Tre poesie di Valentina Gatto

Privilegio

La risata di un bimbo,

la dolcezza di un bacio

che ci sveglia al mattino,

l’amore negli occhi di una madre,

ubriacarsi del profumo del mare,

camminare crogiolati da un soffio lieve,

un bicchiere di vino in compagnia,

la meraviglia della vita è apprezzare

ogni piccolo gesto come un privilegio.

* * *

Lanterna

Mentre il resto del cosmo tace,

tutto mi parla di te

che sei il mio universo,

e fuori è buio ma non conta

basti tu a fare luce in me,

sei lanterna

dentro il mio respiro

sei ossigeno

di cui non posso fare a meno,

sei ciò di cui

non conoscevo l’esistenza

che prendendomi per mano

si prende cura di me.

* * *

Contro ogni logica

Un intermezzo

in quest’arco vitale,

un ammaliante stand-by

sprovvisto di ricordi

svincolato da tormenti,

uno spazio in cui riconoscersi,

dove poter volteggiare

nel delicato nulla,

amando senza impedimenti

e contro ogni logica,

con la voglia di essere

libera e incoerente.

* * *

Nei suoi versi Valentina Gatto sembra delineare un itinerario alternato tra narrazioni più intime e altre rivolte al mondo e alla vita nel loro corso generale, dove queste ultime finiscono sempre per abbracciare e avvolgere l’intimità che le racconta. Così da un lato si trovano legate assieme immagini vitalistiche diverse accompagnate da sentenze conclusive, quasi a tratteggiare un quadro ben definito nel quale dettare i propri tempi, mentre dall’altro prendono posto parole che premono verso il proprio interno, spesso utilizzando metafore efficaci che definiscono il senso che il tu a cui ci si rivolge assume per l’io che lo cerca fortemente.

In questo doppio movimento i versi franti sui quali le poesie si costruiscono suonano un ritmo a suoni alterni, tra pause ora più lunghe e riflessive ora a movimenti quasi frenetici, alla ricerca di spazi nei quali riconoscersi. È proprio questa tensione che sembra legare così la vista in lontananza della vita del mondo con la propria vita interiore, trovando una coerenza nella propria personale sfumatura che segue al trovare il proprio angolo di spazio tra le cose: lì può crescere ciò che si prende cura si sé e dell’altro insieme.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 18 Agosto 2021

Tre poesie da Sedimenti di Andrea Keji

VII.

Tra le righe dell’acqua sui finestrini

un’immagine indefinibile.

Un momento di terribile vuoto.

Il silenzioso attendere

di un gesto nascosto.

Tra le note dell’acqua sui vetri

si perde il brivido di ricordi deboli.

Le indecisioni così forti

e le spaventose prepotenze dell’ego.

Nella pioggia

un colore amaro che

mi ricorda il passato,

la tremenda nostalgia

di qualcosa che non c’è mai stato.

La violenta passione di ieri

l’inafferrabile senso

di ciò che sono ora.

* * *

XV.

Nei paradisi

distanti da noi

si apre una vertigine

lungo il destino.

L’inafferrabile disturbo

che guida i nostri momenti,

poi l’improvviso esplodere

dell’incertezza, dell’indeterminato.

È passata un po’ di luce da fuori

non capisco perché

non riesco a sopportarvi.

* * *

XVII.

I nostri silenzi imbarazzanti

sotto i tiepidi spunti di un vago presente.

Le sottomissioni obbligatorie

e i sotterfugi emotivi,

come lo sbarco sulla luna,

come il D-Day.

È finito il giorno,

le ore si accarezzano placide,

sento qualcosa quaggiù

che stavolta non so tradurre.

Come un vuoto infinitesimale,

come un soldato in trincea,

come un tattico rifiuto,

come un suono indecifrabile e spento.

C’è qualcosa quaggiù

che non so convertire.

mi sembra un male incurabile

o la gioia che non riesco ad accettare.

Migliaia di ore lontani,

i riflessi e l’eco dei pensieri

non possono tornare indietro,

aspetto che passi

e mi volto a guardare.

