Tre poesie da Formulario per la presenza di Francesca Innocenzi

Città di acciottolati liquefatti nella pioggia

città di vento e sole

                               di voci e di campane

e uomini vendevano gli stracci per vestire

giocosamente il nulla

   

città di mimi e attori

                                 di manicomi e di ospedali

dove noi ci salutammo frodati di risposte

sul gradino di un portone infranto

* * *

Quando ci si chiede di te si pensa

che il dopo è un codice a barre sul nulla

agonie da camera di tarli legnosi

                                                     che si sfrangiano

e si smateriano come cenere in un’urna

momentaneamente riposta

da offrire in pasto a un cetaceo di pietra

nella marina verde oltre il cancello

(a mia madre)

* * *

Il tempo anelato istante eterno

Il tempo anelato istante eterno

è caduto come miele sul selciato

   

il tempo, profumo di pruneto

rifugio e scampo al tuo corpo voluto

   

la ferrea leggerezza che in te ho accarezzato

stasera serbo

                  scherzo di brezza su salice muto

* * *

Nelle poesie di Francesca Innocenzi, tratte dalla raccolta Formulario per la presenza (Edizioni Progetto Cultura, 2022), la narrazione poetica si innesta su immagini giocate nello spazio tra similitudine e metafora per poi procedere da esse e dipanarsi, parola dopo parola, nell’assenza quasi assoluta della punteggiatura. Qui il ritmo è comunque offerto e orchestrato dalla costruzione spesso sfranta dei versi, i quali visivamente sembrano slittare quasi gli uni sugli altri, mentre la melodia prosegue tra una presa di fiato e una pausa a mimare, così, la sequenza di immagini e ricordi che si articolano attraverso il tempo soggettivo dell’io che le narra.

È appunto il rapporto col tempo che man mano si delinea nel canto: un legame che sembra caratterizzato dalla sua stessa perdita e, dunque, abitato solo nel ricordo dell’io che rammemora ciò a cui manca una risposta e una corporeità da toccare nel suo presente narrante. Un corporeità sostituita dalla vividezza delle immagini a loro volta ricordate quasi ad ingannarne, tramite la parola, l’inconsistenza tra le proprie mani. È in questo spazio, tra assonanze e verbi allitteranti tra di loro, che fluisce così il canto che ricorda le cose, attendendone il riscatto.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 24 Gennaio 2023

Tre poesie da Granelli di speranza di Benedetto Ghielmi

Granelli di gioia

Malinconica mancanza

   

il cuore tiene desto

il desiderio

di rivivere l’attimo.

   

Sacra e insensata gioia.

* * *

Paesaggi aperti

Ecco!

   

Con un battito

di ciglia,

mi esplode

dinanzi

la meraviglia.

* * *

Venerdì santo

Roboanti

frastuoni

di questa umanità

sanguinolenta.

   

Silenzio.

   

Desidero aggrapparmi

ai fili della speranza.

   

Dio tace

ma per amore.

   

Il silenzio di Dio

è il nostro

silenzio.

   

Ingrassare

di parole vacue

per dissetarsi

dell’acqua

della verità.

   

Quante parole

può contenere

il silenzio?

   

Speranza,

amore,

viatico di vita.

   

Viole disadorne

del colore

della vita.

Dio tace

per donare

luce alle povertà

dell’essere umano.

   

Ridestandoci,

rimettiamoci

a macinare chilometri

sul sentiero

della vita.

   

I salici coccolano

le nostre

cicatrici.

   

Silenzio.

   

Risvegliamoci

passo dopo passo.

   

Silenzio.

   

Ridoniamo vigore

alle nostre anime

intirizzite

dal digiuno d’amore.

   

Silenzio.

   

Dio non dorme

di fianco

alle nostre

esistenze.

* * *

Nei suoi testi, tratti dalla raccolta Granelli di Speranza (Ensemble, 2022), Benedetto Ghielmi mostra di fare uso di una sintassi poetica che quasi “deflagra” e si espande al centro della pagina, lasciando tra i vari gruppi di versi vallate vuote col compito di colmare la distanza che li separa. Eppure, a questa parcellizzazione della strofa, del canto, corrisponde un crescendo costante del ritmo: ad ogni pausa, ogni frattura del verso la melodia di fondo riprende fiato per darsi nella battuta che segue al vuoto che la attende ogni volta con ansia.

