La silloge del futuro – Stella ridens di Alessia Lombardi

Oggi sulla Radura, viandanti, pubblichiamo finalmente una delle due sillogi vincitrici del Premio Nazionale Radici Urbane, in collaborazione con Poetarum Silva.

Ecco a voi Stella Ridens di Alessia Lombardi, con una nota introduttiva di Paolo Andrea Pasquetti.


L’idea che sta a dietro a una silloge come Stella ridens è una di quelle che ha a che fare con l’allungamento e il riallaccio continuo del tempo nel canto di chi lo ricorda, lo riannoda e rivive scrivendo. Nei dieci versi che compongono la raccolta, infatti, Alessia Lombardi pare offrire all’occhio del lettore un percorso – tutt’altro che lineare ma in virtù, e per questo virtuoso, della soggettività assoluta del proprio stream of consciousness joyceano – nel tempo vissuto del proprio io attraverso le impressioni nelle quali esso ha deciso di incastonarsi e ingemmarsi poi in parola, volente o nolente. La stessa scrittura di Lombardi riesce alla perfezione ha farsi tramite stilistico di questo avvenimento prima ancora del linguaggio che della mente: il verso è franto e si infrange sugli spalti delle istantanee dei luoghi vissuti, assimila e rimpolpa citazioni ascoltate, lette o scorte (seguendo la lezione di un altro modello inglese assoluto come Eliot, non a caso citato nel testo) al proprio ritmo della memoria, lavora di spola sulle allitterazioni, le assonanze che si ritrovano a legare il conto raccolto del tempo trascorso.

Ma la struttura della silloge, appunto, resta definita e chiara nella mente e nelle intenzioni dell’autrice. La stessa scelta di suddividere l’ordito lirico in due micro-sezioni assume così il compito di presentare nel disegno generale, al termine della lettura, l’idea di un salto ben congegnato dal paesaggio dublinese a quello agreste del centro Italia: l’idea di un ritorno a un proprio luogo per trovare ancora altri canti, altre voci, altri ritmi nel mondo – soprattutto, quello naturale attraverso gli animai-simboli che vi appaiono (le cince, i cani etc.) – per poter raccogliere e riannodare tutto nella carovana dell’esperienza personale: vissuta, vivendo, ancora da vivere.

Così, c’è gratitudine per la parola: il mezzo che permette all’io di giungere e ingiungere al tempo di (ri)collocarsi mentre è trascorso e sta tuttora trascorrendo per potersi dire, in qualche modo, di essere a casa. Ovvero: contentus in quanto contenuto, appagato da ciò che si è riusciti a dire di sé stessi perché, appunto, per un momento si è saputo dire. Non serve altro se non questo alla parola e grazie ad essa, lungo il proprio percorso.


Stella ridens

Alessia Lombardi

Last Wash

o l’attraversamento di Ha’penny Bridge

I

Un allarme di sirena in lontananza sancí la mia ultima

notte a Dublino. La prima del nuovo anno.

 

L’altro gennaio / rinnovamento

degli anni.

 

La guerra di Hajdari.


II

Fuoco di vedetta

almenara

fuoco tra i merli.

 

La casa dei Beanstalk è da quella

parte:


III

lascia che il tempo entri come l’ospite atteso

per brevi vacanze

indesiderato. Tempo di una stanza in affitto

senza chiavi

di ricambio. Senza un cane.

 

Paese puro

paese respirabile

modalità del fare.


IV

Oggi è un giorno strano, il macellaio non riesce

ad ammazzare

né polli né maiali in fine della sera /

il vespero

 

noce vomica pietra azzurra

incastonata

da qualche parte. La morte

 

per acqua.


V

La ventarola con la forma del pavone segnava a nord-

ovest: un vibrore stridente di

metallo. Mio fratello

 

è perso svuotato il nostro

sogno da un prete

 

messicano che benedice ombre a Temple

Bar devil is dead devil is dead.

 

Povera città di poveri inzeppati

di canzoni: mio fratello è seppellito

nel gelo / lungo

 

le passeggiate serali si trova

l’aria profumata di gasolio.


VI

Fu un taglio verticale che non lo tradì

lungo il fiume. Forse un uccello.

Hanno sparato a un poeta, dicevano –

 

lo porteranno sotto altre

bandiere.

La storia dell’orso

I

Da qui si addormentano i pastori in attesa,

con l’occhio ancora ingrommato dalla

notte il canto della cincia

bigia. Da qui in poi s’ingrigia

 

la vita una palude di candore o

un silenzio amaro

di Maremma:

 

il chiassino illuminato che s’ingoia

nel taglio dei monti e il disco

d’ombra — un filare di cespugli

che delimita. Da un rosaio

 

l’altoparlante del circo

 

vidimazione.


II

La luna è dietro la mia casa [un muro

Giallo

 

i cani si eclissano

prima di morire.


III

Su un proiettile

aveva inciso bella ciao

 

[subirà la pena di morte

 

le stelle nel loro corso.


IV

Ecco finalmente

raggiunto il traguardo

 

l’ora della gratitudine.


Iconografia per viandanti:

  1. Samuel Frederick Brocas, The Ha’Penny Bridge Dublin, 1818, National Library of Ireland.
  2. Giovanni Fattori, Butteri, 1893, Museo Civico Giovanni Fattori.

Rispondi