Tre poesie di Marco Levi

La ragazza trovata all’alba

le sneakers quasi sfiorano

la terra, la testa

non si vede

occlusa da foglie.

* * *

Il Bosco verticale mi fa piangere

non è un bosco normale

è un bosco fantasma.

Il Bosco della droga non respira

discende

fra rami di suini.

Rogoredo è più bromuro.

   

Boschi che si osano su Marte

boschi abbandonàti ai suicidi;

sradicato per le rètine l’Adàm

senza limite l’andare.

   

Oh, profumasse ancora il bosco

la corteccia la rugiada

l’elettrone nello stagno

il ragazzo

e la fanciulla fra le foglie

cellule vicine

a dove si è sbocciati.

* * *

Satana brucia gli alberi di notte

perché gli alberi respirano padre

madre degli umani tutti separa

seziona svergina riserve liguri

che poche ci canteranno cicale.

   

Estirpa l’ossigeno come erbaccia

totem pianta nella terra il suo big bang

fosforescente forte soffocare.

   

Lascia sui sentieri i suoi escrementi

fazzoletti per il bosco di San Rocco.

* * *

Nelle poesie di Marco Levi emerge sin da subito una certa predisposizione a giocare con la costruzione dei versi, andando a creare un percorso particolare. Da qui, ad esempio, l’assenza prolungata della punteggiatura che va a legarsi ad una scansione di ogni singolo verso quasi a scatti, ritagliando ogni volta dei brevi momenti di lirismo ognuno dei quali perfettamente a sé stante: come se, all’interno dei vari componimenti, si inanellassero uno dopo l’altro degli haiku non ordinari. A volte la tensione dell’autore a forzare il ritmo e la sintassi poetica lo spinge ad arrivare, in particolare al giro finale delle strofe, a momenti di ermetismo nel frenetico accostamento ritmico di nomi, avverbi, verbi etc. gettati sulla pagina bianca in sequenza ininterrotta.

D’altra parte, nel racconto poetico vero e proprio spicca l’elemento naturale e, in particolare, quello del bosco utilizzato come luogo e metafora di storie dure e sofferenti, i cui elementi vegetali ora celano con dolcezza ora invece svelano in maniera cruda. È questo bosco a cui l’io però guarda con nostalgia come immagine di una purezza incontaminata e lontana nel tempo e ora, forse, irrimediabilmente corrotta dagli eventi che vi si svolgono all’interno e dei quali l’io stesso decide di farsi sofferente cantore: attraverso il canto il bosco comunque rimane, tra ricordo e sofferenza.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 30 Giugno 2022

Tre poesie da La scoperta del fuoco di Guglielmo Aprile

Il segreto degli aquiloni

Non al mondo appartieni ma a una favola,

tu a diverse altitudini

viaggi rispetto al traffico e alla folla,

e sai che sogni cullino

gli aquiloni dormienti sopra i tetti:

tu non abiti i nostri

cunicoli scavati nella cera,

tu non indossi questi

severi brutti abiti di pietra,

ma dall’incantesimo nata

di una notte d’agosto, tu figlia

dei rami che alle prime ore un brivido

di voli squilli odori

e cicale impazzite

a farti festa scuote;

   

tu sai di quale reame segreto

vadano in cerca i pollini

e tutte le cose che viaggiano

sospese a mezz’aria e non hanno

quasi peso, e alle rotte

del vento ad occhi chiusi si consegnano.

* * *

Ti porta lo scirocco

Non mia né di nessuno, è allo scirocco

che appartieni, e non alle mie mani

ma alle cavallerie del sud che l’oro

dell’estate saccheggiano dai campi

e in scia alla loro fuga lo disperdono.

   

E ascoltandoti apprendo un’altra lingua,

giorno per giorno: non quella del mondo,

ma quella delle conchiglie e degli alberi:

intraducibile, in codice, oscura

a chi non ti abbia mai vista sorridere.