Così, attraverso l’uso preponderante di ripetizioni e allitterazioni il ritmo diventa narrazione riconoscibile attraverso lo scorrere cadenzato delle parole: ad esse è affidato infatti il compito – attraverso immagini vivide e metafore che pongono di fronte agli occhi del lettore forme e visioni – di ricordare ora all’io ora ai suoi interlocutori ciò che giace all’interno del sé e attende solo di essere disvelato e rimembrato, scandendo ad alta voce le parole che lo definiscono per evocarselo, di nuovo, davanti. Il canto allora diventa invito a riaccorgersi di se stessi, ad abbracciare le cose e proseguire sul proprio sentiero.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 21 Dicembre 2022

Asfissiare la poesia – Lele Adani, ovvero dell’idolatria del superfluo

Immagine creata con Midjourney

Non voler attribuire al gioco del calcio, il football o – per usare un termine foneticamente più coinvolgente – fútbol quell’elemento poetico che gli è innato è un lusso che solo il letterato chiuso nella sua alta torre d’alabastro può, forse, permettersi. Anche di fronte al cambiamento radicale che questo sport ha subito (in negativo) in maniera vorticosa nell’ultimo decennio tra esagerazioni di mercato e un divismo spasmodico e incontrollato di giocatori, tecnici e quant’altro, rimane ancora il suo elemento corporeo, la performance atletica e tecnica che, nel momento preciso nel quale viene eseguita sul campo di gioco, esprime quella fusione tra corpo e mente, linguaggio e azione fisica che coinvolge emotivamente e poeticamente lo spettatore in maniera ineludibile. Questo non è un tentativo apologetico nei confronti del calcio (tutt’altro) ma prendere di petto la questione della sua innata poeticità è centrale per quello che andremo a dire successivamente. Per il letterato o meno profano del tema ci viene in aiuto Pasolini, che esprime il concetto con una certa chiarezza:

Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato. Infatti le “parole” del linguaggio del calcio si formano esattamente come le parole del linguaggio scritto-parlato. Ora, come si formano queste ultime? Esse si formano attraverso la cosiddetta “doppia articolazione” ossia attraverso le infinite combinazioni dei “fonemi”: che sono, in italiano, le 21 lettere dell’alfabeto. I “fonemi” sono dunque le “unità minime” della lingua scritto-parlata. Vogliamo divertirci a definire l’unità minima della lingua del calcio? Ecco: “Un uomo che usa i piedi per calciare un pallone” è tale unità minima: tale “podema” (se vogliamo continuare a divertirci). Le infinite possibilità di combinazione dei “podemi” formano le “parole calcistiche”; e l’insieme delle “parole calcistiche” forma un discorso, regolato da vere e proprie norme sintattiche.[1]

Il giocatore sul campo da calcio riesce, dunque, ad articolare ed esprimere un vero e proprio linguaggio che lo spettatore riceve, incamera dentro di sé e comprende – più o meno – a suo modo e secondo il modo del calciatore stesso. Quello che avviene, in sostanza, quando si legge una poesia. E Pasolini, infatti, si spinge oltre: «Ci sono nel calcio dei momenti esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del “goal”. Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. […] Anche il “dribbling” è di per sé poetico»[2]. C’è, quindi, poesia nel calcio: una poesia che ha a che fare, probabilmente, proprio con quel momento di unità tra corpo e mente in una danza che attraverso le sue mosse, i suoi dribbling e colpi inaspettati svela agli occhi di chi li “legge”, li assorbe, un lato del mondo finora non preso tutto sommato in considerazione. Insomma, interviene durante la visione del fútbol nella sua veste poetica, più autentica, quello shifting continuo tra ispirazione e razionalizzazione a posteriori[3], quel momento di aggressività dei sentimenti aggrappata alla rete che si insacca seguita dalla lucida rielaborazione dell’atto appena concluso. Un rapimento estatico che, seppur in forme sportive differenti, afferrava anche Leopardi di fronte alle gesta del suo vincitore nel pallone, tanto da fargli rimembrare l’ebbrezza di una vita alla giornata, oltre la noia e infangata dentro i rischi di ogni giorno:

Nostra vita a che val? solo a spregiarla:

beata allor che ne’ perigli avvolta,

se stessa obblia, nè delle putri e lente

ore il danno misura e il flutto ascolta;

beata allor che il piede

spinto al varco leteo, più grata riede.[4]

La comunanza tra calcio e poesia – nella sua forma linguistica a noi più conosciuta – nell’aprire momenti vitalistici assoluti in grado di afferrare le nostre corde più profonde è quindi stata notata più volte da chi, il poeta sulla carta, lo fa o lo ha fatto di mestiere. È, dunque, nell’osservare il gesto atletico e tecnico del giocatore che noi percepiamo il suo dire poetico, il suo tentativo (più o meno consapevole) di esprimere la sua visione delle cose al momento del tocco della palla che può colpire i nostri sensi e rimandarci a uno stato di connessione con quell’attimo, impastando insieme corpo e psiche.


