Poesia e lore – far brillare gli indizi nel mondo fantasy

Si potrebbe affermare che, a ben vedere, esista un genere quasi a sé stante quando veniamo a leggere e considerare i testi poetici contenuti all’interno di opere fantasy o, beninteso, di narrazioni fantastiche che utilizzano il verso come struttura principale del proprio racconto. Il primo esempio, infatti, ce lo porta inevitabilmente il Furioso di Ariosto:

   Non stette il duca a ricercare il tutto;

che lá non era asceso a quello effetto.

Da l’apostolo santo fu condutto

in un vallon fra due montagne istretto,

ove mirabilmente era ridutto

ciò che si perde o per nostro diffetto,

o per colpa di tempo o di Fortuna:

ciò che si perde qui, lá si raguna.[1]

È, infatti, nel momento in cui il poema – tra gli altri e tanti momenti fondativi del racconto fantastico in sé contenuti all’intero della storia di Orlando – mostra il contesto di regole stabilite anzitempo all’interno del quale si muove Astolfo che notiamo in maniera più chiara la funzione principale che interconnette il testo poetico alla lore vera e propria del mondo fantastico che attraverso il primo viene narrata:

Le lacrime e i sospiri degli amanti,

l’inutil tempo che si perde a giuoco,

e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,

vani disegni che non han mai loco,

i vani desidèri sono tanti,

che la piú parte ingombran di quel loco:

ciò che in somma qua giú perdesti mai,

lá su salendo ritrovar potrai.[2]

Se, infatti, la parola poetica disvela a priori le cose del mondo attraverso il proprio atto linguistico essa stessa diventa quasi fisiologicamente il congegno privilegiato – all’interno di un mondo secondario fatto di storie, regole, incanti e tempi – per disvelare a sua volta di fronte agli occhi del lettore la substantia di qualcosa che scorre più a fondo sotto la storia che in quel momento si sta leggendo: un hint, un indizio che brilla senza, tuttavia, far perdere la sensazione di incompletezza e densità oscura necessaria alla tenuta di una narrazione fantastica. Come a dire: «Il mondo è ben più antico, caro amico che leggi, e non puoi coglierne tutto se non per frammenti».


Questo può farlo, nel genere della lore per eccellenza che è il fantasy, appunto, solamente la poesia. Non a caso Tolkien aveva ben compreso tale lezione e incastra tutto il suo romanzo più celebre – tanto e solo per rimanere all’interno de Il Signore degli Anelli – di canzoni, ballate, rime sparse a suggerire ogni volta al lettore scorci di qualcosa di più vasto e antico, senza tradirne il mistero o almeno (ed è questo il bello dell’incanto) non del tutto:

[…] Giunse infine un giorno alla Notte del Nulla,

E vi s’inoltrò e non vide mai tracce

Di rive, di spiagge, di luci o di rocce.

I venti incolleriti, furibondi lo travolsero,

E tra schiuma e schiuma fuggì ciecamente

Senza più sapere dove est e ovest fossero

Cercando la via di casa disperatamente.

 

In quel momento Elwing gli apparve davanti,

E brillò una fiamma nell’oscurità;

Più fulgida e splendente di luce di diamanti

Era la favilla sulla sua fronte.

Donò a lui il Silmaril,

Incoronandolo di luce e di vitalità,

Così intrepido e forte e prode Eärendil

Riprese il comando della sua nave.

Nella buia notte di questo mondo oltre il mare

Si levò d’improvviso una tempesta violenta,

Un vento di potere e potenza a Tarmenel.

