornava a sentirsi parte di un’unità che un elemento estraneo per lei come il mare le aveva sottratto per troppo tempo. Rimase un attimo salda su entrambi i piedi a godersi quella sensazione di ritrovata unità con le cose e sorrise lievemente: il vento sferzante dei giorni scorsi ora, nella città protetta dal golfo, sembrava svanito o ridotto di tanto in tanto a una lieve brezza tiepida e piacevole. Senza perdere tempo si fece strada con passo allegro davanti a lei e si ritrovò già immersa nella folla accalcata tra le bancarelle e le botteghe portuali. Mentre avanzava a stento tra i gruppi di persone, passando al lato di un ampio portico che faceva da entrata a una bottega non meno ampia, sentì le sue narici invase dall’odore pungente di spezie di ogni tipo: ne riconosceva alcune, molte altre tuttavia non le aveva mai viste o sentite. Dai grossi sacchi che le contenevano, le polveri multicolori delle spezie facevano quasi a gara con i ricchi abiti sgargianti di molti borghesi affaccendati scupolosamente a osservare la merce e a contrattarne con i mercanti il prezzo tra grida, risate e un vociare interminabile che accompagnava ogni loro gesto o movimento. L’odore di alcune spezie era così forte che gli occhi della ragazza iniziarono a lacrimare mentre con fatica sgusciò tra due gruppi affollati di persone che non si accorsero neanche della sua presenza, quasi schiacciandola tra stoffe, spezie e le impalcature delle bancarelle. Ansimando e cercando di asciugarsi le lacrime dagli occhi la giovane iniziò a percepire un senso di oppressione crescente dentro di sé: quella vita così strabordante e rumorosa non era il suo luogo; la terra che amava percorrere era fatta di suoni gentili e odori quieti ad accompagnare un passo lento per fermarsi con calma a sentire le cose, non a stordirsi nella loro confusione. Con non poca fatica e le guance rosse per il fiato corto sbucò in uno slargo dove una folla non meno nutrita delle altre si aggirava attorno a un gruppo di bancarelle poggiate al muro di un grosso edificio biancastro. La costruzione faceva angolo con quella che sembrava la via principale che man mano saliva e si addentrava verso il centro della città. Lì fu attirata dai versi di numerosi animali provenienti dalle gabbie di ferro che un mercante dalla voce stridula e avvolto in delle pesanti vesti giallognole passava in rassegna, gridando e sbracciandosi verso gli acquirenti interessati, rilanciando prezzi e offerte picchiettando con una bacchetta in legno sulla gabbia oggetto della vendita. All’interno delle sbarre si potevano scorgere ora piccole scimmie, cani o volatili che passavano da pose sonnolente e smorte a un contorcersi spaventati dal chiasso della folla circostante. La ragazza non poté non provare una fitta fin dentro il petto nel vedere quelle che per lei erano vite ingabbiate all’interno di un chiasso incurante di tutto se non del loro prezzo. Aggiustandosi lo zaino dietro la schiena e scrollandosi la polvere dalla veste fece per passare in fretta oltre quella visione non particolarmente allegra quando la sua attenzione fu attirata da un rondone dal piumaggio tra il grigio e il marroncino che svolazzava in preda al panico all’interno della gabbia troppo piccola che lo conteneva, sbattendo confusamente addosso le sbarre e cinguettando in maniera penetrante. Il mercante, col sudore sulla fronte per il caldo che tuttavia non sembrava impedirgli di mantenere le grosse vesti in cui era avvolto, gridò in maniera stridula nella direzione dalla gabbia, battendo con forza su di essa con la propria bacchetta nella speranza di calmare il rondone che, per tutta risposta, andò ancor più nel panico. La ragazza, quasi assorbita dalla sofferenza dell’animale, si avvicinò in maniera più decisa facendosi largo a spintoni tra la folla, trascinata da quella che sentiva essere una rabbia crescente. Il mercante continuava ad urlare tra il sudore e il suono insopportabile e violento della bacchetta sulla gabbia, accompagnato dal cinguettio sofferente del rondone. La giovane arrivò in prima fila proprio davanti alla scena e, in un modo che neanche lei avrebbe saputo spiegarsi, era in procinto di urlare in faccia al mercante o perlomeno di fare qualcosa per impedire il continuo della sofferenza dell’animale quando all’improvviso una scimmia, gridando alle spalle dell’uomo, afferrò le sue lunghe vesti gialle tirandole con forza. Il mercante, tra le sue urla stridule e sgradevoli, incespicò e cadde rovinosamente a terra nella polvere urtando nella caduta la gabbia del rondone che, finita al suolo, si aprì di scatto e permise all’uccello di fuggire rapidamente tra i comignoli dalle case, svanendo alla vista dei presenti sbigottiti tra il loro vociare concitato e le risate dei bambini ripresi dalle madri composte nei loro abiti ben curati. Il mercante si rialzò dolorante imprecando mentre alle sue spalle la piccola scimmia sghignazzava allegra: sembrava non meno divertita dalla scena della ragazza che, sorridendo non troppo velatamente, fece per andarsene soddisfatta. Mentre il mercante malediva la scimmia ma senza la sua bacchetta, spezzata nella caduta, la giovane fece l’occhiolino a un bambino che le sorrise divertito, coprendosi con la manina la bocca sorridente prima di essere coperto dallo sguardo austero e scocciato della madre.