* * *

Nella sua poesia Andrea Keji costruisce una forma poetica legata al suo interno da frasi brevi e puntuali, dove ad ogni pausa sintattica si accompagna lo scandire di un ritmo preciso dei versi nella loro autonomia, tuttavia mantenendo una fluidità tra di loro efficace. In queste sentenze concise, cariche di emotività, insistentemente affiora il peso di un vuoto interiore che inanella un verso dietro l’altro con la sua presenza scomoda e allo stesso tempo necessaria per la voce che lo racconta.

Le poesie dunque, tratte dalla raccolta Sedimenti (Youcanprint, 2019), nella loro sequenza sembrano disegnare il tentativo di convertire quel vuoto in parole che sappiano ricondurlo a sé, trovargli uno spazio nel presente concreto in cui possa crescere ritrovando un senso positivo: quel vuoto che nel tempo della narrazione poetica pare invece non essere sopportato né guardato dall’io narrante; occorre dargli compimento lungo il cammino. In questo percorso poetico accanto alla frequenza delle pause spicca quella delle aggettivazioni, con lo scopo di definire gli spazi invece interiori in cui il vuoto spesso si annida e la cui narrazione può anche prendere velocità nei versi che la raccontano attraverso la rapida successione di metafore, un catalogo a cercare quasi di definire la forma impalpabile che si trova dentro di sé. La strada per tradurre il proprio luogo interno verso l’esterno e gli altri passa attraverso la parola che cerca di comprenderlo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 9 Agosto 2021

Tre inediti di Clara Danubio

Oltre

È sempre più intrinseca la ricerca

di uno spazio altro,

un sopralluogo in tempi immemori, oltre

il confine della gola, la ricerca di una voce

una parola nuova, che riverberi

il silenzio, le lenzuola.

   

Mi sbiadisce le vertebre

il filo d’oro che s’incurva sulla soglia

di un bacio, mi rinnova il respiro

la successione esatta delle pause tra le tue labbra

e le mie.

   

Mentre un ghiro dorme ignaro il suo inverno

si consuma la mia carne lattescente

sulle colline d’oltre, del nulla, di là:

dove risiede il tuo innocente addio

è la resurrezione della voce.

* * *

Non avere fretta

Non avere fretta. Non dubitare.

Le briciole di pane giacciono ancora sul piatto,

da dividere tra bocche e becchi.

   

Fuori, foglie brune ocra e vermiglio

assopite sotto la coltre di neve, perpetuano

la tensione dei rami a una primavera onnipresente.

   

La bussola si ostina a indicare il nord

nella tua corsa interminabile vegliata dalle stelle.

I bottoni saldi sono la spina dorsale della tua camicia

che ha attraversato tante storie e persevera nello scriverne.

   

Intanto, le nuvole seguitano il loro viaggio a vapore

oltre il limite dei tuoi occhi increduli

che continuano a interrogarsi sul da farsi:

come, dove, quando.

* * *

Orologi frantumati

Camminavamo affranti

sugli specchi di orologi frantumati,

un’invasione di locuste che sbranava il cielo

indaco, di cartapesta

e rottami di una primavera crespa,

increspata come i tuoi capelli –

un’onda anomala sulla mia testa.

   

Nel tuo cuore un uragano, sabbie mobili,

una clessidra che non vuole cedere

alla sublimazione di ogni minimo granello,

di ogni istante della polvere che siamo.

   

Si riversa su di noi, affaccendati a convertire

sogni, stanze e campi in origami,

bonsai nei tempi morti:

mani malferme che proclamano

riformazione futura di costellazioni ignare

dai balconi inabitati della nostra memoria.

* * *

Clara Danubio da forma a una poesia descrittiva che si articola tra le immagini di una narrazione continua, finendo per trovare in se stessa la sua forza espressiva. In questo spazio poetico sembra assumere il ruolo di linea guida il dialogo e la storia tra un tu ed un io che rimbalza da un verso all’altro, da un’immagine paesaggistica vivida a metafore interiori che si legano tra di loro: il rimando al mondo esterno è reso con efficacia dall’uso di parole del lessico quotidiano, quasi a controbilanciare una spinta interiore che anela invece a forme più diluite e indistinte.

