Nostomania – Ritorno alla parola

Ci resta il linguaggio per non abbruttirci anche l’ultima carezza, per non perdere del tutto ciò che è già consumato, ciò che come un cencio sui freddi gradini di una chiesa è già segnato dai piedi sporchi di un bambino che ha conosciuto tutta la miseria e la violenza.

«Nostomania» – allora – dicono le parole quando pur si fingono nel quotidiano strumento neutro, semplice veicolo di significato.

Le loro dita indicano Altro, una letteratura del ritorno che scotta e brucia per la troppa lontananza dai propri luoghi dell’infanzia, da quegli spazi in cui la memoria registra forme originarie di esperienza che sempre si ripetono.

È nel mito – poi – che inevitabilmente quelle mani scendono per recuperare dagli scavi quella struttura ontologica che vive nel mito e che nel mito e col mito permette alle cose più vere di rivelarsi.

Occorre questo: dimenticare il mito per ricordarlo, abbandonare quella concezione moderna e limitante che fa di esso mero racconto sepolto e reliquia di un tempo che ha cessato di esistere per ammettere la veridicità di ciò che era stato compreso con precisione da Mircea Eliade.

Il mito non è chiuso nel passato e con esso l’uomo, in qualche modo, compie un continuo ritorno che si attua non solo in quelle costanti prove di vita che portano con sé qualcosa che eccede la singolarità del momento ma anche –  e, forse, soprattutto – nella speranza di una trascendenza che dona rivincita e riscatto.

Il tempo non è solo lineare, non scorre soltanto in una direzione; il passato non è mai definitivamente esaurito, è prefigurazione, è forma che si ripresenta, è apertura verso ciò che ancora può accadere.


Nella visione ciclica che Eliade chiama tempo sacro[1], l’essere umano che abita questa temporalità non è mai davvero prigioniero della storia, non è completamente schiacciato dall’irreparabile poiché è – al contrario – contemporaneo della creazione, sempre in grado di ricominciare.

Tuttavia, l’uomo moderno ha progressivamente smarrito questo senso.

Si è convinto che la dimensione temporale non possa essere riattraversata, che il tempo scorra come un filo che si svolge dalla spoletta in una sola traiettoria, teso, irreversibile, incapace di tornare sull’ordito.

Eppure, il tempo – come il filo nell’ago della cucitura a punto indietro – rientra su se stesso, riemerge qualche millimetro prima, ripercorre ciò che sembrava già chiuso.

Non annulla il passato – lo riattiva.

Lo fa riaffiorare nell’eterno presente come una trama che si infittisce, che acquista spessore proprio perché attraversata più volte.

Ma questa è una verità che si è andata smarrendo e, così, in questo impoverimento oltre ad esserci una perdita filosofica vi è anche una solitudine concreta, esistenziale.

Il linguaggio, a sua volta, non riesce a restare intatto, a non perdere il contatto con quella struttura più profonda e familiare che lo nutriva e – di conseguenza – si riduce a funzione, a segnale, a reazione immediata: in questo processo la capacità di risonanza della parole si indebolisce fortemente e l’esperienza stessa resta muta, attraversata, subita, ma non compresa.

Eppure, quella struttura non si può dire davvero soppressa finché la parola conserva la propria durata ed è – appunto – in questa estensione stabile e resistente che abbiamo l’opportunità e il dovere di restituirle la sua natura più intima.

Il linguaggio non è mai arrivato spoglio al mondo: porta con sé una memoria che precede chi parla e chi ascolta, forme di esperienza depositate nel tempo come argilla sul fondo di un fiume.

Con questa trasfigurazione, allora, la parola non si limita più a comunicare e a indicare ma ricomincia a custodire e ad abitare.

Attraverso essa l’essere non resta più bloccato sulla soglia, le cose che esistono possono finalmente dirsi e divenire riconoscibili.


Ecco che il linguaggio ritorna a riacquistare ciò che Martin Heidegger[2] gli aveva restituito: non la funzione di ornamento del pensiero ma la sua radice più profonda, quella di casa dell’essere, il luogo in cui il silenzio si incrina e qualcosa scopre la luce.

E quando una parola torna a pesare quanto dovrebbe, quando nomina ciò che si sta attraversando riappare anche quel senso ciclico che sembrava perduto e con esso l’intuizione che questa caduta è già stata, che questa soglia è già stata attraversata da altri, che questo ritorno è possibile.

Ed è lì che il mito riemerge: non cercato, non convocato, ma già presente nel peso stesso delle parole.

E riemerge quello che Joseph Campbell chiamava il viaggio dell’eroe, quella struttura ricorrente di ogni grande narrazione ma che è molto di più di una formula letteraria poiché è la mappa dell’Odissea che ciascuno di noi percorre nelle forme più diverse e spesso meno epiche[3].

Il lutto, la fine di un amore, la perdita di lavoro, la crisi silenziosa di chi non sa più chi è: tutto questo è il disegno di un viaggio che si ripete in epoche separate da millenni, in culture lontanissime tra loro perché appartiene propriamente all’esperienza umana.

E quando il linguaggio riesce a nominarla, quando troviamo le parole per spiegare non solo che stiamo soffrendo ma che stiamo oltrepassando una soglia – allora – quella struttura diventa uno strumento di orientamento che, almeno in parte, è in grado di suggerirci dove siamo.

Salvarsi, dunque, come forma di resistenza personale prima ancora che collettiva significa riconoscere questo substrato, accorgersi che sotto ogni parola vera pulsa qualcosa che ci precede e che è stato vissuto e sopportato dall’intera umanità.

Significa scegliere un linguaggio che regga il peso dell’esperienza invece di aggirarla.

Significa, in fondo, sottrarsi all’idea che tutto sia irreversibile perché in quelle precise parole scelte per ricordare la propria caduta è già presente un segnale che indica la risalita.


Cari viandanti, allora ci resta il linguaggio non come rifugio e consolazione ma come atto di fede e di speranza: quelle parole che sembrano consumate, forse, sono ancora capaci di gonfiarsi come riso tra le mani, di tornare a nutrire e sostenere ciò che altrimenti rimarrebbe muto.

È in quel gesto fragile, imperfetto e necessario che qualcosa si salva davvero.

  • Valeria Pasquarelli, 16 aprile 2026

[1] M. Eliade, Il mito dell’eterno ritorno. Archetipi e ripetizione (1949).

[2] M. Heidegger, Lettera sull’Umanismo (1947).

[3] J. Campbell, L’eroe dai mille volti (1949).


Iconografia per viandanti:

  1. Jan van Eyck, Annunciation, 1434, National Gallery of Art, Washington DC.
  2. Caspar David Friedrich, Donna al tramonto del sole, 1818, Museum Folkwang, Essen.
  3. Odilon Redon, Captured Pegasus, 1889, Scharf-Gerstenberg Collection.

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