* * *

Tu che sei di ogni alba testimone

Le tue labbra, asse e vertice

delle orbite siderali, e archivio

di miti e cosmogonie; tu precedi

la prima spiga, e schiudi

i cancelli all’estate

quando irrompe e sprigiona fiamme e oro

dalle labbra dell’erba; e nel tracciato

delle nuvole fissi

cardini e punti chiave di una nuova

teologia: è te che tutto ciò

che splenda o voli

venera; ed è la rosa

della tua bocca un tempio

dentro cui un cieco

ogni giorno entra e aspetta che esca l’alba.

* * *

La linea guida principale dei testi poetici di Guglielmo Aprile, tratti dalla raccolta La scoperta del fuoco (Leonida Edizioni, 2022), pare essere quella di un dialogo ininterrotto con un tu sempre presente come funzione principale del movimento delle parole verso di esso. Un tu che spesso si fonde – ogni volta che l’io poetico tenta di definirlo davanti ai suoi occhi – con le immagini e le sensazioni del mondo naturale circostante. Da qui, infatti, scaturiscono immagini idilliache che trasportano la narrazione dei versi nello spazio indefinito e atemporale di una rivelazione: è proprio grazie al passaggio promesso e atteso di questo tu che, dischiudendo nuovi luoghi in cui ritrovarsi in altrettanti nuovi modi, l’io apprende una nuova lingua, nuove parole per dire le cose all’interno di un’intensa ed erotica fusione con la natura.

In questo contesto, spiccano i numerosi enjambements a legare i versi in questa tensione avvolgente assieme ad assonanze interne e inversioni come quasi a scandire un ritmo stabile, ben definito e posseduto con fermezza dall’autore. Allo stesso tempo, questo tu inseguito con le parole ed agognato in tutto ciò che può donare a chi sia testimone del suo passaggio si assesta in una particolare e assoluta dimensione di non appartenenza: né dell’io né di altri ma solo di quell’universo naturale di cui è espressione ed ipostasi tra amore e quasi religiosa deferenza. Così il dialogo cresce e nutre il cammino durante il suo percorso tra parole ed immagini.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 16 Giugno 2022.

Tre poesie da C’è un sacco di spazio sul fondo di Elisa Malvoni

15:00

È tutta mia

la penultima fermata

a cui si arriva

per asfalti di periferia.

È ferma l’afa,

la agita la corriera

sbuffando in ripresa

sulle erbe aromatiche

appese alla via stretta.

Una nube grigio-nera

si rarefà sulla piazzetta,

per rispetto all’angelo

che suona la trombetta

dal frontone della chiesa.

   

Mi riconosci

nel passo della fame,

nello zaino sfondato,

nella cartella trasparente

e nello schizzo lì dentro

di un brutto disegno

pur sempre da completare.

Marcio su casa

col peso di me stesso

sulla schiena curva,

nei pantaloni la camicia

e la cintura contraffatta

che mi tiene in vita.

* * *

Da Recanati

È troppo facile affacciarsi

e farsi ispirare

da quel collage di Belpaese

che scarta le periferie di Milano

o le industrie di Varese.

   

Nei territori del Po

è fortunata la scrittrice

che ha una stanza tutta per sé

dove stiparvi derrate immaginarie

come materie prime d’importazione

per le sue poesie o un memoriale.

* * *

Come una bambina che fa sul serio

Sono seria come una bambina

mentre prova a fare la scrittrice.

   

Ho preso un quadernetto a righe,

gli occhiali e diverse matite,

ho una scrivania tutta mia,

la luce sopra, il cassetto sotto,

lì dentro un vocabolario fine

e alcune leggi dell’universo.

   

Gioco a ricomporre con quel poco

le parole della cosmogonia.

* * *

Nella poesia di Elisa Malvoni, tratta dalla sua recente raccolta C’è un sacco di spazio sul fondo – Reportage poetico dal piccolo (Edizioni Bette, 2022), si srotolano davanti agli occhi del lettore una serie di elementi del mondo reale riportati in maniera diretta e semplice, a fermare immagini ben definite di una vita metropolitana e incidendo con delicatezza al loro interno sogni, sofferenze interne e mancanze. In questo spazio poetico prevale un forte uso di assonanze spesso alterne, una musicalità quasi ad incatenare un verso dietro l’altro al ritmo di questi squarci di vita che l’io narrante propone ogni volta.

