consegnarsi a questo giorno di maggio
merendare di luce fino non poterne più
manomettere la rimembranza
l’Ottavo Giorno è adesso
è qui
– è un anno da questo tepore
quest’orizzonte in equilibrio perfetto
l’Europa ha dato alle fiamme
i residui
del suo inverno
rispolvera le danze, allunga la mano
apre le porte alla sua voluttà
Luglio
Le voci che salgono dal mare
salse, assolate, cristalline
di nulla hanno bisogno
nel bianco incandescente del meriggio
nell’oblio dell’aria azzurra
nella sabbia affinata dai millenni
sfumano le cose eterne
in un contorno tremolo, sottile
una fatamorgana dello sguardo,
abbacinante allucinata nudità
– com’è fragile
adesso, com’è evanescente anche la Parola
poi finiva l’estate, cedevo al vento
la primogenitura: ero piccola, lenticolare
mi apprestavo a sfamarmi di piccole cose
trafugate al tempo nella mia scarsella
poi i miei sogni sui sagrati dell’inverno
tenevo a modello il panporcino
quel suo fiorire dolce nel gelo delle cose
Non è detto, forse, che la parola non possa essere riposta alla luce delle cose del mondo tra la rimembranza e un nuovo evento che ogni volta si disvela di fronte all’occhio, al canto che cerca di tradurlo mantenendo però, allo stesso tempo, lo iato incolmabile che lo rende narrabile proprio perché tale. L’idea che riposa dietro la raccolta di Laura Costantini che oggi trova luogo con tre sue poesie da noi sulla Radura, Hortus Inconclusus (Puntoacapo Editrice, 2025), pare essere proprio quella di un racconto che assolva prima di tutto un’auto esegesi per chi, quella narrazione, tenta di produrla partendo dall’essere incastrati a fondo nel (proprio) tempo tra le cose: che sia il passato di una rimembranza manomettibile al ricordo stesso – in maniera direttamente proporzionale alla sua espressione lemmatica – o il presente che abbacina e dissolve e tenta il fragile della lingua l’esito sarà sempre la dichiarazione in versi dell’incontinenza reale di un limite.
In tal senso, la percezione di sfumatura dei contorni che l’io sostiene su sé stesso nel sentiero delle strofe non è, tuttavia, collegata tanto e solo ad un trauma insito nella legge dell’esistenza delle cose. Semmai e di più l’inconcluso diventa e lascia spazio all’aggiunta, al ridimensionamento della prospettiva che si offre, tra ritmo e affinamento linguistico, nell’ampliamento del proprio esserci. Tenere e riabilitare a nuovo dei modelli, camminare sul bordo delle stagioni non per soffrirne la confusione ma per lodarne il continuum che prelude a ciò che scorre più a fondo. Allora, la parola di Costantini diventa un preludio alla veglia, a ciò che ancora deve fiorire nello scarto dello sguardo, nell’attesa di una voce ancora più intenta nel mondo.
- Paolo Andrea Pasquetti, 4 febbraio 2026