Poesia e lore vol. I – nella tetra oscurità del lontano futuro… c’è anche poesia

Una delle caratteristiche che, certamente, definisce da sempre il grim dark dell’universo di Warhammer 40k è la pressoché totale assenza di quella che Tolkien definirebbe eucatastrofe[1]. Non esiste, nella tetra oscurità del lontano futuro, la possibilità di un improvviso ricorso degli eventi al lieto fine, alla speranza di un capovolgimento che viri verso il “bene”. Esiste solo la guerra: per ogni specie (umani, alieni, demoni etc.) e in ogni tempo e senza soluzione di continuità. All’interno di questa dimensione temporale permanentemente bellica si raggrumano, semmai, strappi di eroismo, drammaticità e pathos esaltanti, catastrofi inimmaginabili e urti assordanti.

L’umanità stessa – l’Imperium, il dio imperatore e tutti quelli che ne promanano il culto – non può essere identificata di certo in termini di bene contro il male delle minacce esterne o interne ad essa. La civiltà umana è solo uno degli elementi dell’universo che tenta disperatamente di sopravvivere aggrappandosi alle rovine corrotte della propria epoca d’oro. Pure, proprio in quel ricordo costante, attraverso la parola recitata nel verso trova la sua modalità di (ri)perpetuazione nella storia tragica che si vede costretta a continuare a vivere.

In tal senso, allora, il ruolo che il testo ed il medium poetico stesso assumono all’interno della lore del 40k si condensa attorno ad un elemento decisamente peculiare e (se vogliamo) del tutto esclusivo di narrazioni come quelle degli space marines e delle loro controparti: resistere alla lotta, aggrappandosi al passato. In un universo indefinitivamente corrotto, infatti, dalla distruzione l’unico elemento che tiene a bada la follia che stritolerebbe nella propria morsa la psiche di ogni essere senziente è proprio la riproposizione de facto continua della propria storia culturale, artistica, religiosa etc. nella speranza che infonda nel proprio corpo e nel proprio animo le forze necessarie alla sopravvivenza.

Laddove il fine ultimo, escatologico della storia non è più visibile perché oscurato dal nero sempre più denso del Chaos la caratteristica performativa del testo poetico – la più antica ed efficace perché da sempre tramandata dalle ere più antiche delle nostre narrazioni – diventa quel mezzo capace di richiamare in un esatto momento le forze di un mondo in rovina, ravvivarle nel canto per portare avanti il proprio compito nella storia.

Il primo esempio – il più dichiaratamente omerico, forse – ce lo offrono però non gli umani ma gli Aeldari (gli elfi) con l’Asuryata. Si tratta di un antichissimo poema epico che narra le gesta dei Signori della Fenice che viene recitato per intero una sola volta in ogni generazione da un ordine mistico di poeti, i Bardi del Crepuscolo. Poiché il poema è composto da numerose parabole intese proprio come mezzi di trasmissione della cultura e degli insegnamenti Aeldari, essa viene citata ed utilizzata proprio per guidare il popolo che un tempo l’ha prodotta per guidarla nelle proprie decisioni, soprattutto belliche.

Ora, il fatto che la riproposizione continua di un simile testo poetico sia attuata, all’interno della lore di Warhammer 40k, dall’unico popolo avviato – dopo la caduta a causa delle proprie stesse mani del suo un tempo glorioso impero – verso l’estinzione carica di un significato ancora più forte quanto dicevamo poco sopra: membri di un impero in rovina, consapevoli del proprio destino ineluttabile che, tuttavia, riattivano ogni volta la memoria del proprio popolo attraverso il testo poetico più importante della propria cultura.

Il secondo passaggio potrebbe tranquillamente fermarsi attorno, forse, al capitolo più “elegiaco” degli Astartes: i Blood Angels. Figli del primarca Sanguinius – uno dei personaggi più amati dal fandom per la nobiltà e tragicità della sua parabola narrativa – e da esso gravati dal fardello della follia insita nel proprio codice genetico che, ineluttabilmente, prima o poi ne divorerà le menti. Ed il modo attraverso il quale gli Angeli Sanguinari hanno scelto di rafforzare la propria psiche, lo spirito dei propri adepti per resistere disperatamente alle pulsioni sanguinarie, oscure annidate nella propria mente è proprio la pratica dell’arte, in ogni sua forma e soprattutto poetica. Insomma, «a Legion of noble paladins who are as much poets and painters as they are bloodthirsty killers»[2].

In tal senso, allora, per i Blood Angels la poesia – tanto quella praticata fuori dal campo di battaglia quanto quella recitata cantando durante lo scontro – diventa il mezzo, il congegno per aggrappare la propria essenza al ricordo del loro nobile primarca, resistere all’oblio della sete rossa e della rabbia nera della propria mente. In altre parole, il verso degli angeli significa per ogni figlio di Sanguinius avere a disposizione quell’arma che –  più del bolter o di una chainsword – possa offrirgli, ancora, la possibilità di resistere allo scontro più violento e ineluttabile perché lontano dal fronte vero e proprio: quello che si svolge per ognuno di loro continuamente all’interno di sé stessi.

Ma è senz’altro interessante, per completare questa sorta di trittico, notare come il medium poetico, quello del lirismo performativo sia una pratica comune a tutto l’Imperium. Dalle truppe ordinarie dell’Astra Militarum alle sorelle guerriere dell’Adepta Sororitas, ogni singolo essere umano nelle narrazioni belliche di Warhammer sembra percepire costantemente il bisogno di restare serrati alla recitazione di versi come mezzo privilegiato per esprimere la loro assoluta devozione all’Imperatore e dalla sua guida lasciarsi a loro volta ispirare e, forse, resistere per quanto le circostanze lo permettano.

La stessa scelta di fare in modo che la lingua più elevata per l’umanità sia quella del cosiddetto Alto Gotico (una sorta di neolatino ecclesiastico), percepito come vera e propria lingua sacra e di utilizzarla per scrivere i componimenti – soprattutto quelli di piena valenza religiosa per il culto imperiale – esprime ancora meglio il tentativo, anche linguistico, di (ri)ancorarsi perpetuamente a una memoria perduta, sbiadita (se non quando del tutto traviata) e frammentata come unico mezzo culturalmente valido per continuare la lotta contro forze sempre più terribili.


In conclusione, nell’ipotesi di un futuro dove ciò che resta è solo il disperato tentativo di sopravvivenza a ciò che impiglia e squarcia le stelle, l’atto stesso di comporre e recitare un testo poetico assume un significato ancor più peculiare ed esclusivo: essere quel congegno, appunto, per ricordare e ricordarsi continuamente di essere (ancora) vivi, portatori di una luce superstite anche se immersi nell’oscurità.

Nelle parole proprio dei Blood Angels: «We are Angels of Light… but the darkness is real»[3]

  • Paolo Andrea Pasquetti, 15 giugno 2026

[1] «o più esattamente della «buona catastrofe», l’improvviso «capovolgimento » gioioso» in J. R. R. Tolkien, Sulle fiabe in Albero e Foglia, p. 85.

[2] https://www.warhammer-community.com/en-gb/articles/dMSkOM6f/legions-of-the-horus-heresy-find-beauty-in-battle-with-the-blood-angels/

[3] Games Workshop, Angels of Death, 2021.


Iconografia per viandanti:

  1. John Martin, The Bard, 1817, Yale Center for British Art, Connecticut.
  2. John Martin, Pandemonium, 1841, Louvre, Parigi.
  3. William Turner, The Angel, Standing in the Sun, 1846.

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