Tre poesie da Attesa di Eleonora Baggio Compagnucci

Una magnolia e un ombrello

volano basse le rondini

a salutare

e domando

se tutto questo sia per me.

 

Rimangono le corazze

le pigne di terracotta

perfeziono la solitudine

confondo gli occhi

con le mani.


Annuso l’asfalto 

per rivendicare un diritto di proprietà

(non ottenibile) su due crepe

 

il cielo riduce il suo spessore

ad ogni istante che passa

ingoia la mia penna e non è sazio

 

non bastano a trattenerlo

le cicatrici e i cantieri

che mi crescono sotto le unghie

 

voglio proteggere il tuo castello di sabbia

  ma ho i polsi bucati

 

voglio mangiare

anche le nuvole delle tue iridi.


Socchiudere gli occhi al tramonto

ascoltare il pianto dei muri

nudi

bianchi

l’edera strappata via dalla mano

nuda

bianca

come la rosa

una fetta di pane

un dono, l’orgoglio.

 

Si fa notte.


Porsi sul proprio sentiero significa, in effetti, essere anche alla costante ricerca di un proprio modo di abitare il mondo: trovare un angolo, una nicchia, uno spazio riparato in cui poter rimanere e sentire sempre le cose. In tal senso, le poesie che compongono la raccolta d’esordio di Eleonora Baggio Compagnucci, Attesa (Pequod, 2026), paiono delineare proprio questa medesima ricerca. La struttura dei componimenti, infatti, si avvolge ogni volta attorno a momenti specifici della propria esperienza di itineranza tra i luoghi, dove la parola diventa quello strumento per poter non tanto cristallizzare nel tempo quanto, semmai e meglio, dare a certe impressioni che accadono di fronte all’occhio e alla mente il valore che esse stesse meritano. Riscattarle all’esperienza medesima, disvelarle al corpo che ne ha fatto a sua volta esperienza: trovare così delle coordinate parcellizzate ma valide proprio perché non tese a definire ad ogni costo ma a lasciar essere le cose per sé stesse.

Ecco che i testi, appunto, si costruiscono intorno a materie, forme, odori che appaiono e si fondono simultaneamente in metafore del corpo che le osserva. Così, la narrazione di quello che appare diventa anche il racconto di un’attesa delle cose che – per meglio attendere come praticano i custodi fedeli – si fa essa stessa metamorfosi nel mondo e per il mondo.  Dire ciò che in un momento è apparso alla vista non sarà così solamente un modo di trattenere un evento per sé stessi: diventerà attraverso il canto quel solco da seguire per poter ritrovare tutto quello che, un tempo, era stato già trovato. Ci si saprà riconoscere ancora perché, nell’attesa, siamo stati in grado di accettare di mutare insieme a quei luoghi che abbiamo percorso, per ripercorrerli ancora.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 15 luglio 2026

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