La quotidianità del racconto porta dentro di sé alcuni elementi interni interessanti, come la citazione di Virginia Woolf, «[…] è fortunata la scrittrice / che ha una stanza tutta per sé […]» dal suo omonimo saggio: da qui sembra dipanarsi così la ricerca di un proprio spazio, un proprio angolo di mondo in cui trovare le misure di se stessi e rimanervi. In questa «stanza tutta per sé» c’è quindi la possibilità di usare la poesia come gioco – tuttavia serio – per ricomporsi, scavalcare la mancanza (anche a dirsi e dire le cose) di un luogo che ispiri la parola di cui si percepisce sempre l’esclusione periferica: è la vita ai margini che prova a darsi forma nelle sue mancanze scavate nel tempo della ricerca di sé.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 9 Marzo 2022

Tre poesie da L’uso delle parole e delle nuvole di Irene Marchi

Fatti nuvola

Il tempo t’insegnerà

a essere nuvola:

cambierai forma nel vento

senza aspettare

il tramonto

per sentirti colore.

   

Fatti nuvola

per sfiorare gli alberi

per vedere meglio ogni cosa

per sorridere nel buio

   

e fatti nuvola – se vuoi –

anche per piangere.

* * *

Lezioni di punteggiatura – I

Mi chiedi come farti capire, tu,

impacciato e acerbo di scrittura

– tu che l’ami e glielo vuoi scrivere –

quali parole? quali pause?

   

Posso dirti poco,

temo che l’amore

non conosca la punteggiatura

– e neppure l’educazione –

   

ma ho sentito dire che una virgola

a volte è un punto fisso

reso incerto da una lacrima.

I due punti invece non hanno dubbi:

   

due punti

e tutto diventa chiarissimo

come un bacio improvviso

appoggiàti a un muro.

   

Perciò, se sei sicuro, prova con

Volevo dirti questo: ti amo

– e lascia perdere gli esclamativi.

Ne riparliamo alla prossima lezione.

* * *

Nudi

A terra gli abiti

e tutte le definizioni

– salirà il vento che strappa la paura –

balleremo sopra le distanze

rideremo dentro agli occhi:

solo nude

le anime si possono parlare.

* * *

Irene Marchi  attraverso i suoi componimenti sembra dar forma ad una poesia in qualche modo dialogica. Nelle poesie tratte dalla raccolta L’uso delle parole e delle nuvole (Cicorivolta Edizioni, 2020) infatti si intravede un dialogo interiore con un tu tra sentenze, domande e risposte puntuali, costruendo un gioco di scambi dialettici da un verso all’altro e utilizzando in maniera efficace spazi di sospensione del discorso che si incastonano tra i versi in successione tra di loro, come a ribadire il proprio dialogo con se stessi o l’altro a cui si tende.

Tra l’utilizzo ora di assonanze ora di anafore, spicca la tensione a costruire strofe dai tempi e dagli spazi contratti, quasi ad alludere a qualcosa lasciato in sospeso e ancora da trovare dietro di sé. C’è così la ricerca di comprendere l’amore di un noi alla fine, la sofferenza quotidiana che a volte sembra accompagnarlo, attraverso forme e parole diverse da sperimentare ogni volta per scoprire poi come dietro il ricongiungimento agognato si nasconda la più nuda semplicità: in essa non servono troppe parole e si può lasciar alludere alle cose senza più provarne la mancanza.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 29 Settembre 2021

Tre poesie di Celébendil

La via

Mostrami la via,

io ti seguirò,

ricordando ogni passo che ho fatto

per raggiungere ciò che desideravo

ed incontrare la persona che ero.

   

Colleziono pezzi rotti a terra.

