Tre poesie da Educazione Sentimentale di Giulio Miele

6.

Premetto, a mio modo,

che non mi è mai successo,

ma ogni volta che ti vedo,

senza troppi convenevoli,

me lo sento crescere nelle mutande.

So che te ne accorgi

che non parli, per non darti

per non darmi.

Vorrei starti

nella bocca,

sentirlo umido

della tua umidità. Quella

delle altre

è solo saliva,

impasto volgare,

palude di sgorghi,

sono effluvi quiescenti

di sobborghi

scadenti, di stoviglie

e saponi esposti a plastiche

e soli accecati

da grovigli cadenti.

 

Vorrei trascinartelo addosso

come un aratro

lasciarti un segno. Saresti

la mia terra,

come sempre,

e io l’estate.


28.

Ritornerai

perché sarò albero

e tana e buco

per il tuo pelo,

e corteccia

per le tue unghie.

 

Donna, al bosco ritornerai

e scalerai la mia chioma,

io frutto immaturo. Attenderai

cambiando pelliccia,

colando

linfa dai fori.

 

Ci rivedremo alle radici.


29.

Stringo il pugno

tu divori un solo pezzo

di anima

nel mezzo del cuore

che invidia il sangue,

che scorre e arriva,

che viaggia di vena

in vena, non appena rientra

mi esplode nel muscolo

elettrico impulso irregolare

o irregolato dal tempo.

 

Su un ponte

esiste il mio passato

che ora ti dedico.


Nel momento in cui la parola decide di farsi tramite vivo e ricordo costante, tra passato e presente, di un mondo condiviso nel corpo e nel cuore, la difficoltà principale risiede senz’altro nell’evitare l’inciampo dato da una narrazione amorosa autoriferita e circostanziale, aggrappata solo all’espressione di un sentimento generalizzato. Al contrario, Giulio Miele nella sua prima raccolta dal titolo programmatico Educazione Sentimentale (Editoriale Scientifica, 2026) attua tramite i suoi versi una vera e propria circumnavigazione di quello che solitamente, appunto, è lo scoglio di un insieme poetico amoroso. Ce ne accorgiamo, senz’altro, tanto dall’audacia (ripagata liricamente) nel mostrare ora senza filtri eccessivi i corpi – ma, anche qui, senza scadere nell’altro rischio noto di una realtà gettata sulla pagina così com’ è sperando nell’effetto immediato che essa possa suscitare nel lettore – che vivono quella stessa storia attorno alla quale si incornicia la raccolta quanto nella capacità di saper smontare, riavvolgere e riassemblare quegli stessi corpi all’interno di immagini, metamorfosi, colori e lampi mnemonici che quasi da sé finiscono per dipingere una composizione sentimentale, appunto, unitaria e incisiva.

In tal senso, l’educazione sentimentale che l’io ha vissuto e (ri)vive rinarrandosela attraverso e insieme la propria voce consiste proprio in questa capacità propria di Miele di scardinare il ricordo di uno scambio, un contatto o una promessa più o meno mantenuta, taciuta o gridata dall’incastro del tempo nel quale si trovava riposta per rimpastarla nella forma di un nuovo tassello: quello di una storia che assume e riassume sé stessa in un canto, un’immagine stabile per l’occhio – non importa se non corrisponda del tutto a quanto, una volta, accaduto – affinché ci si possa dire, per il dopo, di aver vissuto quel mondo. Così, in questo processo a posteriori, la metamorfosi dei corpi diventa metamorfosi del ricordo stesso e si può tornare a scorgere lì un segno, là una radice a cui tornare per riaggrapparsi adesso o un ponte sospeso tra le proprie storie: rimasto perché, nel racconto dei giorni, cambiato ma proprio per questo sopravvissuto a sé stesso.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 24 giugno 2026

Rispondi