La ragazza pensò di averne avuto abbastanza di quel luogo e di quelle persone e, senza altri indugi, seguendo i cartelli all’angolo della strada si diresse il più in fretta possibile alle porte della città. Affrettò il passo: man mano che si lasciava alle spalle il caos del mercato portuale sentiva il fiato alleggerirsi e la mente iniziare lentamente a svuotarsi, rilassandosi quel tanto che bastava per farla concentrare sulla direzione da seguire. Il centro della città non era meno debordante di vita del porto e, seguendo la strada principale che passava inevitabilmente per la piazza centrale, la giovane incurante del resto cercò di percorrerla il più in fretta possibile destreggiandosi tra i carri dei mercanti e il rumore degli zoccoli dei cavalli accompagnati dal continuo vociare cittadino. Dopo qualche minuto, superò anche l’ampia piazza e si ritrovò in vista delle porte della città. A guardia stavano due soldati bardati in una giubba blu: uno dei due era appoggiato pigramente all’alabarda, incurante del traffico di persone attorno, mentre l’altro sembrava tutto preso a discutere in maniera divertita con alcuni uomini alla sua destra. Nessuno dei due sembrò accorgersi della ragazza che, per tutta risposta, uscì dalla città senza farsi pregare ulteriormente. Nel momento in cui superò lo spesso portone di legno e il perimetro delle solide mura in pietra della città fu come se tutto il rumore del mondo circostante si fosse incurvato al massimo del suo apice, per poi piombare improvvisamente in un nuovo silenzio che si apriva, ora, sul paesaggio campestre di fronte agli occhi della ragazza. Quasi intontita da quello stacco sonoro incespicò un attimo su se stessa prima di riprendere il cammino, col rumore di fondo della città alle sue spalle che, sebbene ovattato e sempre più lontano e flebile, voleva dimenticare al più presto. Davanti a lei le fronde degli alberi ai lati della strada si piegavano dolcemente alla tenue brezza marina, cullando i campi tutto intorno in una danza estiva silenziosa e pacifica. Mentre proseguiva notò una stretta svolta sul terreno che, tra ghiaia e terra, saliva su una piccola collina alla sua sinistra. Senza fermarsi a pensare iniziò ad arrampicarsi sul sentiero in salita e, dopo pochi minuti e con ancora un po’ di fiato corto, giunse sulla cima erbosa del rilievo. Si trovò a vagare ora con passo lento, ora fermandosi di tanto in tanto a guardarsi attorno, in un boschetto di betulle che faceva da corona alla sommità della collina: sotto i suoi piedi, un soffice e folto manto erboso di un verde tenue ma florido si gonfiava al ritmo del vento, che lì sopra fischiava con poca più forza tra le fronde degli alberi richiamando alla mente della giovane un’orchestra di viole e violini pigramente intenti a suonare una musica lenta e sempre costante. Si fermò di nuovo, appoggiando la mano sul legno rugoso e biancastro di una betulla, per poi guardare in alto. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente, sorridendo: quel luogo ora era pace, lontano dal caos della città indaffarata nella sua vita dissipata sulle cose. Senza aprire gli occhi e continuando a sorridere si lasciò scivolare lentamente con la schiena premuta sul tronco verso giù, fino a sedersi a terra, lasciando vagare le dita tra i ciuffi d’erba sottili che ora accoglievano il suo corpo lì disteso a risposare.

