Tre poesie di Cristina Ruggiero

Passato

La luce che cade storta

sul tavolo

alle cinque del pomeriggio

solo io la ricordo.

 

Le parole appese alle pareti

sono echi che cercano la bocca:

 

ci passo in mezzo,

le sfioro un’altra volta.

 

Il resto

è una ferita chiusa male.

Nessuno è tornato 

a chiedermi scusa.


Nodo d’amore

Nella presa di mano

insito era l’addio.

 

Il nodo non sparisce,

si allenta.

 

Diventa impronta nel fango,

crepa nel muro.

 

Resta sul dito

l’ombra odorosa del ferro.

 

Cucire nel lutto

al lato del volto

il suo nome.


Ombre

Mi sorprendo a somigliare

a chi ho perso.

 

Le ombre degli altri

mi seguono –

restano

in ciò che evito

o scelgo.

 

Di loro

nessuno torna

nessuno se ne va davvero.

 

La condanna e la grazia:

essere una sola fatta di molti.


A leggere le poesie di Cristina Ruggiero che oggi ospitiamo sulla Radura si potrebbe dire con una qualche certezza – confermata nel  passaggio da una lirica alla sua successiva – che per l’autrice la parola si faccia necessità di abitare la ferita, il nodo, il taglio delle cose per riuscire nell’atto del verso a saperne raccogliere le orme, le ombre, le luci rimaste di fronte all’occhio che narra. È, infatti, la narrazione di una perdita costante frazionata nel tempo quella che Ruggiero decide di mettere in atto all’interno delle propria poesia: in tal senso, il ricordo ogni volta si riallaccia con l’atto stesso al presente del ricordare che porta, a sua volta, alla necessità di riformulare un proprio rito personale per poter ricavare non tanto delle coordinate da seguire per un sentiero che sta davanti quanto, semmai, per trovare un riscatto per ciò che è rimasto alle spalle.

Se esiste un modo buono per rammendare quei resti, forse, questo passa allora dal riuscire ad incastonare nella parola le sensazioni che essi producono per l’io così come le hanno prodotte in passato. Riscoprirsi, dunque, capaci di provare un determinato calore, una fitta in un punto conosciuto diviene così la cifra stilistica di una poesia che tende al rammendo, appunto, della propria storia. E per farlo il modo migliore è utilizzare un linguaggio diretto, quasi ruvido tra una strofa e l’altra in modo tale da evitare il rischio di imbalsamare nel lirismo retorico ciò che ancora si riesce a provare, nonostante tutto. La poesia di Ruggiero, appunto, riesce proprio in questo salto: recuperare il dolore del taglio, percepire ancora l’impronta umida di una caduta avvenuta proprio perché percepita (e cantata) con quella sincerità propria di un buon verso: se c’è un riscatto per il proprio tempo questo può passare dalle parole che si è in grado di deporre nel solco che dal primo è stato scavato.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 1 luglio 2026

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