La mia anima, così insensibile, non amplifica

alcun suono.

Vuota stanza senza calore né colore,

silenziosa.

Ancora impaurita per dove mi sto dirigendo.

   

Troppo spaventata per guardare giù.

Le ombre fluttuano intorno.

Lo so che mi stai aspettando.

* * *

Cerchi di fuoco

Cantano gli angeli

dalla torre più alta del cielo,

dove la terra svanisce

e il mondo scivola ai piedi di Dio.

   

Danzano i demoni

in cerchi di fuoco

lì, dove tutto sfiorisce

e l’anima scivola dentro l’oblio.

   

I fiori stracciati

giacciono spenti tra le tue mani.

Filtra tra le dita bianche un’oscura luce:

la vita.

   

Sarai ancora lì ad attendermi,

tra i colori incerti della mia alba.

* * *

È notte

Fisso l’oscuro cielo blu.

Ho deciso.

Il tuo volto chiaro sarà la mia tela.

Le tue lacrime, i miei colori.

Gli occhi vitrei, la luna.

Non ho paura di dipingerti così,

nella tua notte più buia.

   

Scalpita il cuore, sanguinano i polsi.

Rosso fluido scorre fuori dalle vene.

Gocce di dolore racchiudono i pensieri tetri.

La morte è l’atto finale,

la vita il grande palcoscenico.

* * *

Attraverso i suoi versi Celébendil mette insieme una poesia fatta di ricerche ed immagini costruita attraverso frasi puntuali, quasi a scandire un ritmo saldo da un verso all’altro, attraverso una punteggiatura preminente e marcata. Si formano così tempi brevi e circostanziati all’interno della narrazione poetica i quali a volte, tuttavia, si aprono per lasciar fluire all’esterno di essi direzioni ed immagini in cui ritrovarsi. Emerge infatti via via il tema di un soggetto in cerca di una direzione propria, che attraversi le cose per cambiare e ritrovarsi: alla fine del sentiero qualcuno sarà lì ad attendere, una volta trovata la via.

Nel cammino dell’io la fluidità del suo scorrere attraverso i tempi e le immagini in cui si ritrova ogni volta è data dall’effetto delle allitterazioni e dall’uso di assonanze incasellate tra i vari versi, spingendo mano a mano verso la chiusura finale dei componimenti. Così si delineano ora da un lato, ora dall’altro immagini evocative tra giochi di luci e ombre, cose terrene e celesti per trovare infine il proprio colore, la propria forma definita e stabile con la quale accompagnarsi per giungere alla meta, ricongiungersi.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 16 Settembre 2021

Tre poesie di Penelope Agata Zumbo

Voce in canto

E sei arrivata poesia,

lacrima d’amore sull’acanto, sul tarassaco,

sull’aneto, sulle tue trecce di miele.

Splendore della parola, hai vestito il mondo.

* * *

Baci allo specchio

Sento tantissimi dolori aprirsi come gigli neri al cielo,

profumate falene fiorire,

riaffiorare di fonti d’iride.

Sentire di non essere mai morta, ma di essere rinata ancora,

in un’aurora perpetua, in rugiada salata, in frammenti

che diventano nuovi preziosi anelli,

circolari abbracci contro il tempo.

   

Ho rivisto me stessa, e finalmente

l’ho perdonata.

* * *

Contro cielo

Voci di nuvole, vette siderali

leggerezze imperiture,

fortezze alabastrine, angeli.

   

Nessuna contemplazione della grazia,

nessun canto, l’eterno tace.

Vive solo l’intreccio di due sguardi,

due giovani amanti in metro, promesse

tra le mani congiunte,

i baci sussurrati contro lo stridio della stazione,

cuori negli occhi,

lì, vediamo superstite, Dio.

   

Non tra le altezze bianche, ma a labbra nude,

lì, nella terra sporca, fiorita,

i miracoli sono umani.