Mentre il rumore del vento tra gli alberi accompagnava la sua sosta, si tolse dalle spalle lo zaino e sistemò la sua veste verde-foglia che, a contatto ora col manto erboso, sembrava fonderla perfettamente con quel piccolo pezzo di mondo che era riuscita a trovare dopo tanto vagare. Si godeva quietamente il sole sul volto e le braccia, mostrando la pelle abbronzata dai giorni in mare, lei che era sempre stata una ragazza pallida fin quasi a scolorire sotto i vestiti che indossava nella sua casa ora lontana: forse quel viaggio già le aveva portato qualcosa di inaspettato, come adesso la sua pelle dolcemente sfumata e imbrunita dalle frequenti visite del sole che le infondeva un nuovo calore dentro, una spinta leggera e desiderosa di proseguire il suo cammino anche se incerto e, forse, molto lungo. Sentiva che non importava la difficoltà che avrebbe intralciato i suoi passi tra un sasso e l’altro. Valeva la pena andare, trovare la vita che aveva fino a quel momento dipinto a parole o che quelle d’altri le avevano dipinto di fronte agli occhi. Forse adesso la parola non avrebbe più solo accennato alle cose ma gliele avrebbe indicate davanti, mostrandogliele una volta scoperte e prese con delicatezza tra le mani per farle durare insieme a lei. Aprì gli occhi e senza smettere di sorridere si strinse in un abbraccio verso se stessa, passandosi lentamente le mani sulle spalle scaldate dal sole. Mentre le dita scendevano sul braccio sinistro lasciarono colpire dai raggi di luce un piccolo tatuaggio che raffigurava una foglia stilizzata, all’altezza della spalla scoperta. Erano passati già alcuni anni da quando era stato disegnato e l’inchiostro, visibilmente sbiadito in più punti, seguiva la superfice del braccio della ragazza. Ricordava bene il significato che si nascondeva dietro quella figura incisa sulla sua pelle ma negli anni aveva sentito come un distacco apatico crescere tra di lei e quell’idea, quel sogno, e ora sbiadiva lentamente di fronte ai suoi occhi. Fu in quel momento che, dall’alto dei rami sopra di lei, una foglia verdognola si staccò e spinta dal vento andò ad appoggiarsi proprio sul tatuaggio che ne rappresentava la forma, rimanendo lì premuta dalla forza delicata dell’aria per qualche attimo prima di volare un poco più lontano. Il contatto ruvido e fibroso della foglia la bloccò quasi di colpo, mentre fissava interdetta la piccola sagoma che frusciava via da lei verso gli alberi. Sentì come se quel piccolo pezzo di mondo si fosse appoggiato con dolcezza su di lei, proprio come lei aveva fatto istintivamente poco prima sul tronco dell’albero che ora aveva alle spalle. Dal tatuaggio adesso percepiva un forte formicolio, una sorta di invito a riacuirsi nella sua forma e riconsiderarsi e, stordita dalla cosa, rimase con lo sguardo fisso in un punto a caso mentre poteva ora distinguere quasi con certezza il suono di archi provenire dai rami sopra la sua testa. Poi un cinguettio penetrante risuonò dietro di lei. Si voltò di scatto prima di sentirlo di nuovo alla sua destra: accompagnato da un leggero fruscio d’ali, il rondone fuggitivo del mercato le planò accanto a pochi metri di distanza sul prato, zampettando allegro. La ragazza sorrise di nuovo, stavolta aprendo la bocca incredula, e tese leggermente la mano verso il piccolo animale. «Hey tu… ciao» disse a bassa voce, mentre davanti a lei l’uccello la squadrava incerto dalle sue pupille scure. «Hai fame per caso?» continuò la giovane voltandosi in fretta verso lo zaino e, dopo aver rovistato un attimo al suo interno, spezzettò da una stozza di pane avvolta da un panno alcune briciole lanciandole con delicatezza verso l’animale che, per tutta riposta, dopo un breve sguardo dubbioso si avvicinò iniziando a beccare qui e lì. La ragazza sorrise e di colpo il rondone, una briciola di pane nel becco, spiccò il volo andandosi a posare sulla sua spalla, lasciandola gridare sottovoce per lo stupore. Il volatile, appoggiato saldamente sulle piccole zampe, terminò di mangiare e cinguettò allegro all’orecchio della giovane che, prima ancora potesse dire qualcosa, guardò l’animale volare velocemente su un ramo poco sopra la sua testa e rimanere lì pacioso, squadrandola di tanto in tanto dalla sua posizione sopraelevata. «Sono felice della tua compagnia, piccolo amico» sorrise ancora la ragazza guardando in alto. «Finché vuoi potrai seguirmi e sentirti al sicuro fuori da quella città». Il cinguettio allegro del rondone le sembrò una risposta abbastanza chiara e, spostando il peso del corpo sulle braccia tese ai suoi fianchi, si lasciò andare supina sul prato.

Il fruscio dell’erba ora le sfiorava i capelli distesi a terra, punzecchiandole di tanto in tanto le orecchie come a sussurrare al loro interno qualche nenia instancabilmente antica e docile. Da quella posizione poteva guardare le fronde frusciare al ritmo del vento, tra un raggio di sole e l’altro che entrava attraverso il reticolato verdognolo delle foglie e, prima di chiudere gli occhi, scorse il piccolo rondone svolazzare tra i rami allegro. «Rimanere in un luogo…» pensò mentre si godeva l’erba soffice sotto di lei, «… e prendersi il proprio del tempo nel viaggio: forse è questo che a volte manca a chi, come me, cammina in cerca di qualcosa e spesso passa oltre, disperdendosi fino a sbiadirsi nel rumore… penso che rimarrò qui un altro po’, fin quando starò bene». Il fruscio del vento scavava nell’aria tutt’intorno a lei solchi in cui risuonava a tratti per poi allontanarsi, fino a perdersi in lontananza nella campagna assolata al di sotto della collina. Mentre il sole scendeva leggermente annunciando l’ora pomeridiana si addormentò lì, distesa nel suo luogo, in attesa di riprendere il viaggio una volta ritrovata la compagnia del mondo circostante su cui ora era appoggiata.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 3 Marzo 2022

