Tre poesie da Forse anche noi come le cose scure di Vito Santoliquido

SLEEP

 

(«come… un sogno», magnolia)

 

come cervi negli abissi allora stiamo, come in un crepuscolo, tra le alghe il muschio

così, sommersi – o dentro a un guscio-galassia (però piccino) gherigli opachi

 

(pulsano i globuli, ci contagiano

certe malattie

innominabili, chiocciole d’oro crepando

le nostre iridi di lupi) – e qui le vedi le

 

vertebre aguzze le vene oltre la

carne (che se tu guardi

è trasparente liquida quasi) – oppure è un’aurora

(un po’ liberty così, ecco, barbaglio sangue-

 

rame «frastaglio di palma»

che si brucia), ma siamo come

stelle se tu ti stringi e ti

stropicci (adagio) e brilli e splendi vicino a me, senza sosta vedi

 

così, qui ora – nell’occhio nel pozzo selvaggio e nero

tutto – demone nero-latte – (In the gloom the gold…) e tu così scintilli

tutto e ti incendi ecco divora mio

(… gathers the light about it) mercurio cuore argento, mio stupendo mio feticcio onirico e glitterato

 

come tu dormi adesso, come davvero

riposiamo – nel buio

questo, che è come un lago di falene di cenere

un bosco, come un altare o come…


PSYCHÉ

 

(il bosco in fiamme)

come brucia il sangue, colloso fumo

resina

incendiati angeli neri

 

stamattina un fuoco

ci ha spellati

via dal sonno e tu “da tempo” hai detto

 

“volevamo morire, incarbonendoci

combusti”


PICCOLE CENERI

 

Non per nulla bruciano

le maschere in agosto,

roghi di riarso grano

 

come pulsa la luce nelle mani

e non vuole smettere

 

ore che incantano api

 

– da qualche parte estenuano

creature abbacinate –

 

en las horas oscuras y doradas

le impazienti ore

un oro puro ci fa eterni.


L’occhio, la mano e l’orecchio del poeta, se ben-disposti, posso cogliere al buio ciò che pulsa e che scorre sia dentro sia fuori dal mondo. In tal senso, Vito Santoliquido nella sua raccolta d’esordio Forse anche noi come le cose scure (Eretica Edizioni, 2026) decide di stabilire un viaggio tanto interiore, addensato e addentrato tra le proprie visioni oniriche e simboliche, quanto esteriore nel momento in cui, simultaneamente, proietta il proprio mondo interno su ciò su cui si posa l’occhio lungo il proprio sentiero e racconto. Senz’altro ciò che colpisce nel risultato testuale è la chiara consapevolezza di Santoliquido nel costruire – ed essere capace di mantenere, soprattutto – una struttura lirica che con un braccio prende e tira la tradizione poetica di riferimento (Pound, Lorca etc.) e con l’altro rimpasta nel solco della propria voce personale, del proprio canto tutto quello che pulsa, appunto, dalla ricerca emersa lungo il percorso.

Ecco, questa ricerca è quella di un processo che coglie e persegue la necessità di appiattirsi sul fondo del buio, negli abissi del proprio tempo più interno dove il mondo si anima di fuochi, ceneri, sangue ancora in attesa di un riscatto. Non è banale, perciò, che proprio in questa oscurità ricercata, sotto le ceneri di un fuoco che pare sempre avanzare la sua combustione, riappaia alla voce e all’occhio la pulsazione costante di una luce, un oro nell’ora del proprio incanto più vero, perché, appunto, è quello di chi ha percorso la propria via ed è giunto al tempio di cui farsi custode. Così, la stessa parola poetica pervenuta anche dalle voci di altri diventa quasi quel rito intorno al quale impostare il sentiero di ciò che deve ancora venire: «In the gloom, the gold gathers the light against it». Se un tempo ci si è oscurati e bruciati abbastanza e con la giusta devozione, dunque, si sarà guadagnato il centro nel (proprio) mondo: starà poi alla propria voce, se ben addestrata al compito, narrarne il sentiero che ad esso ha condotto.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 22 luglio 2026

Rispondi