«Pre-sen-te» e nell’attimo stesso in cui lo dico, nell’attimo in cui la mia lingua s’insinua tra i denti, batte sui denti per scandire quelle tre sillabe dalla «natura guizzante»[1] esse sono ormai superate, dei fiori recisi che «nel giardino sul tavolo»[2] giacciono pallidi «per tenera ferita»[3] in attesa della «morte già in atto»[4].
Ecco che, però, ad un tratto i loro gambi sono nuovamente «eretti / fra i poli vorticanti di sensibili dita»[5]: quelle mani che poco prima vi strapparono dalla vostra terra costringendovi ad abbassare il capo, lentamente, petalo dopo petalo – ora – vi restituiscono la vita con il loro calore giovane e vi promettono un accordo di fioritura riunendovi nel fresco della brocca.
La morte toglie e la morte dà. È questo.
E – allora – forse qualcosa rimane sempre di quel presente, forse un’impronta di vocale-corolla che continua a vivere in quelle «giovinette»[6] e che, poi, trapassa i muri di casa che le stesse sfiorarono per puro e amorevole piacere: un’impronta che resiste fino al passaggio di un altro bimbo, di un’altra storia su cui potersi conservare e raccontare, ancora.
Ma è in questo presente, in questo (e in ogni) presente presentissimo e solo nostro che già si instaura un’intima convivenza tra ciascun presente precedente che ci accompagnò. È come se – costantemente – si sommassero, annullassero per divenire momento unico e irripetibile di quel presente attuale. È come se quei lemmi-lembi che caratterizzano ogni nostro presente andato si congiungessero piegandosi sotto il materasso per fissare quel tempo, per distendere quel lenzuolo nel suo spazio caldo e vivo.
E non basta.
Quel lenzuolo, prima di qualunque previsione, inizia a creare delle grinze, delle increspature che riflettono i movimenti di ombra e luce della notte, delle gambe rannicchiate quando cercano furiosamente di proteggere i segreti della Luna e – allora – tutto questo dolce frastuono, tutto questo impercettibile e sensibile spostamento d’Aria anticipa e preannuncia il corso del lenzuolo che verrà, di quel presente che a noi uomini tanto piace chiamare futuro.
E, così, non c’è certo da stupirsi se questa nuova stoffa che ricopre il nostro letto è tanto vicina con le sue continue pieghe a quei crepacci e a quegli invisibili crinali lunari che ci fecero compagnia, a quei moti di rivoluzione e rotazione che videro i nostri gomiti lasciare un solco sul cuscino: il presente resta nel presente e si perpetua, Egli decide ciò che ancora non è pur esistendo già pienamente.
Se in Dark vi sono delle grotte sotterranee nel bosco dell’immaginaria cittadina tedesca di Winden che permettono di raggiungere diversi spazi temporali, dunque, allo stesso modo potremmo immaginare un luogo simile per quel punto ininterrotto di accesso e di interazione tra passato, presente e futuro con cui – anche senza accorgercene – mai smettiamo di connetterci.
È come se da lontano, dall’origine l’acqua raccogliesse ogni nostro presente meno recente, ogni presente che è se stesso e già altro e li facesse fluire – aggregandoli in una sola grande molecola – da quella «bocca di fonte»[7] che parla di Unità.
E devo, necessariamente, spingermi oltre.
Se sono tutti infiniti momenti di presente presenti nel presente di questa vita tangibile, allora, essi sono già infiniti momenti di presente dell’invisibile, della morte che attraverso la terra continuano incessantemente a donarsi.
Occorre questo: mettersi in Ascolto per udire il silenzio dell’eterno ciclo orfico, quel silenzio che annuncia «un incominciar nuovo»[8], l’«elevazione pura»[9] dell’«albero»[10], della vita.
Per completare la celebrazione, poi, provare a divenire quegli animali così consapevoli del Tutto per garantirci nel nostro «udito un tempio»[11] che sappia proteggerci dal rumore, dalle cose che non trascendono.
Magari, potremmo anche presumere l’esistenza di «antenne»[12] che hanno contatti con altre antenne, l’esistenza di una «musica di forze»[13] che partecipa con la sua energia alle molteplici metamorfosi del presente, della vita che straripa nella morte.
E – se così fosse – esse contribuirebbero ad ogni nostro passo, lo avvicinerebbero a quello del cervo e al ritmo di fioritura dell’anemone rispettando quello che Rainer Maria Rilke chiamava Weltinnenraum (Spazio interiore del mondo): siamo un «filo di seta»[14] inserito dentro una trama di indecifrabili rapporti che, a loro volta, si ritrovano nel medesimo e unico «tappeto glorioso»[15].
Non vi è alcuna distanza, solo un continuo ritorno, solo un Canto, solo «un soffio / nel nulla. Un alitare nel Dio. Un vento»[16].
Tuttavia, ammettendo – viandanti – che il vostro sentire sia in dolce sintonia con il mio per poter restare più a lungo in quel soffio vitale, nella nostra Radura dell’essere dovremmo provare a percorrere quel sentiero dell’azione consacrata, quello che nell’antichissimo testo sacro induista della Bhagavad Gita viene chiamato Karma Yoga poiché ci aiuterebbe a non nutrire un incontrollabile attaccamento verso il risultato di ogni nostra azione e ci educherebbe a cogliere la luce, i suoni e le forme di quel preciso momento.
Ecco che – allora – fluire con la vita e con le sue metamorfosi significherebbe anche allontanare da quel tempo orario, di cui parla Eckhart Tolle in Il potere di adesso, il tempo psicologico: se il primo può rivelarsi utile e vantaggioso negli aspetti pratici della vita il secondo, invece, che «consiste nell’identificazione con il passato e nella proiezione continua e compulsiva verso il futuro»[17] non fa altro che spingerci verso quel «rischioso volo»[18] che non concede compimento alle cose.
È «la sosta solamente»[19] che ci salva, la quiete del presente che crea e plasma l’avvenire e che – da sempre – nelle mani dei morti consegna quel seme che mai rinuncia all’esistenza.
Semplicemente, esserci: «Gesang ist Dasein»[20].
- Valeria Pasquarelli, 16 giugno 2025
[1] Rainer Maria Rilke, I Sonetti a Orfeo, traduzione di Rina Sara Virgillito, Garzanti s.r.l., Milano, 2000, v. 6, p. 25.
[2] Ivi, v. 3, p. 71.
[3] Ibidem, v. 4.
[4] Ibidem, v. 6.
[5] Ibidem, vv. 6-7.
[6] Ibidem, v. 2.
[7] Ivi, v. 1, p. 87.
[8] Ivi, v. 4, p. 5.
[9] Ibidem, v. 1.
[10] Ibidem.
[11] Ibidem, v. 14.
[12] Ivi, v. 7, p. 27.
[13] Ibidem, v. 9.
[14] Ivi, v. 11, p. 99.
[15] Ibidem, v. 14.
[16] Ivi, vv. 13-14, p. 9.
[17] Eckhart Tolle, Il potere di adesso – una guida all’illuminazione spirituale, traduzione di Katia Prando, My Life, Coriano di Rimini, 2013, p. 67.
[18] Rainer Maria Rilke, I Sonetti a Orfeo, v. 11, p. 47.
[19] Ibidem, v. 7.
[20] Ivi, v. 7, p. 9.