Trascinò veloce la sua barca la tormenta

Per sentieri che i mortali non percorrono mai

Attraverso mari remoti e abbandonati,

Attraverso grigi flutti incantati

Da oriente a occidente senza tornare mai.[3]

A memoria di come questa lezione (e funzione) lirica sia essenziale sta senza dubbio il fatto che nel veicolo principale della narrazione fantasy in epoca contemporanea, vale a dire quello videoludico, il testo poetico nelle sue varie forme – specie, non a caso potremmo dire, quelle frammentarie – continui ad avere una sua certa preponderanza: a confermare proprio il potere evocativo che la parola poetica medesima assume doppiamente all’interno di un mondo secondario immaginario. Dal puro high fantasy di Skyrim a quello più dark in titoli come Dragon Age o Elden Ring, il testo poetico s’insinua, si incastra all’interno della trama ritagliandosi spazi e tempi nelle partite dei giocatori per porli di fronte – allo stesso modo dei lettori del medesimo genere – a momenti di abbagli lirici improvvisi:

The year nine hundred twenty-six,

Was known to elder Seers.

Peering in coolpools of mist,

They peered our future, clearer.

 

A hornèd beast, though hearing-hard,

Heard a word his herd heard not.

An omen toad’s slow croaks were marred,

By fettid ills sick ponds begot.

 

A viling star of scarlet soared,

Heralding Ascendency!

A babe on shoulders old forewarned:

“Fear the Fey who speaks in threes.”

 

The Year nine hundred twenty-six,

Here prophesied in full.

But fates of old are woven thick

With threads our Envoys pull.

L’anno novecentoventisei era,

Manifesto agli antichi Veggenti.

Scrutando in fredde pozze di bruma,

Essi scorsero i nostri domani, più lucenti.

 

Una fiera cornuta, sebben dura d’orecchi,

Udì una parola che il suo gregge non colse.

I lenti gracidii di un rospo presago eran corrotti,

Da fetidi malefici ogni stagno divenne morte.

 

Una vile stella di scarlatto in volo si librò,

Annunciando l’Ascesa!

Un bimbo sulle spalle di un vecchio preavvisò:

“Temi la Fata che in tre parla”.

 

L’anno novecentoventisei era,

Quivi profetizzato per intero.

Eppur ogni sorte antica spessa è intrecciata

Con trame che il nostro Emissario tira.[4]

Scelgo di citare proprio un titolo recentissimo (ancora in pre-alpha) come Soulframe perché ne rappresenta l’esempio più recente e (forse) più evidente: un gioco che costruisce tutta la propria narrazione attorno alla capacità e necessità di disvelare la storia di un mondo offuscato dall’oblio della memoria proprio attraverso il canto, la ricezione e ricostruzione da parte del giocatore della parola poetica che è essa stessa – attraverso le proprie rime, fiabe, ballate antiche etc. – parte (ri)costruente e disvelante della lore narrativa.

In altre parole, la poesia fantasy (o poesia fantastica, se si vuole) potrebbe a ben ragione rappresentare a pieno titolo l’evoluzione più significativa del genere poetico stesso, delle sue possibilità tanto intrinseche quanto estrinseche: proprio perché, nel raddoppio ontologico dato da un mondo secondario, disvela ciò che si cela al suo interno lasciando al lettore (o al giocatore, o ad entrambi) la possibilità di seguirne i segni, saperne forse replicare gli incanti in modo da abitare meglio, senza tuttavia dissiparlo mai del tutto, un spazio ed un tempo che da quello reale sempre muove il primo passo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 1 aprile 2026

[1] Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, Canto trentesimo quarto, ottava 73.

[2] Ibidem, ottava 75.

[3] J. R. R. Tolkien, Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello, Eärendil era un uomo di mare, vv. 30-52, traduzione Alliata, Bompiani, 2007.

[4] Digital Extremes, Soulframe, 2024. La traduzione è mia con una consulenza di Agnese Fiorentini.


Iconografia per viandanti:

  1. Gustave Doré, In Elijah’s chariot, St. John and Astolfo travel to the moon, 1880 ca.
  2. Odilon Redon , La bargue, 1898, Van Gogh Museum, Amsterdam.
  3. Arnold Böcklin, Sacred Grove, 1882.

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