All’interno di questo racconto, tra i vari componimenti, prende forma la ricerca di un tempo altro che finisce per annidarsi nel ricordo, dove il tu e l’io della narrazione sembrano potersi unire in un noi che sempre rimane tra le ombre lasciate dalle parole: la tensione a recuperare ciò che sembra perduto, nello spazio temporale della memoria contrapposto ad un qui ed ora sbiadito dalla separazione. Così l’inseguimento continuo è reso dal gioco di allitterazioni tra i versi, dando ritmo al sentiero percorso volta dopo volta delle immagini che si susseguono. Trovare dunque una durata come fuori nel mondo naturale, mantenendo una primavera che sembra essere “ferita” nelle parole che la raccontano, dando così spazio alla poesia per recuperare quel tempo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 2 Agosto 2021

Quello che mancava di Elisabetta Turchi

Quello che mancava

Quello che mancava

c’era già

inutile ingoiare aria a morsi

per saziarti, spogliate le stoviglie

del banchetto, senza più intorno

chi non sapeva entrare

c’era già e lavorava

fuori da ogni luce

sotto il passo del contadino e della luna

c’era come il cielo e i papaveri

ricominciati ogni volta, a raccoglierti

nella casa del campo

come il fieno che naviga la terra

prima di essere pane

come la preghiera del gheppio

sparsa sopra, accanto

non era il cielo a mancare

erano gli occhi

e il tempo del respiro.

* * *

Nella poesia di Elisabetta Turchi le immagini quasi bucoliche vengono evocate da un verso all’altro con estrema vividezza, come a scandire la processione interiore di se stessi nel cercare ad ogni costo una solida e palpabile natura che ci definisca a pieno. Così la riscoperta di sé attraverso i versi franti e intermittenti assume il tono particolare di un consapevole sentimento della propria mancanza, del mancarsi nonostante tentativi spesso confusi che portano solo a raccogliere elementi di ulteriore vuoto.

Nell’evocazione di immagini domestiche e campestri, lo scorrimento del tempo della ricerca a tentoni di sé è scandito con efficacia dal ritmo delle assonanze inanellate all’interno dei versi: nel passaggio da un’immagine all’altra, è l’utilizzo preciso e concreto delle singole parole a trasportare lo sguardo rivolto al proprio interno verso il movimento esterno del mondo naturale. In questo cammino ambiguo attraverso le cose concrete e vive del paesaggio e quelle vuote e fredde del proprio spazio intimo, nasce la spinta a rincominciare come il ciclo delle cose attorno, per rendere fruttuosa la propria mancanza.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 30 Giugno 2021

Non sono un confessore stagionale di Hussain Museer

Non sono un confessore stagionale

Affermerei che scrivo piangente come per piangere riempiono i miei occhi,

Annerisco perché i colori non bastano per dirmi a ritrarmi, perché a volte le emozioni non bastano ad esprimermi,

Ascoltatore non ode quando il ritmo non è confessato, e che io non confesso per quel ritmo ascoltabile,

È così che ognuno trova il suo punto equidistante, ed è così che non sono un confessore stagionale.

* * *

In questo componimento Hussain Muneer trova il modo di narrare la ricerca della riscoperta di se attraverso un perfetto movimento circolare, nel racconto del tentativo ogni volta frustrato di scoprire una piccola parte in più di se stessi. Il senso di questa ripetitività è scandito dalla riproposizione degli stessi termini all’interno dei versi, che istituisce corrispondenze ritmiche fluide tra strofe contratte e allo stesso tempo quasi allungate su se stesse, creando visivamente l’impressione di una disgregazione interiore che tenta di ritrarre se stessa con la consapevolezza di non possedere tuttavia gli strumenti sufficienti per farlo.

Nel ritmo costruito all’interno dei versi tra le loro pause e la disposizione delle parole, si fa strada l’idea di un altro ritmo ancora, uno che ha a che fare probabilmente con ciò che rimane dentro di noi nonostante tutto. Confessarlo o meno e allo stesso tempo seguirlo sembra essere la via per arrivare di nuovo a riscoprirsi.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 28 Giugno 2021

Tre poesie di Simone Sanseverinati

In una città sorda,

il suono corrode la nascita.

* * *

Argento

Durante una quotazione impazzita

le placche d’argento hanno paura,

intrufoliamoci tra di loro:

in un grido che non stride,

dove la cupidigia non inghiotte,

dove le vetrine non mostrano, ma si appannano,

nel prurito gradevole che non diventa bolla,

in un lobo retto dalla quotidianità,

in un anello scevro da pretese di possesso,

dove un dono ritrae una promessa.

