Una poesia di Simona Curcuruto

Etna è mia madre.

E lava scorre nelle mie vene:

incendia.

 

Cenere è mio padre.

Resiste alle mie ire.


Se dovessimo tracciare una sorta di solco, tra le parole ed i testi di Simona Curcuruto – che torna qui tra le pieghe della Radura con una sua nuova poesia – senz’altro si potrebbe dire come essa sia una poesia che si radica a terra, nelle e tra le cose. Ripensando, infatti, all’altro testo apparso in precedenza sugli spazi di Radura Poetica viene abbastanza istintivo notare la predisposizione dell’io ad appoggiare la propria voce su spazi fisici ben delineati che, non a caso, sempre hanno a che fare con luoghi di casa, di eredità personali da raccogliere e dentro i quali radicarsi nuovamente. Così, in questo testo, l’immagine dell’Etna in eruzione si fonde con un passaggio più fluido della colata lavica stessa con il corpo che la canta, con i ricordi che porta all’interno e respira inceneriti sul fondo di sé stessi.

In tal senso, è assai utile a questo radicamento lemmatico – si potrebbe dire – la scansione assoluta di ogni singolo verso, ognuno dei quali viene chiuso ogni volta da segni forti di punteggiatura: quasi a stabilire ora un additamento netto, ora uno sguardo serio e corrucciato dentro e fuori di sé. Perché se è vero che trovare il proprio solco nel quale abitare a nostro modo il mondo è un atto prima di tutto linguistico, la poesia allora diviene quel mezzo altrettanto assoluto (per l’io che decide di renderla suo mezzo di raccolta personale di ori e argenti memoriali e quotidiani) per indicare il luogo dove porsi abitando: farlo radicandosi alle cose che, quel luogo, lo distendono e caratterizzano, affinché una parte dello stesso sia anche la nostra, nella quale riconoscerci.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 11 giugno 2025

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