Dal Canto I del Ciclo delle Arche
GAYA
Ricomincia da capo e non chiedermi di salvarli. Continuo a remare, senza guardarti.
MYSIATS
Siamo usciti dal mitreo e non abbiamo più paura.
MYSIATSS
Andiamo fino giù, con le ciglia gelate scortichiamo via le rive di metallo”
Ma le voci non si sono sollevate, Mysiats. come braci mormoranti sulle labbra di una città che in apnea bramisce, braccata fin giù, nel mantello di acquamarina.
Mentre affoga, si ritorce a bisbiglio la città, rifluita nella bottiglia lanciata nella febbre della marea si rimira, boccheggiando, sommersa, spaccando le vetrate.
E la città illuminata sacrifica le sue luci all’albero, salito sulla stella, sfavillata nell’ombra.
Se le parole dei poeti uccisi affilassero le tempie gelate che pulsano di carbone sui giacigli dei mausolei paterni ceduti agli eredi, la storia chioserebbe le cerniere con i canti del fratello e del fuggito nei campi con i ruggiti delle epoche sull’orlo di una voce che voga sull’isola e il vagito suonerebbe in prosa e schiuderebbe la pietra stretta sulle tempie in cui tutti i nomi tutti i nomi arsero anche quelli non detti quelli che ti chiesi e un giorno, Mysiats, mi donasti con profumo di cenere.
Come se in bocca al dio che schiuma di mutamenti
senza nome sciolto dai cristalli nei mondi le stagioni i flussi
Si scelse infine un pugno di nomi in esequie lunari sghiacciate dal fosso e lanciate nel turibolo incensato alle messi in un sogno di primavera rubato ai ciliegi ed estorto alla primula rossa rossa rossa rossa rossa rossa rossa rossa rossa
Il glicine si sarebbe pronunciato e fatto gli onori vestito dal merlo con le penne fradice e i becchi ingessati per il canto l’aurora sarebbe accorso il ghiro in salnitro e vespri e l’ariete in corsa avrebbero spalancato la memoria e aprile mescolando polvere e pollini avrebbe riconformato le colpe della terra che fuma
nei suoi giorni in figure
e tu e la tua mano in un granello di sabbia avresti in soffio sfumato la grata a voci‑traccia d’ortiche
senza che Nomi sbriciolati in nome di un Nome senza che nomi ancora in conchiglie lasciati a remare…
tu avresti tu domani invverti il segno impregna le corde solleva la scalfita impalcatura e qui infine la voce snebbierà i fumi la pioggia cesserà la voce ghiaccerà il fiume
il primo nato sguscerà dalle folle e torcerà il trefolo, tirerà il bordo alla cassa e alla manna che la tira giù.
Ma l’addio, Fratello, è una porta spalancata sul fianco del pozzo mentre la brocca sfuocata nell’urna già sfonda la casa sgranata, nell’orma.
È sabbia. Scolata nella chiglia. Increspa lo specchio tra molte braccia.
Dal Canto IV- Shekhinah
Tirai il filo e dentro la sacca di guscio e corallo si sbucciò la scorza.
Annegai. Nel cerio e nel lantanio.
Nel mondo, sopra la crosta, non era più il mondo.
Era l’aria.
E l’aria era acciaio e silicio. Come la terra.
La calotta esarava a crepacci e morene
e ovunque cianosi cuoceva a neotimio e samario
l’embrione in bitume di gelo.
Si potrebbe dire della poesia di Danilo Paris, così come si mostra in Di questo nascere altrimenti – عيقوتلا םיִּמַרְגֹוליִּפ – filogrammi della segnatura (Edizioni del faro, 2026), che nasca dalla necessità intrinseca di raccogliersi ed essere a sua volta raccolta dai frammenti di ciò che resta, dall’indiviso che comunque pare abitare lo spezzato e che, forse, può essere riattivato dal canto cercando a tentoni la sua orma nel mondo. Per questo, appunto, l’espressione linguistica che costruisce Paris qui dentro pare essere inevitabilmente proprio quella del canto di via ininterrotto: non si può infatti – sembra dirci l’autore dietro al testo – comprendere e conoscere la parola nell’universo tracciato dalla raccolta stessa senza abitarne e praticarne allo stesso tempo la sua natura performativa. Vale a dire: il viaggio dell’io, degli altri e del resto nella terra che resta, appunto, non può che darsi e indirizzarsi attraverso la voce ancora aggrappata alla gola di chi rimane.
In tal senso, quelle ripetizioni che appaiono talvolta prepotentemente all’interno del verso assolvono proprio a questa funzione di riallaccio continuo, di rimpasto delle argille linguistiche ancora non del tutto perdute lungo il cammino. Forse, dunque, la ricerca di un nome – ancora e altro – è ancora possibile se si ritrovano, ripetono e riannodano bene le cose con la voce ed il corpo. Ecco che allora ogni immagine corrosiva, cromatica e sensoriale nelle quali la narrazione sembra fondersi di continuo diventa proprio l’esatta riproposizione simbolica dell’operazione linguistica che le abita e alle quali contemporaneamente dà origine propulsiva: (ri)incidere nello spazio del mondo una storia che ha subito il frammento, da esso ripartire per lasciare la testimonianza che il viaggio, forse, ancora continua nella voce che ancora non manca.
- Paolo Andrea Pasquetti, 17 giugno 2026