2. La carovana delle ombre

Il fango sporcava le scarpe del ragazzo mentre gruppi di nuvole scure si allontanavano dal cielo, trattenendo nell’aria l’umido del loro passaggio. Dopo aver lasciato il vecchio proseguire per la sua strada verso il villaggio, esaltato dalla sua storia si era inoltrato nella vecchia foresta nella speranza di trovare il sentiero per la radura: dopo due giorni passati a vagare nel sottobosco tra sentieri sbaditi, a stento riconoscibili dal resto della vegetazione e dai cespugli di biancospino che costellavano il tappeto della foresta, aveva iniziato a disperare. Poi era arrivata la pioggia. La quieta immobilità autunnale degli alberi che tanto infondeva in lui un impasto di sensazioni a metà tra nostalgia e tranquillità si era rotta una mattina, appena sveglio, insieme allo scrosciare battente delle gocce d’acqua tra i rami. Non aveva potuto neanche stiracchiarsi un attimo dentro il sacco a pelo ancora caldo che dovette ritrovarsi a correre sotto la corteccia dell’albero più vicino, già completamente zuppo. «Dannazione…» pensò sottovoce nella propria testa mentre riarrotolava il suo letto di fortuna e metteva al riparo i suoi oggetti da viaggio. Cercava di rimanere calmo: in fin dei conti non poteva controllare lo scorrere del tempo, ma un temporale così improvviso dopo giorni perfettamente limpidi e quieti sicuramente non faceva che confermare i suoi sospetti sulla stranezza insita in quel luogo. Dopotutto il vecchio lo aveva avvertito, continuava a ripetersi nella testa mentre avanzava a tentoni nel sottobosco fangoso. Quelli che prima erano sentieri difficilmente identificabili ora si erano trasformati in un vero e proprio labirinto acquitrinoso nel quale l’unica cosa saggia da fare sarebbe stata fermarsi ed aspettare un’occasione migliore per proseguire. Il ragazzo però aveva ancora nel petto il fuoco guizzante della notte passata con quel misterioso vecchio, l’immagine dei due poeti e il grande albero della radura: voleva raggiungerla al più presto, non importava quanto ci avrebbe messo o quanta fatica gli sarebbe costata lungo il percorso. Sospirò profondamente, cercando di scacciare dalla mente i pensieri avvilenti sulla sua situazione e avanzò, affondando la scarpa destra in una pozza fangosa che non sarebbe stata di certo l’ultima del percorso che aveva davanti a sé. Dopo poco tempo e con molta fatica credette di riconoscere una pietra muschiosa che forse aveva già incontrato il giorno prima, e fece per superarla: il piede scivolò sul muschio umido alla base rocciosa e il ragazzo finì rovinosamente a terra tra il fango e le foglie appiccicose e bagnate. Il dolore della caduta gli tolse il fiato di colpo, e non riuscì neanche a gridare dal dolore o dalla rabbia: passati i primi attimi di sorpresa e stringendo i denti cercò di tirarsi su aggrappandosi con la mano destra fangosa sulla roccia infida, e non senza difficoltà tornò in piedi. Completamente ricoperto dal fango e dalle foglie maledisse se stesso e la propria cocciutaggine per essersi imbarcato in quell’avventura disperata, e si mise a sedere sconsolato sotto uno degli alberi dove l’erba non era troppo bagnata. Ora iniziava a odiare tutte quelle foglie che da secche nascondevano i sentieri da seguire e ora da bagnate erano diventate una coperta vischiosa e avvolgente per tutto il sottobosco. «Sto girando in tondo da giorni come un idiota alle prime armi…» disse sospirando con la voce ancora ansimante per lo sforzo. Poi appoggiò la testa sul tronco dell’albero dietro di lui e chiuse gli occhi stanco, mentre il fiato usciva fuori dalla bocca disperdendosi in vapore nell’aria circostante immobile dopo l’acquazzone improvviso. Non seguì più il filo dei suoi pensieri e tutto divenne buio, sprofondando lentamente in un sonno umido che sapeva di muschio e foglie bagnate, quasi allucinato dagli odori della foresta piegata al vento che stava portando via le nuvole una ad una. In quel momento una goccia staccatasi da un alto ramo sopra di lui cadde sulla sua fronte: il rimbombo di qualcosa caduto dentro un lago limpido riempì la sua mente accanto all’oscurità che circondava il suo corpo di sogno tra lo scorrere delle ore diluite nel tempo. Si agitò convulsamente mentre dormiva, incurante del fango e delle foglie che lo ricoprivano nel mondo esterno. Poi i suoi passi riecheggiarono nell’acqua bassa del lago, muovendosi lentamente nel buio della visione. Proseguendo iniziò a percepire davanti a lui la presenza sbiadita di qualcosa di antico eppure allo stesso tempo vigoroso e d’un tratto una foglia verde, staccando col suo colore nell’oscurità, svolazzò davanti a lui portata da una brezza leggera e tiepida, intrisa dei profumi delle campanule. Mentre si avvicinava, il ragazzo la guardò dapprima stupefatto, poi una volta davanti ad essa fece per scansarla con la mano: in quel momento nel tentativo di muovere il braccio si sbilanciò in avanti, mentre l’odore sottile e confortevole svanì di colpo accompagnando la sua caduta rovinosa nell’acqua, improvvisamente gelida e profonda come l’abisso dei ricordi di generazioni innumerevoli. Urlò disperato con l’acqua fin dentro la gola, ritrovandosi di nuovo disteso sotto l’albero della foresta dove si era addormentato ricoperto di sudore, dal fango e dalle foglie mentre tutto attorno a lui giaceva nel silenzio di una mattina abbandonata da poco dalla pioggia.