È proprio qui che interviene, a fare da intermediario fisico e non (come la carta tra poeta e lettore), il telecronista con la sua narrazione. Già, perché nell’epoca della fruizione audio televisiva del gioco del calcio avviene quella curiosa forma di aggiunta narrativa che è la telecronaca sportiva. Spesso, come il filologo dietro un’edizione di successo, dato per scontato e mai analizzato del tutto, il telecronista assume il ruolo fondamentale di narratore del gesto poetico che lo spettatore testimonia assieme a lui: in altre parole, aggiunge al linguaggio fisico – ripensiamo a Pasolini – del calciatore il linguaggio verbale vero e proprio per parafrasare (tentando di mantenere il più possibile il nocciolo poetico al suo interno) l’atto sportivo trasmesso dallo schermo agli occhi del telespettatore. L’onere del buon telecronista è, dunque, cosa non da poco: cercare di camminare parallelamente all’evento che osserva e rendere a parole ciò che esso rappresenta in sé stesso. A seconda del tipo di telecronista che si trova dietro ai microfoni potremmo avere, nel peggiore dei casi, una mera parafrasi molto prosastica e molto poco poetica di quello che vediamo o, nel migliore, una fusione quasi totale del linguaggio verbale del telecronista con quello fisico del giocatore sul campo da calcio tra emotività pura e abilità discorsiva sopraffine: è lì la poesia doppia, curiosamente e indescrivibilmente, sé stessa e lo spettatore non può che beneficiarne. Il telecronista è dunque il narratore aggiunto che, a seconda dei casi, può scegliere di essere mero traduttore del gesto tecnico o suo cantore posseduto come un rapsoda: in genere la maggior parte della telecronaca staziona in una sorta di via di mezzo ad oggi, tra tanti urlatori e pochi narratori o semplici accompagnatori delle azioni.

Qui si inserisce con prepotenza Lele Adani, rapsoda autoeletto in questi campionati mondiali di Qatar 2022 del fútbol dell’albiceleste e, neanche a dirlo, del suo uomo par excellence all’ultimo grande palcoscenico internazionale: Lionel Messi. La telecronaca di Adani, in questo senso, aspira ad essere un vero e proprio, instancabile e fedelissimo proemio ad ogni azione della Pulga e dei suoi compagni, conscio più di ogni altro della poesia innata nei piedi del fuoriclasse argentino. Tuttavia, è proprio questa incontenibile necessità di raccontare al mondo la grandezza della poesia del calcio argentino – ancora Pasolini affermava che «Il calcio in poesia è quello del calcio latinoamericano»[5] – che lo porta a un inevitabile quanto grottesco fallimento, una dissonanza stridente nel pieno del canto degli aedi latinoamericani sul campo. Adani si ingobbisce sul microfono, grida con la voce forzatamente spezzata ad ogni singola giocata del suo idolo gettando fuori frasi voluminose e contorte, luculliane, ai limiti del gioco linguistico fine a se stesso, tra slalom tra i cammelli del deserto e il riannodare i fili del proprio destino fino a Rosario. Al suo fianco un posato e sempre più sconfortato Bizzotto, partita dopo partita, che lentamente si arrende alle incursioni del suo infervorato compagno di microfono, riuscendo a comunicare col suo silenzio allo spettatore una sorta di compassionevole invito alla comprensione della situazione. In questi frangenti, personalmente, avverto il problema insito nel commento tecnico di Lele Adani: il suo non è un tentativo vero e proprio di accompagnare l’atto poetico nella sua controparte verbale fino all’orecchio del lettore/spetattore, quanto piuttosto un vuoto riverbero della sua ossessione per il poeta con il numero 10 sulle spalle. In altre parole, Adani non vuole realmente aggiungere con la sua voce poesia alla poesia che ama, tutt’altro: Adani aspira semmai ad essere la glossa erudita dei passi danteschi di Messi, salvo poi inevitabilmente fallire. Questo perché la sua glossa non si risolve nel commento tecnico, ma nell’esaltazione fintamente irrazionale, simulata da una passione certamente genuina ma distorta, del gesto atletico.

