Macerie
Gli scheletri dell’armadio
sono diventati i fantasmi
del passato: i germogli
radunati tra le tue rovine
vegliano sul fuoco spento
che da qualche parte scalda
un corpo che non è il mio.
Paralisi del sonno.
Sento i cirripedi risalire
la chiglia dei piedi.
Tu affondi le mani porose
sull’altare scheggiato
benedici questa allerta
che rende i luoghi
tepore e attesa.
Ma la salvezza non è
questo stare appena prima
della caduta, né osservare
il pane duro dell’addio
che lievita:
non è il sonno che ci secca
recidendo le nostre fatiche.
Vieni a custodire la luce
delle cose: ogni vasaio sa
che la creta tramanda alle crepe
i segreti delle macerie.
Il sentiero dei gelsi
Raccoglievi le more di gelso
lungo il sentiero — io ti seguivo
come un cane fedele, o forse
solo grato. Tornavamo la sera
coi rossetti sbavati di viola e
le mani immolate ai rovi.
Non ci siamo più tornati.
O forse è il sentiero che
ha smesso di aspettarci.
Tu tremi
nella luce stagnante che si assottiglia
come neve saponata tra le spore
perseveri nell’ipotermia della fiamma
che ti dissemina in cenere e zolle.
È bastato saperti paese disabitato
cielo senza spigoli, seguire il tuo errare
tra gli spasmi della terra
per scoprire che non sei scampata
– anche tu – allo strappo degli addii.
Questa assenza s’intana tra le cose
che ci hanno resi vivi
e non rimane che disfarci dei detriti
amputare i rovi-pensieri che facevano
da talismani.
Te ne vai, lasciandomi solo.
I bambini coi droni che gracchiano
sopra il lungolago.
Poi il grido di qualcuno.
Quello che pare caratterizzare maggiormente la poesia di Alex Schillizzi, si potrebbe dire, è l’idea della parola per stare nel mondo ogni qual volta sia dato pronunciarla per sé stessi e per gli altri. Dopotutto, nei tre inediti che oggi ospitiamo sulla Radura c’è una spiccata attenzione da parte dell’autore medesimo alla costruzione metaforica di ogni immagine che si lega da una strofa all’altra: in tal senso, il pregio maggiore di Schillizzi senz’altro è quello di eludere la frammentazione che potrebbe ad ogni svolta del verso ingenerarsi dalle e nelle rappresentazioni stesse. Ogni testo tiene ogni icona all’interno di una narrazione stabile, un sentiero, appunto, che esiste sempre e comunque a priori, sia che ci si ritrovi al suo interno o lo si perda insieme alla voce.
La lingua, allora, l’accostamento lemmatico tra i referenti osservati e riuniti dalla percezione dell’occhio diventa il motore essenziale non per dare forma al proprio cosmo ma per potersi muovere al suo interno nonostante tutto. Per questo occorre armarsi di talismani lungo il cammino, farsi (di nuovo) custodi di luce tra le crepe e le rovine rimaste: non la presunzione di risolvere il danno del mondo ma, al contrario e meglio, trovare un modo di portarlo al proprio interno, continuando a camminare anche a costo – e proprio per quello – di perderlo e perdersi da soli e con gli altri. Qualcosa si coglie, si disvela meglio: altro sicuramente si perde per l’occhio. Ciò che conta, in ogni caso, è parlarne e riporlo dentro un’immagine, un suono, un colpo.
- Paolo Andrea Pasquetti, 25 febbraio 2026