   

La mestizia incompleta

del vincitore, del positivo, del negativo o della sconfitta,

è speculazione, oro dei primi,

aspiro, nell’accezione spaziale, a un secondo posto,

la migliore offerta della prima persona plurale

e una temperatura siderale.

* * *

Ciò che non sorge

scende nel profondo scambio,

alle porte dell’abisso

sento l’emisfero.

* * *

Nella sua poesia Simone Sanseverinati si colloca all’interno di una rarefazione della parola utilizzata con coscienza e capacità, dando l’impressione di descrizioni fulminee in grado di aprire brevi e significativi squarci all’interno del telo quotidiano della vita. Infatti nello spazio creato dai versi si ripropone più volte l’idea e lo sforzo di penetrare l’essenza delle cose, intrufolarsi in esse alla ricerca di un dono che probabilmente faccia rima con la semplicità esistenziale riflessa in quella della narrazione poetica che la racconta. In questa discesa sembra farsi spazio il concetto di un suono contrapposto al silenzio di una iniziale situazione di vaghezza e dispersione: la strada porta così fin dentro al profondo di sé, nell’attesa di una nascita interiore che trovi palpabilità.

In questo movimento le parole semplici utilizzate nei versi incidono con efficacia il solco della rappresentazione poetica: infatti la rarefazione a cui esse danno luogo diviene un atto che apre a spazi suggestivi ed interpretativi, alludendo ad altro grazie ai limiti quantitativi che lo stesso atto poetico in sé si pone. Nelle narrazioni più lunghe – pur nella loro concisione – questo percorso è scandito da un uso ripetuto della punteggiatura, al fine di evocare pause e intervalli in grado di rendere al meglio quel senso di voluto limite che mostra più chiaramente sé stesso nei componimenti più brevi. Così tra i versi si apre la possibilità di alludere a qualcosa di più, di ascoltare un suono che al proprio interno tracci una via da seguire.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 22 Giugno 2021

Tre poesie di Carlos David Danieli

Afasia

Ma tu che mi ronzi o canti insieme,

da solo o con la baraonda dei molti. Troppi…

sapresti insegnarmi il logos,

il nucleo intimo di un essere altrove?

     

Significato e gemito del dire,

                     fosfeni, deliqui e sincopi

slavine di coniugazioni e declinazioni,

diverso comma d’uno stesso respiro?

   

Parla. Non guardarmi solo così dolce e stretto;

cerchi la perfezione del silenzio

o sordo o muto d’afasia ti sei fatto tutto?

    

Tutto, con le tue ciocche chiare legate

poco spesso scompigliate sul volto,

con labbra che parlano emettono e baciano

(talvolta nello stesso momento)

ma non perforano ancora la livrea dell’essere;

e di fatto

sono aeree fluttuazioni

le vibrature delle nostre faringi. 

* * *

Auto conversazione

Converso spesso da solo, ci provo.

È un esercizio della mente e del cervello

della sua omeostasi, e passeggera discesa nell’avello.

Nella crasi degli umori si esplicita in salute, ma appare brodo.

   

Una medesima voce familiare, che si pianta come chiodo,

vaga tra l’italiano, linguaggi artificiali ed è quasi un appello,

un richiamo alla ricerca di qualche sfumatura d’acquerello;

non saprei dire se sia soluzione o più stretto nodo…

   

i sensi logici sinaptici si sciolgono

da senso si passa a sentimento

e questo ammasso movimento alloctono

   

che vertiginoso accostamento!

I flussi e i respiri anche i ricordi accolgono

ed ora nel cranio, di domande un affollamento.

* * *

Ad un amico

Amico mio, creatura basata sul carbonio,

le iridi color qualcosa son ora rosso demonio,

raggi giocano col vetro di calice, diffrazione di vino;

alla verità sì m’avvicino, resistente come rodio.

   

Tu mi ascolti attento e muto

o disperso e triste e solo

mentre ti rivelo e non ti dico chi sono;

mentre faccio il giocoliere con la morfologia e ti chiedo aiuto,

mentre in questa sintassi cerco ‘l mio ruolo…

   

E sono solchi, letti di fiumi, queste lettere

 che non ho creato né scelto, piuttosto subìto

e dall’avamposto del farmi capire scelgo adesso di deflettere;

sicché tu m’attaccherai, ed io saprò che mi hai sentito.