Qual è allora la conseguenza, inevitabile e grave per la poetica calcistica, della telecronaca di Adani? Quella, verrebbe da dire piuttosto schiettamente, di asfissiare la poesia del calcio, stringerla con foga tra le mani urlandole in faccia il proprio amore smodato, quasi a recitare la parte del glossatore e critico di fama internazionale dei versi albicelesti. Quella di Adani infatti finisce per essere non la glossa di un erudito della poetica calcistica: semmai, assomiglia di più alla frase esaltata al lato della pagina del commentatore improvvisato, che non coglie e non riesce a trasmettere agli altri la poesia del suo idolo – letterario e non – ma piuttosto nausea il lettore e lo porta quasi a detestare l’opera che ha di fronte. In tal senso, la telecronaca di Adani in questi mondiali che ci ha accompagnato e, con ogni probabilità, ci accompagnerà fino alla finalissima di domenica prossima, rappresenta al meglio ciò che non si deve fare quando si legge e si parla di poesia agli altri: l’esaltazione forzata, la ricerca del tecnicismo tanto cesellato quanto grottesco e senza senso da incastonare nella propria critica esposta agli sfortunati uditori intorno. I cammelli e i maradoneggiamenti di Adani finiscono così per creare una sorta di misticismo sterile che, ad ogni tocco di Messi, umiliano la poesia che traspare dagli strappi del fuoriclasse e la relegano all’angolo delle sue grida grottesche. Lele Adani, infatti – e chiudo – non fa nessuna delle due cose che un telecronista può scegliere di fare quando si siede davanti al microfono di uno stadio: né commenta il gesto poeticamente tecnico (o tecnicamente poetico) né – cosa ancora più rara nelle telecronache di oggi – narra al telespettatore ciò che accade e le storie che stanno dietro a quello che si svolge sul campo. Grida ansimante i suoi commenti al lato della pagina e la poesia appassisce, il canto diventa dissonanza. In questo senso l’adanismo è la perfetta autorappresentazione dell’idolatria del superfluo: nessuna narrazione, appunto, né reale descrizione tecnica ma solo il grido esasperato della pura e strabordante estetica fine a se stessa, che nelle immaginazioni di tuareg nel deserto inginocchiati ai piedi di Messi diventa impacciato caos linguistico barocco, voce strozzata di un (involontariamente falso) profeta invasato. Il fútbol rimane allora inquinato da quella tendenza, tutta contemporanea, della fascinazione per l’estetica antinarrativa che, ad esempio, trova nella serialità televisiva e nella cinematografia in genere la sua controparte nella ricerca del plot twist esagerato e voluminoso, della fotografia lussuriosa e della concentrazione spasmodica sull’unica performance della star al centro di tutto, lasciando alle spalle il resto: non c’è, appunto, narrazione e poetica ma solo il grido autocompiaciuto del regista e dei suoi collaboratori dietro la macchina da presa, come le sgroppate e gli sbuffi vocali del nostro telecronista-vate accanto al malcapitato Bizzotto.

Come vademecum per la finale e le prossime gesta calcistiche che avranno la sfortuna di essere accompagnate dall’asfissia antipoetica dell’adanismo, allora, teniamo a mente le parole di Rilke:

In verità, altro soffio è il canto: un soffio

nel nulla. Un alitare nel Dio. Un vento.[6]

   
  • Paolo Andrea Pasquetti, 15 Dicembre 2022

[1] Pier Paolo Pasolini, Il calcio “è” un linguaggio con i suoi poeti e prosatori, Il Giorno, 3 gennaio 1971.

[2] Ivi.

[3] E torniamo, come abbiamo già fatto più volte qui su Radura Poetica, ad Owen Barfield, Poetic Diction, A Study in Meaning, Faber & Gwyer Limited, London, 1928. pp. 105-7.

[4] Giacomo Leopardi, A un vincitore nel pallone, in Canti, Bur Rizzoli e Mondadori Libri S.p.A., Milano, 2018, vv. 60-5.

[5] P. P. Pasolini, Il calcio “è” un linguaggio con i suoi poeti e prosatori.

[6] Rainer Maria Rilke, I sonetti a Orfeo, I 3, traduzione di R. S. Virgillito, Garzanti, 2019, vv. 12-4.

Tre poesie da Il tuo sacerdote di Gian Piero Stefanoni

Esodo

È storia ora di vocine,                                                                                                          

di piccoli alberi abbattuti dai nidi,                                                                                         

di sottocolpi scanditi tra fratelli.

   

Avevamo dimenticato il fiume,                                                                                            

pensavamo fosse salda la barca                                                                                                 

nascosta nella pelle ogni distanza.

   

Ma di questo si nutre la plancia                                                                                           

nella scorta delle offese residue.

   

Chi cerca il timone vede la costa,                                                                                          

non sente i colpi che dietro                                                                                                   

si affollano dai pesci.

* * *

Il mio sacerdote

Esce tra i banchi cercando qualcuno.

Ha sentore di pietra composta nel legno.

   

Dove è buio è solo l’uomo,                                                                                                          

teme d’esser venduto; ha davanti                                                                                                                    

una domanda di pane, una città che muta                                                                                                  

entro una strana apostasia di pensieri.                                                                                              

   

Qui resta il mio sacerdote-                                                                                                                 

e ricomincia- al collasso della parola.

