





Trovare un modo, ogni giorno, per essere l’oracolo di sé stessi: andare avanti, nel mondo, scovando dietro ogni velo il sacro che ancora resiste nonostante tutto. Sembra essere questa, in maniera senz’altro evidente, la postura da assumere da parte del lettore e che, a priori, è assunta da Andrea Teresa Carbotti nella sua raccolta Latte di cerva (Eretica Edizioni, 2025) come possiamo scorgere nelle tre poesie estratte dal libro dell’autrice che oggi ospitiamo all’interno della Radura. C’è, infatti, una vera e propria dichiarazione d’intenti, potremmo dire, da parte dell’autrice a partire già dall’impatto visivo dei testi: la frammentazione del verso che distacca le proprie stesse sillabe, si riaggancia e rincomincia insieme il metro nel quale si dispone è già esso stesso un invito a percepire il contrasto delle cose del quotidiano. In che senso? Nello sguardo più evidente dell’io che si narra a partire dalla distanza, la dispercezione che prova tra la propria vita interiore e quella esteriore.
In tal senso, la parola diventa inevitabilmente lo strumento per accettare e accennare l’invocazione di altro: popolare, di conseguenza, i propri giorni di creature, visioni e simboli che riaffermino più saldamente un senso percepito continuamente come perdita, linguaggio a debito costante con l’altro e sé stesso. Carbotti riesce, così, a fare qualcosa che nella poesia contemporanea della sua generazione non è cosa affatto scontata: creare un proprio mondo secondario innestato sul primo, una lore più espansa nello spazio e nel tempo da abitare con maggiore certezza, accanto alla realtà che scorre di fianco. Non si tratta (direbbe Tolkien[1]) di escapismo poetico, tutt’altro: è il coraggio di un salto dal proprio mondo interno – una volta evocato, accettato e distinto – a quello esterno per esserci meglio, accettarne l’incluso e il distorto, per continuare a parlarne.
- Paolo Andrea Pasquetti, 11 febbraio 2026
[1] «[…] è evidente che respingo il tono sprezzante o compassionevole che connota tanto spesso, oggi, il termine: un tono del quale gli usi che della parola si fanno al di fuori della critica letteraria non forniscono alcuna giustificazione. In quella che chi ne abusa ama chiamare Vita Reale, l’Evasione è chiaramente, di regola, molto positiva e può persino essere eroica.» da J. R. R. Tolkien, Sulle Fabie in Albero e Foglia, Bompiani, 2004, p.76.