* * *

Carlos David Danieli nei suoi testi mette insieme con un ritmo musicale quasi compulsivo un insieme di elementi spesso differenti tra di loro, creando un’evoluzione continua nell’andamento della narrazione poetica dei suoi versi. Tuttavia l’utilizzo multiforme delle parole che si snoda tra tecnicismi, termini specifici ed usi linguistici più arcaici posti accanto a quelli semplici e comuni sembra trovare una sua unità proprio nella forma poetica in cui essi sono addensati e fusi assieme: c’è in qualche modo una continuità tra le forme a cui la ricerca poetica dell’autore sembra tendere, col fine di trovare una fisionomia nella quale riconoscersi.

Questa continuità tra le cose è resa in modo fluido dal gioco di rime anche interne tra un verso e l’altro, dall’uso consapevole ed efficace di pause che trattengono e dilatano il tempo di un dialogo tra un tu ed un io in costante e reciproco contatto che sembrerebbe ininterrotto nel suo racconto. Così nello sforzo di trovare il proprio posto, la propria definizione, attraverso il gioco e la variazione delle forme linguistiche emerge forse l’idea di un sentiero da seguire all’interno di queste ultime, un solco in cui riconoscersi stabilmente.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 16 Giugno 2021

Tre poesie di Alessandra Pennetta

Due cerchi d’oro

Il nudo di lui

chiamò di là

il nudo di lei

Lei andò

lasciò i suoi occhiali d’oro sul tavolo

lui chiuse le tende

perché nessuno vedesse

gli occhi nudi di lei

due cerchi d’oro nel buio

* * *

Esercizi facciali

Lei ha tolto le tende

le porte le finestre

ha fatto entrare la luce

ha fatto stendere il giorno su di lui

Lui dorme ancora

dalla sua parte

immobile nudo

Lei sorride e

manda baci allo specchio

esercizi facciali

prima che lui si svegli e

la chiami a sé

* * *

Nomi

Lo specchio ci ha visti – diceva lui

Ma non eravamo noi

erano le nostre fantasie

Lui non voleva che ci chiamassimo per nome

allora ci chiamavamo corpi

Ma io ho inciso i nostri nomi

sulle nostre lingue

* * *

La poesia di Alessandra Pennetta sembra essere una poesia sui corpi, un racconto della relazione continua con l’altro attraverso il desiderio di una presenza costante e reciproca. La descrizione tagliente dei versi, nella loro immediatezza e compressione dei termini utilizzati, riproduce gli attimi tra di loro alternati di questa relazione corporea al cui interno scorre però sotterraneo il desiderio di dare un nome, una definizione precisa e pulita ad essa. Una parola insomma che permetta una durata che vada oltre, forse, il movimento intermittente in cui sono solo i corpi e non i nomi e le anime che essi portano ogni volta con sé a scontrarsi ed unirsi.

Questo contrasto si fa concreto nell’alternarsi secco all’interno dei versi di un tempo verbale all’altro, mostrando spesso la spaccatura tra un passato attinente ai contatti dei corpi ormai accaduti e il presente del desiderio di un amore che superi il contatto superficiale, guardando ad un futuro ancora non detto, in attesa di trovare le parole ed i nomi che lo accompagnino.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 8 Giugno 2021

Tre poesie da Corsivo di Sabatina Napolitano

È un animale

È un animale mentre sono nuda,

perde quell’innocenza che guardate

tutti su youtube. Perde ogni allegoria

anzi perde il controllo accaduto

come quando lo vedete libero dalle catene

ma anche quando sorride

io gli ho messo dentro le mie catene

con i miei sensi, i liquidi

con quello che gli preparo da mangiare.

Vi ingannate a pensarlo diviso.

Abita le mie prigioni nascosto e taciturno

anche quando sembra libero:

non è libero, accade in unione a me

accade facile solo in unione a me

e gli piace trasformare tutto

per accadere di nascere meglio

soprattutto la notte.

Allora si mette a pronunciare nomi e profezie

prese dagli ultimi dieci anni che mi ha dedicato

quasi come se dovessi avere paura

di quello che sono.

L’arte parla dentro di me come l’attualità

rido…

anche i libri degli altri, sono unita a mille

scrittori ma sono urgente.