    

Perché ogni mano è stata sulla croce                                                                                              

nella divina follia del creato.                                                                                             

* * *

La terra

La terra è questa e non muta                                                                                                  

e povertà nega l’amore                                                                                                                     

ma Cristo crede e resta nella carne,                                                                                                               

Cristo crede ed eccede; spezza                                                                                                       

di nuovo il pane, versa ancora da bere.                                                                                                                        

   

Ha desiderio di noi- e fede-                                                                                                                                        

la contrazione che presiede al travaglio,                                                                                                                                        

l’atto che nasce da quel volto.                                                                                                              

   

Non rompe né spiega la fedeltà                                                                                                      

l’ordire sulla soglia, la leva                                                                                                              

senza nome della morte.

* * *

Nei versi di Gian Piero Stefanoni, tratti dalla raccolta Il tuo sacerdote (2022, dal blog La poesia e lo spirito), il ritmo si contrae in gruppi ristretti di versi, di strofa in strofa, quasi a singhiozzo. In tal senso, la particolare scansione musicale del verso sembra mimare quel collasso della parola che l’io canta nel suo racconto poetico dove, sotterraneamente, voci minute narrano la storia che nel frattempo accade legando strofe e versi dall’uso ripetuto e cesellato di assonanze.

È un mondo, una terra, quella descritta immutabile e caotica all’interno della quale l’io-Everyman si muove al buio tra pietre e legni duri e freddi che rimandano ai colpi subiti sul sentiero multiforme intrapreso: dentro di esso l’uomo porta con sé una domanda inesaudita e dimenticata mentre naviga a vista sulle maree terrestri. Tuttavia, è qui che si innesta una fede all’interno della quale riposa un riscatto, una risposta che eccede sempre la richiesta e la domanda stessa dell’uomo in un conforto: essa non spiega le sue ragioni ma ristora, riaccendendo all’interno di sé un mutamento che gridi alla storia.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 6 Dicembre 2022

Tre poesie da Recupero dell’essenziale di Michela Zanarella

Fidarsi della luce che ritorna

Fidarsi della luce che ritorna

nello stesso tratto di cielo

darsi appuntamento tra le curve della luna

i sogni nel mezzo l’alba con la voce di un’attesa

trovarsi a rovistare silenzi tra residui di stelle appena la

notte si congeda

poi schiarire memorie e puntare il cuore dritto al sole

come se fosse la rotta di una meta sicura

chissà se l’amore percorre lo stesso sentiero di giorno

e ogni gesto è la copia fedele di ciò che pulsa al buio

sopra le nuvole

magari il posto dei nostri abbracci non cambia.

* * *

Gli echi della vita già stata

Arrivano a raffica sparsi

gli echi della vita già stata

stanno sotto protezione degli astri

le volte che ci siamo amati

con tutta la volontà delle ossa.

Mi fanno visita scalzi i ricordi

dall’alto di un silenzio che conosce il resto

di una notte tanto vicina quanto lontana.

Si è decisa a ritornare la stessa luna

che ci aveva abbagliato gli occhi

è venuta a dirci che per luglio

dovremo stare in ascolto della ginestra

dovremo riabituare il corpo

ad uscire dal tempo

l’estate è sulla punta della memoria

non si scosta dalle eternità pronunciate.

* * *

In qualche mondo

In qualche mondo

la distanza di terra, aria, pensiero

diverrà neve calpestata, luce respirata dallo stesso lato

alba che sa guarire le sbarre di un confine.

Avranno dimore così vicine le nostre esistenze

che sarà sufficiente tenere l’andatura del sole

tra le piante di tè.

Potrebbe accadere che l’orizzonte chieda

di avvicinare più germogli alla luna e che una notte remota

acconsenta.

La vicinanza è un’alba annunciata sopra un corpo di stelle

che sfocia tra rami d’argento.

* * *

Nelle sue poesie, tratte dalla raccolta Recupero dell’essenziale (Interno Libri  Edizioni, 2022), Michela Zanarella fa uso di una rarefazione della punteggiatura portata, a volte, quasi allo stremo dove però il ritmo, l’andamento sintattico di un verso dopo l’altro sono dati dalle numerose assonanze poste alla fine dei versi stessi. C’è, dunque, un fluire riconoscibile dato dai suoni delle parole che si legano le une alle altre formando, di conseguenza, un sentiero attraverso il quale il racconto poetico può distendersi.

