Tre poesie di Roberta Bendinelli

Scorcio

 

Mi lasciai placare

dal graffio dei flutti.

Un gorgoglio cantò,

finché non scivolai

nel tranello

di una corrente.

All’aprire gli occhi

lanterne squillanti

si dischiusero

sul dorso del porto.

Sopra,

una tavola

nera di stelle.


Fraseggio

 

Quasi non ricordo

la brezza triste

di quelle sere,

ma fiorirà ancora.

Come fanno le fate

sugli alberi di pesco

al germogliare d’aprile.

L’alba malinconica

abbaglierà tutto,

purgandoci

da veli d’inverno.


Senna

 

Sento l’aroma

delle lucerne

che ardono

dentro,

addolcendo

intrichi cerulei.

Antiche anime,

anime incrinate,

cercano sollievo

lungo il fiume,

riannodando

il caos terreno

all’indaco

di remote acque.


Nelle sue poesie, che oggi ospitiamo tra gli spazi della Radura, Roberta Bendinelli pare mettere in ordine all’interno dei versi una sequenza di impressioni sensoriali che, tuttavia, solo a prima vista sembrano direzionate dall’esterno verso l’interno. Ciò che, senz’altro, incuriosisce maggiormente nei versi dell’autrice è il movimento subito successivo e conseguente al primo: quello, appunto, che dalla propria interiorità – che rielabora e riamalgama tra parola e canto quello che da fuori ha ricevuto – rimbalza verso il mondo esterno rivestendolo di un nuovo senso, di immagini e visioni a metà tra fiaba e folklore (fate arboree, antiche anime fluviali etc.) in modo tale da istituire per l’io, quasi, una sorta di riconciliazione con i luoghi partendo da un perdono tanto per le cose quanto per sé stessi.

In tal senso, ogni lirica è chiaramente costruita nel qui ed ora di un preciso abbaglio, contatto o colore che risulta ogni volta come il motore d’avviamento del verso stesso. La stessa temporalità che ondeggia tra un passato remoto-ma-prossimo, un presente dentro il taglio delle cose e un futuro di una promessa che ancora, tuttavia, deve essere dischiusa, rende in modo ancor più convincente questo slittamento continuo tra interno ed esterno, tra ciò che esiste perché è e ciò che esisterebbe perché potrebbe essere a immagine di quello che riposa dentro di noi. Così, la parola in tutto questo diventa il simbolo di una promessa fatta a sé stessi, prima ancora che agli altri: trovare, un giorno, il modo di far funzionare l’incanto, trovarsi nel mondo così come lo si è sempre immaginato, perché vissuto.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 29 luglio 2026

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