Voglio toccarlo, come una illuminazione.

* * *

Gerusalemme, come Gerusalemme

Comincio questo libro anche da poesie scritte

in momenti in cui mi sembrava che dio

stesse intervenendo su di me e su di lui

finalmente a realizzare la Gerusalemme agognata.

E sentivo in bocca il masticare del racconto e del limone,

perché prima gli angeli

non mi avevano avvertito,

se ci fossero degli angeli intendo,

e non mi avevano detto nulla su come dovevo fare

con le sue foto, ad esempio

sul modo che dovevo avere di proteggerle.

Perché il ritardo

perché decido di affondare le sue pene

su un foglio che ho attaccato all’anta

perché decidi di essere meno intelligente.

Ero stufa di chiedere l’amore di un poeta,

ero stufa avevo già subito gli amori dei poeti,

avevo già grattato le mie mani.

* * *

Tableau vivant

Non ho mai creduto di norma

a qualcuno che potesse appoggiare le mie opinioni.

A tal punto è arrivata oggi la mimesi,

a tal punto ci decapitiamo

abbiamo pietà di mordere.

È più facile detronizzare delle distrazioni

che prendersi cura di vari autismi,

l’etica non è uno spasso

non lo sono nemmeno le folle in stupore,

le dediche felici, le trappole

che si fanno gli innamorati.

Prendo le distanze facilmente

dalle certezze degli altri così rigide

dalle parate dei sofisticati

che sono solo degli oppressi

e mi vengono a dire che la soluzione

sta nel parlare per sussurri.

È odioso ma vanno gelosamente custodite le cose.

La distanza è fatta di sguardi

cancellati da questa spigolatura, il corpo degli altri.

Ieri una commessa mi ha detto che sembravo sua sorella:

non ho insistito, qui tutti siamo il divieto di tutto

se non decidiamo di dimenticarci.

In libreria invece stavo comprando una penna

e quattro ragazzi mi si sono avvicinati

chiedendomi se fossi una certa “Isabelle”

ho risposto che sono bella ma non sono chi cercano.

* * *

Nei suoi versi Sabatina Napolitano sembra cercare con insistenza il contatto ruvido con il mondo reale e concreto: tuttavia a questo movimento se ne sovrappone un altro, quello razionale e ideale che prende spesso la forma di un intenso dialogo con quella che, potremmo definire brevemente, è la tradizione poetica e letteraria in genere. Così la tensione a scoprire l’altro, tanto nel suo corpo quanto nei suoi pensieri interni incespica nella difficoltà dell’incomprensione che, dopotutto, ognuno porta dentro di noi. La raccolta nella quale le poesie sono contenute, Corsivo (Edizioni Il Foglio, Piombino 2021) si snoda infatti in tre principali sezioni: Poesie Erotiche, Primi Trenta e Corsivo appunto, passando dal tema più chiaramente amoroso alla narrazione del vivere quotidiano creando quasi una sorta di racconto progressivo da un testo all’altro.

 Questa ricerca circolare che si snoda tra le varie sezioni trova espressione attraverso un linguaggio semplice ed essenziale, che offre il suo racconto con la forza espressiva di frasi veloci e puntuali trovando nella successione a volte serrata dei versi quel contatto col mondo reale e quotidiano cui sembra mirare. Così ad un’immagine vivida segue accanto con stretta adiacenza l’enfasi di un pensiero interiore, legandosi in un dialogo serrato: la ricerca in qualche modo continua sempre, attraverso la narrazione dei versi.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 3 Giugno 2021

Franco Battiato – Avere cura

Dire addio ad un maestro è sempre una cosa difficile. Se poi si tratta di un autore come Battiato che ha scavato dentro ognuno di noi il compito non può che volgersi ad un umile saluto: così anche nella Radura, al centro del suo vecchio albero[1], appendiamo una corolla di fiori per il sentiero che il poeta ha saputo mostrarci durante la sua vita che ora avanza oltre:

Ti invito al viaggio

in quel paese che ti somiglia tanto

i soli languidi dei suoi cieli annebbiati

hanno per il mio spirito l’incanto […][2]

