Tre inediti di Carlo Silvestri

1

Non appartengo

all’urlo tribale

del sangue della terra.

 

Piuttosto al cemento

spurgato, cotto

dalla calura estiva;

 

ai glicini sciolti al muro,

giustiziati ogni attimo

dal plotone del silenzio.


2

All’ombra di

un terrazzo esotico,

cielo e traffico

in sottofondo,

 

un colibrì

vola fragile

e risoluto

in cerca di eden.

 

Il manto iridescente

accarezza tenue

zinnie, lupini,

petunie e salvia.

 

Ogni tanto staziona

vicino al mio viso

e fantastico

di rallentarne il frullo.

 

Ma il colibrì,

occhi d’incanto,

sorvola il mio sguardo

e ritorna al fiume.

 

Sono solo

una dicentra pallida,

il collo teso

alla condanna del sole.


3

C’è un tepore mistico

nell’autunno dolce

di foglie gialle

lanceolate, di tetti

confitti nella mostarda

di luce, che digrada

nei passi morbidi

di ricci rossi e vestiti estivi.

La musica torna ad essere

distante e malinconica,

nell’ascolto distratto

della domenica dipinta

in uno sguardo fuggitivo.


A un primo sguardo gettato sugli inediti di Carlo Silvestri che oggi trovano luogo all’interno della Radura, potrebbe senz’altro dirsi che il verso dell’autore è quello di una voce protesa a una certa inappartenenza. La narrazione, infatti, sembra costruirsi in modo calmo, ordinato e disteso attorno a una sequenza di suggestioni cromatiche, sensibili che curiosamente – nel momento esatto in cui vanno a fondersi con il metro all’interno del quale vengono raccontate e cantate – producono nel lettore un senso di scromatura, scollamento tra l’io narrante e ciò che vede dove quello che resta alla fine di ogni lirica, semmai, è la sensazione di qualcosa che ancora non è stato ben definito dalla parola: un corpo ancora non ben delineato, un riscatto ancora non guadagnato.

In tal senso, l’autore cerca di ritagliarsi un suo spazio nell’unico elemento che, di fronte al distacco dalle cose e dal mondo, sembra possibile e verbalizzabile: la descrizione dell’evento continuo che scorre intorno. Ed è, questo, un atto descrittivo tutt’altro che fine a sé stesso perché al suo interno riposa la consapevolezza che, se c’è qualcosa che possa tornare indietro nell’esistenza, essa possa essere riscattata solo tramite il canto. Ha senso, allora, sedersi e ascoltare, rannicchiarsi e guardare: se la musica attorno suona un metro differente, non significa certo che un giorno, se si sarà stati devoti abbastanza alla voce propria e del mondo, ci si potrà accordare alla sua danza.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 14 gennaio 2026

Rispondi