Sulla soggezione del corpo gramsciano alla disciplina del mercato
Qui nell’immenso grottesco ipnagogico
della nostra esistenza consumistica
si cela una patologia fieristica,
un patrimonio intimo e fisiologico;
e il fondamentalismo merceologico
determina in noi quella vena mistica
di un’esperienza impura che sofistica
ogni nostro amore puro e anagogico.
E ormai il pessimismo della ragione
e l’ottimismo della volontà,
che fissai nel petto come l’emblema
di un’arcaica e viscerale passione,
si van spengendo in un’attualità
che incide sulla pelle il suo anatema.
Abbozzato sul risguardo del volume Prepositions di Louis Zukofsky
L’azione che precede e s’avvicina
all’enunciato, infine alla poesia
s’avvicina. Perciò, che cosa sia
il movimento, pur la ballerina
col corpo sa esplicare. Pellegrina
è la lingua, siderea melodia
dell’intelletto, che ci toglie al quia
e urge verso una fiamma che ci affina.
Però fu questo mondo sublunare
a disvelar l’amore che traspose
queste tonalità in un altro suono;
e poi a raggiare in questo ragionare
è la luce d’amore per le cose,
del pensare con esse come sono.
Jacques Derrida, 21 ottobre 1966, Baltimore, Maryland
«Può darsi che qualcosa sia successo
nella storia dell’idea di struttura
che si potrebbe chiamare ‘sonetto’,
se questo lessema così insidioso
non comportasse in sé un significato
del quale pur si debba diffidare,
e allora con cautela la schieriamo
tra virgolette», disse lo Filosofo.
Ma se le ceneri del signifiant,
non appena sfiorate, si frantumano
in mezzo a queste illusioni neo-metriche
e al nostalgismo per un signifié
del tutto presente nei versi, dunque
può darsi che qualcosa sia successo.
Se c’è ancora un discorso possibile intorno al mondo e alle sue cose, probabilmente, è ciò che rimane attorno all’oggetto in sé stesso, al frammento di altri discorsi costruiti e decostruiti a posteriori lungo l’asse del tempo e dello spazio. In tal senso, allora, la poesia stessa diviene inevitabilmente la ri-costruzione di un colloquio intorno al già detto ma ancora inesaurito perché è così, dopotutto, che suona la terra. Nelle tre poesie che oggi pubblichiamo sulla Radura, per la prima volta in italiano, di Eric T. Racher, si avverte esattamente questa necessità di continua ricostruzione sintattica del verso partendo da domande, espressioni di senso precedenti che continuino la ricerca delle forme e delle loro relazioni.
Allora, ogni lirica si innesca poeticamente intorno agli excerpta di detti precedenti: da Gramsci a Derrida, passando per (l’eloquente) oggettivismo di Zukofsky che non si esauriscono, tuttavia, nella semplice impalcatura filosofico-letteraria del verso quanto, semmai, nell’oggetto di ri-propulsione del racconto poetico stesso. Così, ciò che si mostra e aggancia l’occhio del lettore non è tanto il brano, lo stralcio di per sé ma tutto quello che da esso è rimasto ancora in funzione e chiede di essere rinvigorito, offrendogli un luogo lirico e di pensiero in cui darsi e, forse, esaurirsi ma solo nell’ottica dell’ipotesi, del non-detto-e-ancora-da-dire. Tra significante e significato, luce e merce Racher costruisce un’impalcatura poetica (e narrativa) che sembra dirci che si può, nonostante tutto, continuare a dire: resta la formula in cui, ognuno di noi, trovarsi dentro la lingua.
- Paolo Andrea Pasquetti, 4 marzo 2026.