Se c’è infatti una caratteristica intrinseca alla poesia di Battiato che tra le altre lo contraddistingue, è proprio il suo invito ad aver cura delle cose, di noi stessi e degli altri che ci accompagnano nel nostro viaggio quotidiano. Tra le sue parole troviamo, probabilmente, l’immagine che un tempo il filosofo Martin Heidegger avrebbe descritto nel gesto del poeta che si fa custode della dimora dell’essere, dell’esistenza, la quale è proprio il linguaggio[3]: la parola che, se ascoltata, può condurci al nucleo di ciò che esiste oltre al superfluo che spesso lasciamo intrida la nostra vista sul primo. Le parole di Battiato allora ci invitano ad avere cura delle cose più minute, dei dettagli minori a cui però somigliano («come un filo d’erba / che si inchina alla brezza di maggio / o alle sue intemperie […] assomiglio»[4]) e tramite i quali possiamo acquisire un contatto più vero con noi stessi. Ciò ovviamente non è facile, e produce un punto di vista spesso ottenibile solo dopo un’attenta e sensibile strada percorsa nel nostro sguardo:

[…] E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare

l’alba dentro l’imbrunire.[5]

Si trova in esso allora la possibilità di poter completare noi stessi, accorgendosi di quanto siamo intimamente partecipi di un movimento che ha cura di noi: o meglio, scoprire che siamo già completi in virtù di esser parte al nostro interno di un’unità assoluta («[…] perchè sei un essere speciale / ed io, avrò cura di te»[6]). Spesso, semplicemente, ce ne dimentichiamo – a volte per lungo tempo – e proprio in questo frangente occorrono le mani del poeta per scavare attraverso la corteccia inspessita dal tempo della lontananza dal nostro centro interno, per recuperarci nonostante tutto. E i versi di Battiato vengono a ricordarci, risuonando, anche di questo ritorno in noi stessi, dell’avere cura di questo sentiero da cui nasce la richiesta ed il rapporto con quell’unità che riguarda – ognuno a suo modo – tutti noi:

[…] e non abbandonarmi mai

non mi abbandonare mai

perché la pace che ho sentito in certi monasteri

o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa

sono solo l’ombra della luce.[7]

Avere cura dunque. Il risultato è sempre un atto d’amore e comprensione verso noi e gli altri, di quelli che, appunto, spesso solo un anziano poeta che veglia accanto al luogo della nostra personale dimora interiore può ricordarci di fare («Ne abbiamo attraversate di tempeste / e quante prove antiche e dure / ed un aiuto chiaro da un’invisibile carezza / di un custode»[8]). Battiato, per tutti quello che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo, è stata proprio quella carezza memore della cura a cui ognuno di noi è chiamato verso di sé, per poi aprirsi al mondo, scovando la propria via spesso sfumata dalla distanza esistenziale che solo la parola di un custode come lui può colmare.

Così, forse, possiamo immaginare ora il nostro poeta camminare tra i sentieri cui ha sempre indicato tramite le proprie parole, percorrendoli cantando e ricordando:

Molte sono le vie

ma una sola

quella che conduce alla verità

finché non saremo liberi

torneremo ancora

ancora e ancora.[9]

  • Paolo Andrea Pasquetti, 20 Maggio 2021

[1] Inizio, qui su Radura Poetica.

[2] Ti invito al viaggio, F. Battiato e M. Sgalambro, in Fleurs, Universal Music Italia, 1999, vv. 1-4.

[3] Lettera Sull’«Umanismo», M. Heidegger, a cura di Franco Volpi, Adelphi Edizioni S.P.A., Milano, 1995, p. 31.

[4] Haiku, F. Battiato, in Caffè de la Paix, EMI, 1993, vv. 3-5 e 8.

[5] Prospettiva Nevski, F. Battiato, in Patriots, EMI Italiana, 1980, vv. 25-6

[6] La cura, F. Battiato e M. Sgalambro, in L’Imboscata, PolyGram, 1996, vv. 10-1.

[7] L’ombra della luce, F. Battiato, in Come un cammello in una grondaia, EMI Italiana, 1991, vv. 17-21.

[8] Lode all’inviolato, F. Battiato, in Caffè de la Paix, EMI, 1993, vv. 1-4.

[9] Torneremo ancora, F. Battiato, J. Camisasca e Royal Philarmonic Orchestra, in Torneremo ancora, Sony Music, 2019, vv. 21-6.