È solo un altro cumulo di pietre
« mastica bene » ripetono
così si addomestica una casa
« deglutisci piano » se impari a farlo
il colpo annullerà la perdita.
Chiamali ancora per nome
quello imposto a mani feconde,
l’inverno conquisterà tutto
compresa la terra
e i piedi che l’attraversano –
così ti chiedo una preghiera
per tutte le ombre orfane
dominate dal silenzio
ognuna a modo suo
chiede di restare.
Adesso che non eravamo più lì
fu evidente l’inganno del viaggio
che l’altezza si potesse misurare
attraverso l’apertura della bocca.
Capimmo così il senso della fame
come il lupo era entrato in noi
aveva indossato nomi e abitudini
si era seduto alla nostra tavola
e il perché ci davano la caccia.
Se Geralt di Rivia, per dar forza al Barone Sanguinario di The Witcher – mentre si apprestano ad eseguire un rituale per trasformare in spirito benevolo la figlia del secondo, morta abortita e maledetta, donandole un nome – gli rivolge la frase «I nomi sono sigilli potenti»[1] allora, probabilmente, i testi che compongono la raccolta Chiamali ancora per nome (Arcipelago Itaca, 2025) di Ksenja Laginja insistono e incidono sul verso esattamente il tentativo di esercitare un riscatto, una formula per masticare e deglutire il dimenticato, il rovinato e lo screziato nel mondo. Quanto ciò sia il perno lirico dell’opera di Laginja si avverte nelle sensazioni corporee continuamente evocate nelle tre poesie che oggi ospitiamo tra i luoghi della Radura: fame, braccaggio, mani imposte su altri corpi incompiuti tra le cose. Tutto si costruisce intorno al gesto della chiamata a sé e per gli altri attraverso la parola, l’idea di un nome che, nel momento in cui viene offerto e posto su un contorno, aiuti quantomeno a ricordarlo nella mente e nel sangue nonostante il tempo della storia continui a scorrere inesorabilmente trascinando il resto in detriti.
Il recupero costante del detrito, appunto, è l’operazione che l’autrice traspone anche sul piano stilistico: la punteggiatura si contrae e svanisce, lasciando solo alcuni frammenti che non alterano, tuttavia, l’idea di un amalgamo lemmatico che scandisce il proprio ritmo nel pescaggio continuo dal torrente delle forme scheggiate e deformi che fluiscono confuse all’esterno. Dare loro un nome, dunque, nominare le cose diviene tanto il fine quanto il principio di ogni gesto poetico per la voce che canta: forse non cambierà il risultato che finora è accaduto ma, in cambio, lascerà spazio a ciò che muta nel momento stesso in cui avviene la parola.
- Paolo Andrea Pasquetti
[1] CD Project RED, The Witcher 3 – Wild Hunt, 2015 e che, tra le altre cose, è una citazione e un lore che sulla Radura ci piace parecchio, come potete vedere anche qui: https://radurapoetica.com/2025/01/06/su-epifania-e-parola-custodire-le-cose-per-renderle-visibili/
– Foto in copertina: Giulio De Paoli