Era ormai mezzogiorno quando il ragazzo si ricongiunse alla via maestra che passava nella parte più esterna e rada della foresta, dove aveva parlato con il vecchio in un tempo che ormai gli sembrava appartenere ad anni lontani. Cercando di non pensare ad altro si rimise lentamente sulla strada verso il villaggio che sorgeva tra le pianure: con una giornata di cammino a buon passo sarebbe giunto al più presto da dove era partito e avrebbe potuto rifocillarsi e recuperare le forze, prima di lasciare la regione. Il sogno che lo aveva portato tra quei luoghi, chiedendo di casa in casa tra i contadini del posto in cerca di vecchie storie su una radura nascosta nell’antica foresta lì vicino e sulle leggende che aleggiavano attorno ad essa sembravano aver lasciato ormai il passo alla delusione cocente. Tanto valeva non pensarci più e tornare indietro: ci sarebbero stati altri luoghi da visitare, altri sentieri dove cercare le parole che inseguiva da tempo. O forse, iniziava a pensare appesantito, bisognava lasciar andare per sempre le parole e la via da loro tracciata, rinchiudersi in un angolo di mondo abituandosi ad altro. Pensò alla bottega di famiglia in città dalla quale era fuggito carico di speranze e desideri: forse adesso tornare e seguire la strada che i suoi genitori avrebbero voluto per lui non sarebbe stata una sconfitta, ma un reale ritorno alla vita tra tutti gli altri. Eppure, mentre pensava con convinzione sbiadita a quelle cose, pulsavano con forza nella sua mente le immagini della visione boschiva di qualche ora prima. Quella foglia danzante nel buio continuava a tempestarlo, portando con sé ogni volta il suo odore forte e allo stesso tempo leggero delle campanule. Si sentì tremendamente in colpa per aver scacciato quella foglia sottile nei propri sogni, aver forzato la mano credendo di sapere e poter afferrare i propri lampi di parole che pensava di aver davanti, cedendo dentro il suo sentiero a una mente opaca e tagliente che non credeva di possedere. Salirono ai suoi occhi lacrime di rabbia e vergogna mentre proseguiva verso sud-est, e avrebbe voluto gridare per sfogarsi calciando i sassi sul proprio cammino quando sentì, portato dal vento, il rumore non toppo lontano di ruote e zoccoli sulla terra battuta della strada. Su quella via non molti erano i viaggiatori e non meno interessanti i motivi dei loro viaggi; perciò, il ragazzo decise di aspettare al lato della strada il passaggio di chi si stava avvicinando lentamente. Il rumore crebbe e si fece ben definito, nello sferragliare delle ruote di carri attutito e avvolto dal silenzio della foresta tutto intorno, assieme agli zoccoli di cavalli che lentamente si portavano in avanti tra gli alberi. Mentre il ragazzo attendeva incerto sul ciglio della strada sentì il rumore indistinto e vacuo di alcune voci che richiamavano gli animali, e dalla svolta della strada che si trovava davanti a lui venne fuori lentamente un carro avvolto da spesse tende grigie trainato da cavalli neri, seguito da altri tre carri quasi identici a formare una piccola ed ordinata carovana che procedeva placida lungo il sentiero della vecchia foresta verso nord. Incuriosito dalla lenta processione di quei carri, il ragazzo rimase fermo dove si trovava in attesa che la carovana passasse di fronte a lui. Fu in quel momento che, ormai a pochi metri di distanza, notò che sedute alla postazione di guida dei carri stavano figure avvolte in vesti di un grigio che non avrebbe saputo ben definire: a volte sembrava perdersi nel nero delle ombre proiettate dalle fronde degli alberi sopra di loro, altre volte si diluiva nel bianco opaco del cielo ancora non del tutto schiarito, illuminato da una luce malsana mentre il sole stava ancora nascosto nella foschia. Le figure parevano immobili alla guida delle briglie dei cavalli di fronte a loro e non sembravano essersi accorte del viandante al lato della strada quando, d’un tratto, una delle due sedute nel carro che faceva da apripista con una voce tenue e indistinta comandò ai cavalli di fermarsi, forzando leggermente la briglia mentre accostava il mezzo di trasporto di fronte al ragazzo che osservava confuso la scena. Uno degli animali sbuffò vigorosamente nell’aria, incurante della nuova persona al suo fianco. «Dove avanzi da solo e malridotto per la vecchia foresta?» sentì il ragazzo provenire con voce monocorde dal carro. Restò quasi irretito dal tono della figura incappucciata sopra di lui: non un’incrinatura nella pronuncia, ma allo stesso tempo non destava alcun piacere all’ascolto; semmai essa sembrava svanire in un rumore man mano indistinto che lasciava dietro di sé inquietudine e dispersione. Senza guardare sopra di lui il ragazzo rispose debolmente «… ero in cerca di desideri e speranze sempre sognate, ma sembra che in realtà ci sia ben poco da trovare tra questi alberi». Ci fu un attimo di silenzio seguito solo dal vento che debolmente soffiava tra i rami attraverso il cielo opaco. «Forse hai sbagliato il modo del tuo cercare…» fece la voce. Il ragazzo sentì montare dentro di sé la rabbia ancora cocente e guardò sopra di lui stizzito. Le parole gli morirono però in gola: davanti a lui stava incappucciata una figura che sembrava priva di un volto, avvolta nei suoi panni grigi e indefiniti mentre inondava l’animo del ragazzo di un vuoto insopportabile. Si voltò stordito in cerca delle altre figure e notò con angoscia la stessa vacuità avvolta dai loro cappucci grigi. «Cosa cerchi dentro di noi, giovane?» riprese la voce monocorde della figura che lo aveva interpellato poco prima. «Ben poco in noi puoi trovare, ben poco è rimasto» continuò pacata. «… Cosa siete?» riuscì a dire con la voce corta il ragazzo continuando ad osservare le figure attorno a lui. «Solo ombre di quello che eravamo un tempo. Umani, come te… ma una vita passata a lungo e irrimediabilmente nel mentire a sé stessi, nel non vivere realmente le cose ha portato man mano a logorare i nostri contorni, far svanire i nostri volti e i nostri corpi in un vuoto che a stento riconosceresti, se non dopo un lungo guardare».

«Come può accadere questo…»

«Se getti via chi sei dentro e incanali la tua vita dietro parole e gesti di altri perderai anche chi sei fuori prima o poi, giovane»

«È davvero possibile? Ed è grave?»

