Tre poesie da Bianche fioriture nere di Claudio Pagelli

Ruggine

 

fra l’ombra dei corvi

e il ringhio del sole

 

splende di ruggine

l’erba della terra.

 

come un dio

sbranato dal vento

 

al peso della luce

s’arrende il fiore.


Radice

 

resta poco, resta l’osso

che s’inarca e sbanda

nel vento che ci divora.

 

resta il bianco, il nero,

fragili radici fra i denti

della terra, l’aria che trema

tra gli insetti e la luna…


Attesa

 

il bianco mi acceca

quando il sole spinge

la lingua sui muri.

 

all’ombra degli alberi

riposa la luce,

il corpo nero delle pietre.

 

attendono i fiori dei campi

il saluto delle stelle.

nasconde un pugnale il cielo

sul petto aperto di settembre.


La voce che anima e dà luogo alle pagine della raccolta di Claudio Pagelli, Bianche fioriture nere (Puntoacapo Editrice, 2026) è senz’altro quella di un occhio testimone del logorio del mondo nel tempo: tutto infatti, nella narrazione lirica dell’autore, pare lottare per resistere al degrado, lo svilimento continuo che rimane sempre intrinseco all’esperienza dell’essere nei e trai luoghi. In tal senso, alla parola è così affidato il compito di dare una testimonianza che duri, che sappia attendere e rannicchiarsi negli angoli dove la luce che acceca non arriva, il vento che strappa e divora non tocca e smangia via le forme, o almeno non del tutto.

C’è, insomma, una vera e propria dicotomia ontologica nell’impostazione lirica di Pagelli: tra nascondimento e disvelamento, fuga e testimonianza, perdita e trattenuta di qualcosa che, un giorno, possa essere riscoperto: forse da altri, forse in tempi diversi più docili. Per questo la parola e chi la dice non può che assumere le sole vesti del testimone: ad essi il compito di camminare incespicando per il mondo capaci di scoprire e raccogliere ciò che ancora resta, incamerarlo in una narrazione da passare, un domani, al prossimo che si troverà sul medesimo sentiero. L’attesa nel frattempo, probabilmente, sarà valsa un guadagno: scorgere ancora delle fioriture, delle luci che non feriscano il volto e lo sguardo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 10 luglio 2026

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