Mio papà ha il sole sulla fronte
e io un bracciale col tuo nome.
Finisce l’estate. Ci sono alberi coi grani rossi
e strade che portano dentro questa terra.
Tu mi chiami ancora e ancora
è mattino e c’è odore di geosmina
mentre appoggio la testa sui tuoi raggi
come un cucciolo di luce
che nasce dal sole e poi
vuole tornare.
In un puntino della galassia ci sono io
che conto le cose preziose nella mappa
non di rado mi dimentico di aggiornare
la mia posizione
in relazione alla vostra
la distanza sono circa novemila volte
da casa nostra alla stazione, l’acqua
che ha lasciato questa terra è sufficiente
per irrorare i cimiteri dare vita al melograno
sotto la tettoia si aprirà il profumo
oltre alla biologia sarai
felice per i tuoi campi e mamma
con le foglie grandi di basilico e il ragù.
Noi viviamo in questo incanto con le cose
se prima di dormire mi scrivi
da un altro luogo e quindi da un altro tempo
e al mattino di sbieco mi apri gli occhi
con la tua velocità che brucia
la distanza.
Io non lo so se è stata una buona idea
mettere il tuo nome in una grotta
nemmeno se ogni storia debba iniziare
con una bugia. Una volta riflettevi
quasi tutte le lunghezze d’onda
e come avremmo fatto a incontrarci
se un geranio non fosse sbocciato nei tuoi occhi
per la fiaba del cavaliere senza macchia e senza paura
mentre tutte le cose continuavano ad esserci
l’inchiostro a tagliare la luce
ordinarla nella valigetta dei regoli, conservarla
a blocchi come mattoni, costruire
addizioni strabordare
da un abaco a un altro la verità
è un numero più grande di ciò che la contiene.
Riporre i nomi tra le cose, richiamarli e richiamarsi nel tempo attraverso i ricordi diventa il rito essenziale e generativo della parola poetica stessa. È questo, con ogni probabilità, il pensiero vocale che riposa dietro i tre inediti di Filippo Ronzoni che oggi ospitiamo sulla Radura. Quello che senz’altro colpisce di più della poesia di Ronzoni è proprio questo equilibrio felicemente raggiunto tra un lirismo puro, a volte assai elevato, e la riproposizione di immagini quotidiane (la valigetta dei regoli, la stazione o il ragù) incastonate all’interno della dimensione della memoria autobiografica che trasforma e accompagna, inevitabilmente, il canto in una narrazione poetica della propria storia che si dirama tra le strofe attraverso l’incontro con l’altro, con i luoghi ed i tempi differenti e più o meno distanti nel mondo.
Verrebbe, dunque, da chiedersi se la luce e i suoi talismani che abitano e scorrazzano come spiriti fatati per questi versi alludano ad un’idea di fondo più salda e presente tra le cose. Ed è un’idea che, appunto, c’è e si sente – oltre ad essere dichiarata letteralmente «[…] da un abaco a un altro la verità / è un numero più grande di ciò che la contiene» – nonostante la giovane età dell’autore. Così, il canto diventa anche autoaffermazione – non eccedente dall’ego ma riproposta da una verità più che umilmente osservata e accaduta di fronte al proprio sguardo traslato nel tempo – di una filosofia d’esistenza tanto coerente quanto (e proprio in virtù di questo) lieve nelle sue linee tratteggiate appena dalle immagini poetiche di ogni componimento. Non conta l’idea del sentiero ma il fatto che esista, accadendo ogni volta.
- Paolo Andrea Pasquetti, 11 marzo 2026