«Sì, molto»

In quel momento, osservando meglio, al ragazzo parve di scorgere dei lineamenti sbiaditi all’interno del cappuccio con cui stava parlando. Si concentrò più a lungo su quella figura: ora pian piano riusciva ad intravedere degli occhi dallo sguardo perso contornati da rughe di un corpo che un tempo era stato carne; accanto una bocca stanca che pendeva in attesa sul volto di un adulto segnato dai giorni e dalla fatica dei suoi viaggi. «Sì…» fece la bocca affaticata, «… ora ci vedi meglio per quello che siamo e che eravamo, ma ormai è tardi per noi: ciò che prima era autentico è stato perso per sempre». Il ragazzo guardò incerto negli occhi svuotati dell’uomo d’ombra: «Come riuscite ancora a muovervi nel mondo allora?».

«Sopravviviamo… in mezzo a una folla, tra gli sguardi disattenti e superficiali dei passanti non ci riconosceresti mai. Solo fermandoti e osservando come te puoi scorgere qualcosa…»

«Per questo siete in viaggio?»

«Siamo sempre in viaggio, da una città all’altra per poterci sostentare senza essere visti, senza essere considerati dagli altri… sulla via raccogliamo man mano alcuni che come noi sono svaniti perché hanno abbandonato del tutto loro stessi per vivere senza concretezza, formando una lenta carovana di ombre senza punto fermo»

Il ragazzo rimase silenzioso per qualche momento mentre osservava la carovana delle ombre davanti a lui. Ripensò alla sua rassegnazione verso ciò che cercava da tempo, la sua idea di abbandonare tutto quello che per lui importava per dedicarsi ad altro, solo per far svanire la sua sconfitta dentro una vita lineare ad attenderlo a casa. «… E se ciò che uno pensa rappresenti se stessi risulta troppo difficile da trovare? Non significa forse che quel qualcosa non esiste o non fa per lui e dovrebbe scendere con i piedi per terra?». L’ombra dell’uomo lo guardò con vago interesse. «Forse è così… ma non penso lo sia per te, non lo vedo dai tuoi occhi. Forse il tuo modo di cercare te stesso, ciò che ti cova dentro, è sbagliato, ma questo non posso saperlo… ma se credi davvero il tuo sentiero sia sbagliato, puoi unirti a noi fino alla prossima città a nord, o anche più a lungo…» fece l’ombra. «No», rispose seccamente il ragazzo, «credo che continuerò per la mia strada verso il villaggio in pianura: lì saprò forse cosa fare».

«Allora sappi questo: non puoi vivere per sempre all’ombra dei tuoi giorni in questa vita. Il cammino ti si stende davanti tra gli alberi e il vento che soffia altrove, e solo tu puoi sapere la direzione dei tuoi passi e se davvero questi battono il terreno vicino alla tua anima»

«Cercherò di tenerlo a mente… anche se ora non mi è chiaro il modo»

«Non avere fretta, torna al riposo e ascoltati…. ma non smettere di farlo finché non avrai ripreso a cercare, o l’ombra farà svanire i passi che hai tracciato finora e ti nasconderà quelli che ancora hai davanti a te»

La figura diede un colpo pacato e impercettibile alla briglia che teneva in mano mentre finiva di parlare. I due cavali sbuffando iniziarono a muoversi lentamente e dopo pochi attimi lo sferragliare delle ruote sulla strada riprese il suo lavoro sonoro. «Addio allora» disse il ragazzo con qualche sicurezza in più nella voce. «Addio giovane. Possa tu trovare quello che cerchi e ricorda che inevitabilmente incontrerai l’ombra: starà a te attraversarla o farti attraversare da essa». La figura si voltò verso la strada lasciando dietro di sé e dentro il ragazzo un senso ancora più forte di vuoto, insieme all’enigma con cui si era congedata lentamente sulla via che li aveva fatti incrociare. Rimase ancora qualche tempo in contemplazione sul ciglio della strada scostando la terra umida da sotto i suoi piedi. Mentre il rumore dei carri si allontanava sempre di più, alzò il volto verso il cielo, odorando il vento tiepido che iniziava pian piano ad asciugare il mondo circostante. A sud-est, dietro le cime degli alberi, si intravedeva l’azzurro infilato dal sole limpido che iniziava a schiarire anche verso la foresta. Fece una smorfia, contratto nella sua mente tra le domande che aveva prima di iniziare il suo cammino e quelle affiorate ora che aveva deciso di interromperlo, e mosse un piede nella direzione scelta. Tra gli alberi, intanto, le chiome fischiavano silenziosamente al ritmo del vento, e ricoprivano il mondo intorno a lui di sentieri ancora da trovare.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 7 Ottobre 2021

1. Inizio

«Dicono che calpestare rami, seguendone il rumore che risuona nel bosco, indichi sentieri buoni da percorrere».