È nella narrazione che, infatti, emerge con chiarezza il tema della memoria di sé e degli altri che ruotano attorno ad esso e, accanto (o meglio, sopra) a questo, l’elemento celeste tra le sue varie forme (dal vento alla neve), i suoi momenti (dall’alba alla notte) e i suoi attori principali (il sole, la luna, le stelle).  Così, ogni ricordo dal quale scaturiscono immagini narrate si lega metaforicamente – ancor prima che visivamente – al cielo e, soprattutto, alla sua luce che sembra allungarsi e toccare i ricordi terrestri. Non importa se questa luce sia notturna o diurna, quanto piuttosto come la sua tangibile presenza ribadisca una sorta di continuità con degli spazi superiori percepiti come eterni e ad i quali ispirarsi, per i quali nutrire una ricongiunzione che nel qui-e-ora dell’io poetico è annunciata ed allusa, nel frattempo, dalla parola. In questo senso, allora, il sentiero terrestre narrato dalla pagina alza costantemente lo sguardo sopra di sé, nell’attesa di un parallelismo che si risolvi in una fusione.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 22 Novembre 2022

Tre poesie da Affreschi strappati di Giuseppe Settanni

la ragnatela appesa al ramo del castagno

e i capelli genuflessi

   

il passaggio è aperto ma

sembra un’arpa in decomposizione

ammutolita dal troppo rumore

   

la bocca si è sciolta tempo fa

nei vigneti di mio nonno

bruciati dalla fatica

   

un invito

a cui ora non so più rispondere

* * *

dovevi soffocarla nel sogno

la tua metà imprecisa

   

evitare il contagio

ti sembra poco?

   

il platano davanti a te

ha una cavità:

potresti nasconderti

in quello spazio umido

* * *

più di quanto io riesca

a deglutire

con i denti insanguinati

   

il corridoio, una scia che va

e viene

tra odori fecali e scissioni

   

a una cicatrice di distanza

dall’ultima salvezza

   

il cloroformio affama, afferra

con artigli da simulatore

   

limitare i danni

   

appassirsi

* * *

Nella poesia di Giuseppe Settanni – con suoi i versi tratti dalla raccolta Affreschi strappati (Edizioni Ensemble, 2022) – emerge chiaramente, tanto sul piano sintattico quanto su quello estetico, una tensione alla disgregazione formale e lessicale, al disperdersi nello spazio bianco del racconto poetico che mima così la dispersione interna dell’io il quale, inevitabilmente, si ritrova ad usare parole che fanno da eco a questa realtà interiore frammentata. In maniera interessante, ogni “frammento” da cui il singolo testo è composto evoca, attraverso l’uso di parole concrete tra aggettivazioni forti e termini specifici, immagini ruvide e tuttavia fortemente evocative: una sorta di isole di eventi a sé stanti che la parola poetica raggiunge saltando da una riva all’altra, da una strofa a quella seguente per annotarne, tuttavia, il loro rimanere all’interno di un medesimo arcipelago narrativo che allude ad una sua voce e continuità propria.

Sfruttando la brevità dei versi, il ritmo che ne consegue risulta conciso e scandito con forza da ogni interruzione narrativa: il risultato è una serie di sentenze poetiche narranti che, seppur nella loro concisione, riescono a rimandare il lettore a spazi di senso ulteriori da approfondire. In questi paesaggi di parole disperse sembra, nonostante tutto, rimanere aperto un passaggio per una ricomposizione che, però, è ancora di là da venire: la voce e gli strumenti del canto sono, appunto, disgregati e non possono accoglierne l’invito a proseguire. Forse la durata riposa nel ritmo che ancora, lievemente, lega tra di loro le parole dell’io.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 9 Novembre 2022

Tre poesie di Doris Bellomusto

Molte cose

Molte cose

sono immanenti e fragili,

senza radici

fluttuano nel tempo

che non hanno,

finiscono prima di iniziare,

iniziano con impeto

e sono anelli perfetti,

cerchi chiusi,

circonferenze morbide

senza angoli né spigoli.

Queste cose accarezzatele piano

come fossero un cane

bastardo

testimone d’amore e solitudine.

* * *

L’ora delle cose impossibili

Se mi cercate,

sono nascosta

fra le lettere del mio nome

che nessuno pronuncia mai

per intero,

questo nome che mi spaventa a morte

quando si stende dalla prima all’ultima lettera, perché non sembra mio

e mi sembra così stanco da voler sparire.

Sono nel vento che asciuga capelli e lenzuola;

nella mia fantasia infeltrita,

sulla punta della lingua,

pronta a sciogliersi in

baci

e parola

per chiedere alle nuvole che ora è.

È l’ora delle cose impossibili.

* * *

Tityrem tu patulae

Tityre, tu patulae

recubans sub tegmine fagi

spezzo il verso

come fosse pane

e fra me e me mi pasco

di nuvole, prati e briciole di pane,

quelle che raccolgo

nel silenzio della sera.

Come pane duro fra i denti

mastico forte il tempo che fugge.