* * *

La poesia di Penelope Agata Zumbo sembra porsi come un tentativo alla ricerca profonda della parola poetica, del suo potere di illuminare e delineare l’essenza delle cose e di se stessi. Nel fare questo i suoi versi mostrano l’utilizzo di un lessico vario il quale, nell’accostare parole semplici e quotidiane a termini a volte più ricercati o specifici (es. dal mondo della botanica), crea l’impressione di un alternarsi di luoghi distinti che si legano tra di loro dando forma a nuovi spazi di parole.

In questi sentieri poetici si insegue e si concretizza il luogo di una rinascita: così le similitudini e le metafore aprono a nuove forme nelle quali rinascere ogni volta, nella ricerca anche di un divino da trovare dentro l’uomo, nel concreto delle cose indicate dalle parole della poesia. Attraverso l’utilizzo cosciente e ben misurato delle pause e del ritmo tra un periodo e l’altro del racconto poetico, i versi narrano questa rinascita e questa ricerca dentro immagini vivide che riescono ad incastrare attimi fuori dallo scorrere del tempo. La poesia, dunque, riesce ogni volta a dipingere e svelare quello che rimane sotto lo sguardo di chi la cerca.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 7 Settembre 2021

Tre poesie di Valentina Gatto

Privilegio

La risata di un bimbo,

la dolcezza di un bacio

che ci sveglia al mattino,

l’amore negli occhi di una madre,

ubriacarsi del profumo del mare,

camminare crogiolati da un soffio lieve,

un bicchiere di vino in compagnia,

la meraviglia della vita è apprezzare

ogni piccolo gesto come un privilegio.

* * *

Lanterna

Mentre il resto del cosmo tace,

tutto mi parla di te

che sei il mio universo,

e fuori è buio ma non conta

basti tu a fare luce in me,

sei lanterna

dentro il mio respiro

sei ossigeno

di cui non posso fare a meno,

sei ciò di cui

non conoscevo l’esistenza

che prendendomi per mano

si prende cura di me.

* * *

Contro ogni logica

Un intermezzo

in quest’arco vitale,

un ammaliante stand-by

sprovvisto di ricordi

svincolato da tormenti,

uno spazio in cui riconoscersi,

dove poter volteggiare

nel delicato nulla,

amando senza impedimenti

e contro ogni logica,

con la voglia di essere

libera e incoerente.

* * *

Nei suoi versi Valentina Gatto sembra delineare un itinerario alternato tra narrazioni più intime e altre rivolte al mondo e alla vita nel loro corso generale, dove queste ultime finiscono sempre per abbracciare e avvolgere l’intimità che le racconta. Così da un lato si trovano legate assieme immagini vitalistiche diverse accompagnate da sentenze conclusive, quasi a tratteggiare un quadro ben definito nel quale dettare i propri tempi, mentre dall’altro prendono posto parole che premono verso il proprio interno, spesso utilizzando metafore efficaci che definiscono il senso che il tu a cui ci si rivolge assume per l’io che lo cerca fortemente.

In questo doppio movimento i versi franti sui quali le poesie si costruiscono suonano un ritmo a suoni alterni, tra pause ora più lunghe e riflessive ora a movimenti quasi frenetici, alla ricerca di spazi nei quali riconoscersi. È proprio questa tensione che sembra legare così la vista in lontananza della vita del mondo con la propria vita interiore, trovando una coerenza nella propria personale sfumatura che segue al trovare il proprio angolo di spazio tra le cose: lì può crescere ciò che si prende cura si sé e dell’altro insieme.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 18 Agosto 2021

Tre poesie da Sedimenti di Andrea Keji

VII.

Tra le righe dell’acqua sui finestrini

un’immagine indefinibile.

Un momento di terribile vuoto.

Il silenzioso attendere

di un gesto nascosto.

Tra le note dell’acqua sui vetri

si perde il brivido di ricordi deboli.

Le indecisioni così forti

e le spaventose prepotenze dell’ego.

Nella pioggia

un colore amaro che

mi ricorda il passato,

la tremenda nostalgia

di qualcosa che non c’è mai stato.