Il fuoco crepitava basso mentre il ragazzo, dopo aver parlato, scaldava i polpastrelli anneriti prestando attenzione a non bruciare le linee che ne formavano la superficie. Aveva imparato ad avere cura delle proprie mani, sulle quali ritornavano ogni volta i movimenti dell’incidere parole su altre superfici, per farle rimanere. Intanto il vecchio lì di fronte taceva: sembrava che il discorso del giovane non lo avesse toccato, e continuava a ravvivare il fuoco con il proprio bastone. Ci fu uno schiocco sordo proveniente dall’interno del falò, mentre l’aria si liberava dalla legna in combustione. Dopo un altro breve momento di silenzio, il vecchio si sistemò meglio sul tronco dov’era seduto e disse piano «Il silenzio di questa foresta è antico: io mi limito a percorrerla solo come tramite tra un villaggio ed un altro. Non ho desiderio di avventurarmi al suo interno… e ormai è autunno anche per me», mentre terminava di parlare, con un cenno della testa indicò l’ambiente circostante ai due. Il ragazzo fece maggiormente caso alle foglie sbiadite ai suoi piedi che iniziavano a cadere dagli alberi: ora, di notte, sarebbe stato difficile scorgerne i colori ma con la luce del sole la vecchia foresta, in quei giorni, era avvolta dai toni sfumati della stagione autunnale e il bruno delle cose scendeva tra le foglie rosse e ingiallite. «Io però ho bisogno di addentrarmi per quei sentieri, e sono ancora nel pieno dell’estate». Il vecchio sorrise di sbieco mentre si alzava con qualche difficoltà, poggiando la mano all’albero dietro di lui. «Anche qui è stata estate una volta, ragazzo…» si interruppe un attimo gemendo per i dolori alle articolazioni, poi si tirò su del tutto con un ultimo sforzo. «…e questi alberi ne portano ancora memoria…» e iniziò con cura a scrostare dalla corteccia un muschio spesso e grigiastro che ne ricopriva in buona parte il tronco. Il ragazzo guardava insospettito la scena, pensando a qualche passatempo boschivo tipico dell’età ultima della vita. «Conosco bene l’alternarsi delle stagioni amico mio, non metto in dubbio che qualche mese fa…» «non è come pensi» lo interruppe il vecchio lasciandosi quasi cadere con un altro gemito sommesso sul proprio tronco. «L’autunno di questa foresta dura da ben prima che tu nascessi, e che io iniziassi a mettere un piede l’uno davanti l’altro». Si mise di nuovo a sedere con accortezza. «Cosa vorresti dire? Che questa foresta è rimasta così da decenni o oltre?» solo in quel momento fece più caso al fatto che le foglie ai suoi piedi non sembravano aver portato via molta parte della chioma agli alberi soprastanti, e poggiando la mano sulla superficie ruvida e a tratti muschiosa della grossa radice dentro cui stava rannicchiato, ebbe come la sensazione che lo scorrere della linfa al suo interno fosse profondamente lento, come se seguisse un flusso antico e impercettibile nei suoi movimenti, curandosi di avanzare nello spazio e nel tempo solo in lunghezze indefinibili secondo categorie mortali. Il vecchio sorrise ancora, stavolta un poco più apertamente. «Vedo che inizi a capire» disse «lascia ora che ti racconti una storia sui sentieri di cui sei alla ricerca…» e il ragazzo lo vide sgretolare, tra le mani raggrinzite, il muschio grigiastro come se fosse già del tutto secco e una volta frantumato, soffiarlo con un sospiro antico all’interno del fuoco. La fiamma improvvisamente guizzò verso l’alto, emettendo il doppio del calore, mentre il ragazzo sentì pungere sulle proprie guance il tocco invisibile del fuoco che in quel momento prese un colore argenteo, illuminando maggiormente con la sua luce biancastra il bosco circostante e le sagome degli alberi, come se ora i loro tronchi diventassero quasi colonne marmoree all’interno di una cattedrale silvana la cui cupola si intrecciava tra i rami e le chiome di ognuno di loro. In quell’atmosfera surreale, il giovane sentì echeggiare da ogni lato della foresta la voce del vecchio, ora ancora più bassa e profonda. «In un tempo di cui non si ha memoria nel conto degli anni umani, e la foresta era nel pieno della sua estate con i suoi prati lussureggianti e freschi, si aggiravano tra i faggi e le querce due poeti nel fiore degli anni. Non ricordo i loro nomi, o se davvero ne avessero qualcuno: erano una ragazza dai capelli argentati e un ragazzo, giovane come te, dai capelli biondo cenere. La ragazza amava la notte e le stelle che svolgevano i loro corsi nel suo cielo scuro, e più di ogni cosa la luna pura nel suo biancore quando non c’erano nuvole ad impedirne la vista. Spesso si attardava tra le rive dei ruscelli del bosco, suonando e cantando parole che sapevano di notti fresche d’estate e mentre, pendendo da un albero, lasciava scorrere le dita tra la corrente docile dei fiumiciattoli, le lucciole brillavano intorno e tutto era immobile al suo canto. Il ragazzo amava il sole scaldare la terra ricolma dei suoi doni, guardando i suoi raggi sminuzzarsi tra i disegni delle fronde degli alberi nodosi, seguendole nel loro cadere al suolo per illuminarlo. In genere lo si vedeva volteggiare tra le spighe mature del grano dei villaggi vicini, cantando e suonando parole che rimandavano al calore buono delle mattinate estive, quando ogni cosa cresceva e lui suonava tra i campi e gli alberi, e i fiori con le corolle aperte ad attingere la luce gli facevano da letto sull’erba, mentre il giorno si muoveva assieme al suo canto. Più del sole e della luna i due giovani poeti però si amavano l’un l’altro: una volta lei era stata svegliata dal canto allegro e melodioso della voce del ragazzo, mentre