* * *

Le poesie di Doris Bellomusto si caratterizzano sin da subito per i versi spezzati e irregolari che le costituiscono, quasi a mimare la ricerca affannosa delle cose che canta l’io attraverso il racconto poetico che avanza a singulti e, tuttavia, resta legato da un ritmo che trova la sua coerenza interna tra ripetizioni lessicali e parole derivate inanellate con decisione l’una dietro l’altra. Così, ogni verso suona ben scandito dall’uso mirato e misurato delle pause sintattiche mentre si accorda, nel frattempo, alla musica, ai suoni lessicali di quelli che lo precedono e lo seguono.

Attraverso questa costruzione poetica spicca, come accennato, la ricerca da parte dell’io – che utilizza la stessa, implicitamente, per raccontarsi – di una vicinanza assoluta, tattile e verace con le cose del mondo esterno per trovare una comunione con esse. Da qui dunque il “gioco” della poesia nel senso stesso del lusus (come quello con la citazione dei versi virgiliani) attraverso le cui parole, i cui espedienti retorici (su tutti, la similitudine spesso a chiudere visivamente con forza il singolo componimento) poter dare consistenza, corporeità a quelle cose percepite forse come sfuggenti e incorporee tra le proprie dita. Così, la parola poetica rassicura sulla loro esistenza e, di riverso, su quella di chi utilizza la poesia stessa per confermarsi all’interno del mondo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 14 Ottobre 2022

Tre poesie da La vita là fuori di Mariapia Crisafulli

L’alter

Ti lascio i miei volti

rubati in stazione

Tutto l’umano che conosco

e possiedo

sta lì

   

Se impari ad amarmi

è perché ami loro

Se imparo ad amarti

è perché ho amato in loro

la trascuratezza

che il mondo riserva

nel rincorrere

i treni

in quelle mattine

uguali alle sere

[buie e fiacche

   

Hai mai visto qualcuno dormire

su un treno? – Sì che l’hai visto –

Ma il chiacchiericcio dei suoi pensieri,

il peso dei sogni interrotti

(dalle sveglie, nelle fermate…)?

   

Questo ho scoperto nei volti

dispersi e ammassati

tra le banchine e i sottopassi

in cui usuro le cicche

   

E questo ti lascio

mentre ti stringo

se ti sento annegare

mentre mi stringi

e mi scopri sfiorire

nella corsa dei giorni

* * *

La misura delle cose

La storia si conta per secoli

La vita per decenni

   

E i giorni per cose fatte o da fare

E le notti per occasioni consumate

o perdute

   

Le poesie si contano per fogli sparsi

come le case per finestre accese

in attesa di un ritorno

o intimando un addio.

* * *

Constatazioni

Potrei cantare le visioni dei vivi

i presagi che i morti sussurrano loro

aprendogli il varco dall’altra parte

   

Ma la mia mano è ferma

e il mio sguardo veglia sulle cose

che tocco e respiro

   

I morti mi vivono dentro e mai accanto:

viviamo qui insieme

[nessuno muore ancora

   

Là fuori c’è solo la vita

* * *

Le poesie di Mariapia Crisafulli, tratte dalla sua raccolta La vita là fuori (Macabor, 2021), si palesano attraverso versi spesso irregolari che mimano un andamento alterno e avvolgente mentre l’io, da dietro le parole, distende il suo canto man mano. In questo percorso metrico, tra una strofa e l’altra, molta attenzione è riservata in maniera chiara e precisa alla musicalità che scorre nei componimenti stessi: in particolare l’uso di anafore e altre ripetizioni dà luogo a un ritmo cadenzato, a volte quasi rituale mentre si aprono davanti agli occhi del lettore le immagini evocate dalle parole. A completare il canto, le varie rime e assonanze inserite spesso negli spazi tra i versi dove si muovono i punti significativi della narrazione poetica, aumentandone così il climax ed esaltandone il senso.

All’interno di questo racconto emerge con forza e delicatezza al tempo stesso la ricerca di una presenza amata attinta tuttavia a partire dalla sua assenza: essa non sembra coincidere con un solo punto focale della vita, con una sua singola entità, ma con la vita stessa mostrandosi come ostinata resistenza a uno scorrere del tempo, dei giorni, avvertito con ansia attraverso immagini sia quotidiane sia di una storia più generale e umana. Così, anche la morte che emerge da tempo rimane all’interno e non accanto mentre l’io aderisce ancora alla vita toccandone le cose: c’è ancora un sentiero da seguire, mediato dalla poesia, dove trovare un ritorno.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 29 Settembre 2022

Tre poesie di Simone Migliazza

Al centro dell’estate, nel calore,

s’é fatto asciutto d’un tratto il parlare

delle cose: la casa, il mare, gli alberi

non dicono che sé stessi. Aderire

alla vita ha un prezzo di silenzio: vivere

e basta, semplicemente. Solitudine

insondabile, estranea mia ombra.