La violenta passione di ieri

l’inafferrabile senso

di ciò che sono ora.

* * *

XV.

Nei paradisi

distanti da noi

si apre una vertigine

lungo il destino.

L’inafferrabile disturbo

che guida i nostri momenti,

poi l’improvviso esplodere

dell’incertezza, dell’indeterminato.

È passata un po’ di luce da fuori

non capisco perché

non riesco a sopportarvi.

* * *

XVII.

I nostri silenzi imbarazzanti

sotto i tiepidi spunti di un vago presente.

Le sottomissioni obbligatorie

e i sotterfugi emotivi,

come lo sbarco sulla luna,

come il D-Day.

È finito il giorno,

le ore si accarezzano placide,

sento qualcosa quaggiù

che stavolta non so tradurre.

Come un vuoto infinitesimale,

come un soldato in trincea,

come un tattico rifiuto,

come un suono indecifrabile e spento.

C’è qualcosa quaggiù

che non so convertire.

mi sembra un male incurabile

o la gioia che non riesco ad accettare.

Migliaia di ore lontani,

i riflessi e l’eco dei pensieri

non possono tornare indietro,

aspetto che passi

e mi volto a guardare.

* * *

Nella sua poesia Andrea Keji costruisce una forma poetica legata al suo interno da frasi brevi e puntuali, dove ad ogni pausa sintattica si accompagna lo scandire di un ritmo preciso dei versi nella loro autonomia, tuttavia mantenendo una fluidità tra di loro efficace. In queste sentenze concise, cariche di emotività, insistentemente affiora il peso di un vuoto interiore che inanella un verso dietro l’altro con la sua presenza scomoda e allo stesso tempo necessaria per la voce che lo racconta.

Le poesie dunque, tratte dalla raccolta Sedimenti (Youcanprint, 2019), nella loro sequenza sembrano disegnare il tentativo di convertire quel vuoto in parole che sappiano ricondurlo a sé, trovargli uno spazio nel presente concreto in cui possa crescere ritrovando un senso positivo: quel vuoto che nel tempo della narrazione poetica pare invece non essere sopportato né guardato dall’io narrante; occorre dargli compimento lungo il cammino. In questo percorso poetico accanto alla frequenza delle pause spicca quella delle aggettivazioni, con lo scopo di definire gli spazi invece interiori in cui il vuoto spesso si annida e la cui narrazione può anche prendere velocità nei versi che la raccontano attraverso la rapida successione di metafore, un catalogo a cercare quasi di definire la forma impalpabile che si trova dentro di sé. La strada per tradurre il proprio luogo interno verso l’esterno e gli altri passa attraverso la parola che cerca di comprenderlo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 9 Agosto 2021

Tre inediti di Clara Danubio

Oltre

È sempre più intrinseca la ricerca

di uno spazio altro,

un sopralluogo in tempi immemori, oltre

il confine della gola, la ricerca di una voce

una parola nuova, che riverberi

il silenzio, le lenzuola.

   

Mi sbiadisce le vertebre

il filo d’oro che s’incurva sulla soglia

di un bacio, mi rinnova il respiro

la successione esatta delle pause tra le tue labbra

e le mie.

   

Mentre un ghiro dorme ignaro il suo inverno

si consuma la mia carne lattescente

sulle colline d’oltre, del nulla, di là:

dove risiede il tuo innocente addio

è la resurrezione della voce.

* * *

Non avere fretta

Non avere fretta. Non dubitare.

Le briciole di pane giacciono ancora sul piatto,

da dividere tra bocche e becchi.

   

Fuori, foglie brune ocra e vermiglio

assopite sotto la coltre di neve, perpetuano

la tensione dei rami a una primavera onnipresente.

   

La bussola si ostina a indicare il nord

nella tua corsa interminabile vegliata dalle stelle.

I bottoni saldi sono la spina dorsale della tua camicia

che ha attraversato tante storie e persevera nello scriverne.