dormiva come solito vicino ai suoi torrenti. Si era avvicinata, insonnolita, e dal folto della foresta aveva scorto la sua sagoma danzare tra le onde del grano lì vicino, rimanendo colpita dalla sua bellezza e dalla sua voce, fissandolo a lungo come si fissa un cervo che avanza timido nel bosco. La notte seguente, lui fu svegliato dal suono delle dolci parole della ragazza, e voltandosi verso gli alberi, aveva intravisto i suoi capelli argentei risplendere al riflesso della luna sulla corrente del fiume: pensò di trovarsi, probabilmente, in un sogno e sprofondò in un dolce sonno dal profumo fresco che emanavano i fiori notturni. Ma la ragazza non amava la luce del giorno, perché il sole così forte feriva la sua pelle delicata, e il ragazzo non amava la notte, perché sentiva la mancanza delle cose del mattino, e temeva che il buio lo circondasse. Così si incontravano al tramonto e all’alba, prima che uno dei due andasse a coricarsi e subito dopo che l’altro si fosse appena svegliato: così si rincorrevano tra i prati e i campi mentre il sole sfumava arrossandosi nella sera, quando il sentore delle cose sembrava svanire, e camminavano mano nella mano tra i boschi mentre lo scuro del cielo iniziava a schiarirsi, e le sagome dei tronchi e i colori della foresta cominciavano a mostrare di nuovo le loro sfumature. E si racconta di come, in quegli incastri del tempo tra il sole e la luna, i loro canti si unissero in melodie di straordinaria bellezza, e le loro parole dessero vita a cose mai dette o ascoltate, mentre il mondo scorreva e l’estate rischiarava i loro passi. Così, si pensa che a volte lasciarono incise sulle cortecce di qualche albero e sulle pietre di qualche ruscello alcune delle loro parole, e coloro i quali sono riusciti a trovarle, leggendole, dicono di aver potuto toccare con mano ciò che esiste. Un giorno, o una notte (chi potrebbe dirlo), dopo molto vagare tra l’avvolgersi e il rincorrersi, i due giovani poeti giunsero nel profondo della foresta e videro aprirsi davanti a loro un’ampia radura, dove crescevano fiori multicolore di grande bellezza e vicino scorreva un piccolo ruscello limpido. Colpiti dallo splendore del luogo, iniziarono ad attardarsi tra i prati di quella spaziosa radura e la ragazza, prendendo per mano il giovane amato e dicendogli «Vieni», lo condusse al centro del grande spazio: e lì giacquero sdraiati a lungo, cantando e sfiorandosi la pelle a vicenda, nell’attesa di un’altra parola che arrivasse a riempire quel momento di unione. Il tempo di transizione tra chiaro e scuro stava ormai terminando, ma nessuno dei due ormai sapeva se fosse l’alba che stesse sorgendo o la luna ad avanzare, tanto presi dall’atmosfera di quel luogo. Il ragazzo, ansioso di non poter avere altro tempo a disposizione, estrasse dalle sue vesti una spiga di grano, che si era spezzata durante la loro ultima corsa. «Avevo intenzione di donartela proprio oggi, perché è ciò che più mi rappresenta: eppure ora non è come la vorrei, avendola danneggiata senza volerlo». La ragazza prese sorridendo dolcemente il dono tra le mani bianche e sottili, poi colse delicatamente dal prato una campanula violacea che fioriva poco distante. «Avrei voluto anche io donarti questo fiore che amo più degli altri, che più mi rappresenta, senza che mai si rovinasse: ma so che ora, cogliendolo, svanirà lentamente tra le tue mani. Eppure lo dono a te, perché anche noi svaniremo insieme al fluire delle cose, ma avremo sempre un luogo dove restare, qui tra di noi» disse porgendoglielo. E il ragazzo, accettando il dono, seppe come lei che il desiderio sotterraneo che li univa era durare insieme superando, forse, la forma che il tempo avrebbe portato loro via. Così rimasero abbracciati mentre il sole sorgeva o la luna saliva nel cielo, e fu allora che iniziarono a fondersi l’una con l’altro: i capelli di lei avvolgendo il volto di lui divennero una cosa sola, e le braccia di lui attorno alla schiena di lei cominciarono a farsi corteccia per proteggerla e accoglierla insieme al suo corpo, mentre i loro piedi affondavano nel terreno e la loro forma cercava il cielo, aprendosi a volta sopra il terreno erboso, ramificandosi in foglie ora dorate, ora argentee, che brillavano alla luce indefinita del cielo, mentre al centro della radura cresceva e rimaneva un grande albero nodoso e splendido nel suo apparire. Così si racconta che rimasero da quel momento: un grande albero al centro della grande radura di questa foresta, e spesso i poeti come te vanno a rendergli omaggio, cantando ai suoi piedi le proprie parole che hanno da donare a quel luogo e a coloro che lo abitano amandosi in fusione, e lasciando sui suoi rami ghirlande, fiori e doni votivi per la parola e ciò che può illuminare quando viene detta». La voce del vecchio iniziò pian piano a tornare al suo normale tono, e il fuoco diminuì il proprio volume, tornando al suo colore ordinario mentre il ragazzo abbacinato dalle sue fiamme si riprendeva, prima di rendersi conto delle lacrime che bagnavano le proprie guance. Ci fu un lungo silenzio tra i due, mentre le fiamme scoppiettavano di nuovo tranquille e gli alberi nella notte riposavano silenziosi sopra le loro teste. Il fumo saliva su nel cielo che faceva da luogo alle stelle, ma la luna quella sera non si scorgeva. Dopo qualche attimo, il ragazzo disse «Cercavo da sempre una durata nei miei giorni. Ora che ne ho sentito il racconto, ne ho in parte paura. Adesso, però, conosco cosa cercare tra i miei sentieri. Forse seguire il rumore dei rami aiuterà davvero».

  • Paolo Andrea Pasquetti, 26 Aprile 2021