Dieci, indivisibilmente
estasi del numero
Elegante
colmo di futuro
pieno, compiuto
il totale
Dieci.
L’uno di ogni zero
avvinto a se stesso, sicuro.
La forza tonda
il traguardo
il menestrello il giullare.
In lui siamo giunti
dove mai giungeremo
fermi sicuri
cosa vorresti tu?
Sei l’uno
o già scappi
e diventi il tuo zero?
Capri
Che io dimenticassi
fu il minimo.
Che io scostassi dalla memoria
ogni traccia di me
fu solo l’inizio.
Che io staccassi il mio volto
per applicarvi lo zero
fu ancora l’inizio del cammino.
Capri
Nel tubetto dei colori
il rosso fiamma
eccita il pennello –
Al bianco le sponde d’oro –
La scala cromatica salta il nero –
Al rosa si commuove il mondo
così delicato
si ricompone si raccoglie
sfuma
dove ha nido l’innocenza –
Il tubetto del blu ha un buco
e sfonda il cielo.
Capri
Tra numero mancato e scale cromatiche che affondano tra le cose del mondo, le tre poesie tratte dall’ultima raccolta di Gianfranco Vacca, Rosso Freccia (Puntoacapo Editrice, 2024) che oggi ospitiamo tra gli spazi della Radura sembrano suggerire al lettore una postura differente al momento della lettura: qualcosa che abbia in sé, dopotutto, l’idea di applicare non tanto una formula quanto, semmai, un modo più vero di nominare ciò che scorre intorno all’io, all’occhio che narra attraverso la voce e nel verso. Lo stesso ritmo, dopotutto, all’interno e attraverso il quale si costruisce il racconto poetico non può che darsi e offrirsi attraverso un lancio lessicale: il gesto di gettare sulla pagina bianca parole ben tese tra i versi ha il suo senso più significativo proprio nel farsi portavoce, sia esteticamente sia ritmicamente, di mimare una visione del mondo che ha nel tocco, nel tratto toccato dalla setola di ogni pennello della propria tavolozza lemmatica il suo canale espressivo principale.
Questo perché, per Vacca, l’espressione del tocco equivale alla rielaborazione di una visione a posteriori che tocca ed è toccata dalle cose. Così, un colore può diventare capace di ricomporre i frammenti tanto quanto squarciare un velo opaco sul resto, un numero detto più volte riesce a staccare dalla propria memoria un percorso per riportarlo di nuovo alla mente con la promessa, stavolta, di farlo sentire più proprio, più vero. La parola, in ognuna di queste liriche, diventa il portento capace di suggerire all’occhio – al solo patto che sia stato capace di mettersi in gioco in sé stesso – che ciò che è può anche essere altro, nonostante tutto. Alla fine del percorso, si può ricreare un propria memoria, per scorgere un’altra meta verso cui puntare con canto.
- Paolo Andrea Pasquetti, 18 febbraio 2026