* * *

É già tempesta ai monti. Un borbottare

si fa strada in città, sui tetti e i muri

s’allunga un’ombra. “È morta. La sorella

di Anna, dico. É morta”, fa una voce

per la via. Si perde la risposta.

Fare cose da vivi, con del pane

e pomodori mangiare. Non serve altro.

* * *

È indaffarata una mosca a ronzare

dentro casa, di tutto s’interessa:

pareti, costole di libri, piatti

lasciati ad asciugare. Inesplorato

mondo il mio vivere ordinario, dove

grattare via la carne dalle ciotole

dei gatti a lei sa quasi d’eldorado.

* * *

Nelle poesie di Simone Migliazza spicca sin da subito l’attenzione per le cose “minute” del vivere quotidiano che, cantate dalla poesia, riescono nel loro tentativo di non dire altro che sé stesse, trovando un’efficacia del loro stesso significato di fronte all’io che le osserva proprio grazie alla loro semplice, asciutta ed essenziale presenza che resta lì, ineludibile. Questa efficacia dell’essenzialità del dire poetico si rispecchia, formalmente, nella costruzione dei versi stessi: il ritmo è scandito in modo certo e puntuale da un uso deciso della punteggiatura che, delineandosi man mano, dà luogo a brevi frammenti quasi, sentenze che si susseguono l’una dietro l’altra in maniera ordinata.

Tuttavia, lo stesso uso non casuale di assonanze e rime crea un collante, una linea unificatrice per ogni singolo pensiero poetico formando un canto che, appunto, trova una sua unità narrando le cose semplici e immediate attraverso un io che sceglie con cura ogni singola parola per mantenere viva la loro efficacia di senso. Così, le cose stesse della quotidianità narrata trovano un’unità tra di loro, un significato ultimo che le parole sembrano suggerire e indicare a chi sta loro di fronte, in attesa.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 21 Settembre 2022

Tre poesie di Valentina Cottini

Disaccolgo

io non sono resistente non sono un corso d’acqua non corro lo stesso oltre l’ostacolo ricavandomi un nuovo sentiero io sono

la diga

sono la diga e talvolta l’acqua ferma

e sono così stanca della narrazione

reticente

della retorica delle donne

resilienti

io sbaglio taglio mi pento mi dolgo dei miei peccati

perché peccando ho meritato i tuoi castighi

e mi dolgo dei miei castighi perché li ho meritati perché io sono non sono affatto mai divenuta una donna forte

io poltrisco dentro alle federe usurate dei cuscini da notte

mi fingo ribelle esule persino mi fingo eretica e invece pratico

l’ortodossia ogni mese

quattro giorni al mese ventotto anni dovrei avere già un figlio secondo alcuni

(mio padre lo vedo che freme vorrebbe

sapermi meno sola)

ma il mio corpo non è adatto

ad accogliere

il mio corpo è negligente e si nega

alla gente

si nega

a me stessa si nega

e prega

* * *

Stratega

quand’è che arrivi? mi hai detto che vieni

e da allora

aspetto ogni ora che tu

mi dica: non vengo più

   

(sarebbe perfettamente normale:

amare è un fatto del costruire;

la strategia si pone come obiettivo la compensazione della reciproca malattia;

come faremmo mai io e te

con tutta questa

malinconia?)

* * *

Prosaica

tutta questa bellezza e io sempre

così distante immacolata

volgare vergine di provincia

ai santi le cose dei santi

* * *

Nelle poesie di Valentina Cottini spicca con forza l’assenza completa di punteggiatura a favorire un ritmo della narrazione poetica, verso dopo verso, quasi straripante tra ripetizioni scandite e puntuali delle parole e quasi ossessiva nell’impastare un flow – per utilizzare un termine che sembra adatto ai testi in questione – che riporta a volte al più genuino esempio di poetry slam. In questo fluire narrativo, tra impennate e salti metrici, si scorge il forte uso del proprio corpo come luogo esposto alle sofferenze e agli urti che l’io racconta e rivolge su di sé, una mappa attraverso la quale cantare la propria indisposizione verso categorie sentite non proprie e asfissianti, il rifiuto di far colare il proprio essere in forme predefinite alle quali non ci si può più permettere di adattarsi.

Attraverso questo spazio aperto grazie alla parola poetica, ai suoi ritmi a velocità e direzioni alternative da seguire, sembra aprirsi a sua volta la possibilità per l’io di ridefinirsi come donna, come corpo a sé stante, di abitare i luoghi vincendo il sentimento di una lontananza dalla bellezza delle cose che circonda: trovare così, nonostante la malinconia del mondo, una forza d’amore che sia, appunto, tra le varie forme attraversate, un costruire e trovare, un trovarsi insieme e un luogo dove stare.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 13 Settembre 2022