   

Intanto, le nuvole seguitano il loro viaggio a vapore

oltre il limite dei tuoi occhi increduli

che continuano a interrogarsi sul da farsi:

come, dove, quando.

* * *

Orologi frantumati

Camminavamo affranti

sugli specchi di orologi frantumati,

un’invasione di locuste che sbranava il cielo

indaco, di cartapesta

e rottami di una primavera crespa,

increspata come i tuoi capelli –

un’onda anomala sulla mia testa.

   

Nel tuo cuore un uragano, sabbie mobili,

una clessidra che non vuole cedere

alla sublimazione di ogni minimo granello,

di ogni istante della polvere che siamo.

   

Si riversa su di noi, affaccendati a convertire

sogni, stanze e campi in origami,

bonsai nei tempi morti:

mani malferme che proclamano

riformazione futura di costellazioni ignare

dai balconi inabitati della nostra memoria.

* * *

Clara Danubio da forma a una poesia descrittiva che si articola tra le immagini di una narrazione continua, finendo per trovare in se stessa la sua forza espressiva. In questo spazio poetico sembra assumere il ruolo di linea guida il dialogo e la storia tra un tu ed un io che rimbalza da un verso all’altro, da un’immagine paesaggistica vivida a metafore interiori che si legano tra di loro: il rimando al mondo esterno è reso con efficacia dall’uso di parole del lessico quotidiano, quasi a controbilanciare una spinta interiore che anela invece a forme più diluite e indistinte.

All’interno di questo racconto, tra i vari componimenti, prende forma la ricerca di un tempo altro che finisce per annidarsi nel ricordo, dove il tu e l’io della narrazione sembrano potersi unire in un noi che sempre rimane tra le ombre lasciate dalle parole: la tensione a recuperare ciò che sembra perduto, nello spazio temporale della memoria contrapposto ad un qui ed ora sbiadito dalla separazione. Così l’inseguimento continuo è reso dal gioco di allitterazioni tra i versi, dando ritmo al sentiero percorso volta dopo volta delle immagini che si susseguono. Trovare dunque una durata come fuori nel mondo naturale, mantenendo una primavera che sembra essere “ferita” nelle parole che la raccontano, dando così spazio alla poesia per recuperare quel tempo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 2 Agosto 2021

Quello che mancava di Elisabetta Turchi

Quello che mancava

Quello che mancava

c’era già

inutile ingoiare aria a morsi

per saziarti, spogliate le stoviglie

del banchetto, senza più intorno

chi non sapeva entrare

c’era già e lavorava

fuori da ogni luce

sotto il passo del contadino e della luna

c’era come il cielo e i papaveri

ricominciati ogni volta, a raccoglierti

nella casa del campo

come il fieno che naviga la terra

prima di essere pane

come la preghiera del gheppio

sparsa sopra, accanto

non era il cielo a mancare

erano gli occhi

e il tempo del respiro.

* * *

Nella poesia di Elisabetta Turchi le immagini quasi bucoliche vengono evocate da un verso all’altro con estrema vividezza, come a scandire la processione interiore di se stessi nel cercare ad ogni costo una solida e palpabile natura che ci definisca a pieno. Così la riscoperta di sé attraverso i versi franti e intermittenti assume il tono particolare di un consapevole sentimento della propria mancanza, del mancarsi nonostante tentativi spesso confusi che portano solo a raccogliere elementi di ulteriore vuoto.

Nell’evocazione di immagini domestiche e campestri, lo scorrimento del tempo della ricerca a tentoni di sé è scandito con efficacia dal ritmo delle assonanze inanellate all’interno dei versi: nel passaggio da un’immagine all’altra, è l’utilizzo preciso e concreto delle singole parole a trasportare lo sguardo rivolto al proprio interno verso il movimento esterno del mondo naturale. In questo cammino ambiguo attraverso le cose concrete e vive del paesaggio e quelle vuote e fredde del proprio spazio intimo, nasce la spinta a rincominciare come il ciclo delle cose attorno, per rendere fruttuosa la propria mancanza.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 30 Giugno 2021