C’è questa intervista alla BBC del 1968 dove Tolkien, discutendo di come tutte le storie create dall’uomo parlino di fondo sempre della morte e della sua inevitabilità[1], improvvisamente e con una naturalezza che ho sempre trovato affascinante – quasi da stregone moderno – tira fuori dal taschino della giacca un piccolo taccuino. All’interno, dice all’intervistatore, c’è il ritaglio di una citazione di Simone De Beauvoir da Una morte dolcissima che il professore di Oxford afferma di aver letto sul giornale qualche giorno prima e di averla, appunto, tenuta con sé perché la ritiene assai calzante e vicina alla sua visione del mondo e delle cose.
Non esiste una morte naturale: di ciò che avviene all’uomo, nulla è mai naturale, poiché la sua presenza mette in questione il mondo. Tutti gli uomini sono mortali: ma per ogni uomo la propria morte è un caso fortuito, e anche se la conosce e vi acconsente, un’indebita violenza.[2]
Dopo averla letta di fronte alla telecamera conclude dicendo come (si possa essere d’accordo o meno con questa visione) essa rappresenti comunque «the key-spring of The Lord of the Rings»[3].
Al di là del concetto di morte nelle opere tolkieniane – argomento che, a mio avviso, porta con sé riflessioni multiple le quali però non avrebbero lo spazio di cui necessitano in un articolo come quello di oggi – vorrei soffermarvi con voi viandanti che ci leggete sul gesto stesso, come ho sottolineato in apertura, dello scrittore inglese. Tolkien fa una cosa che, forse, potrebbe sembrare banale a prima vista ma porta con sé un significato più profondo e, direi, stratificato a livello di porsi nel mondo che si abita quotidianamente.
Proprio qualche giorno fa discutevo e concordavo con Luigi Riccio, partendo da una sua nota alle poesie di Valeria Rocco su Inverso, sul concetto di eredità espressa nella poesia degli ultimissimi anni qui in Italia: un rapporto con le proprie origini ed ereditarietà espresso, appunto, tanto nella postura del corpo quanto nella lingua che dà voce la prima. Riprendendo le sue parole:
L’unica risposta è capire come armeggiarci, innanzitutto per sé stess*. Rendere proprio un mulino non per privare ma per dare un referente al mio.[4]
Ecco, mi sembra che Luigi abbia colto un punto significativo che si riallaccia strettamente al ritaglio lemmatico che Tolkien stesso si teneva stretto in tasca ormai più mezzo secolo fa (caspita). Il gesto di ritagliare per sé le parole di altri che condividono con noi, tuttavia, lo stesso carico esistenziale ed ereditario – quasi generazionale direi, tenendo conto di quella comune tra De Beauvoir e Tolkien medesimo in questo caso – rappresenta esattamente, a mio modo di vere le cose, quell’«armeggiarci», quel rendere proprio qualcosa che (poco) prima era di altri non, tuttavia, per un atto di privazione violenta ed egotica ma, al contrario, per quella necessità radicale e radicante di ritrovarsi in un sentiero nel quale riconoscersi, battuto da altri piedi in tempi più o meno diversi dal nostro.
Così, tenere con sé, nel proprio taschino interno ritagli di parole diventa quasi un gesto rituale: delle formule da recitare all’occorrenza di fronte all’urto di vivere quotidianamente le incrinature della propria generazione in un mondo nel quale ci troviamo, volenti o nolenti, scagliati e incagliati linguisticamente prima ancora che fisicamente.
In questo senso – forse e con una certa da parte mia malcelata cautela – il gesto di Tolkien potrebbe rappresentare una prassi, un vademecum utile da tenere a mente per noi che viaggiamo costantemente, oggi, nell’inchiesta continua che sentiamo di porre alla nostra eredità (più o meno) comune, al possesso materiale e (quindi) linguistico col quale ci confrontiamo, spesso, disagevolmente perché mancano le coordinate, una prossemica poetica che possa aiutarci a dare nuove definizioni e referenze, per noi e per gli altri.
Creare, allora, un’abitudine all’armeggiarsi con ritagli che non vengano diluiti nello scolo della citazione ma riposti nell’intreccio (vero e tangibile) di una referenzialità che, proprio perché non privata e privante, sia anche comune: un atto di (ri)costruire un possesso buono e rinnovato nel quale sentirsi casa, fuori da certe catene antiche o recenti.
Perché, d’altronde, affacciarsi di fuori e trovare il proprio retaggio, le proprie orme sulla soglia è tanto inevitabile quanto lo è altro: appendere delle formule sulla propria porta smaccata ma stabile servirà per rinsaldarla nuovamente, ogni volta.
- Paolo Andrea Pasquetti, 2 giugno 2025
[1] «Human stories are practically always about one thing, aren’t they? Death. The inevitability of death» in Release: Tolkien in Oxford, BBC, 1968.
[2] S. De Beauvoir, Una morte dolcissima, Einaudi, 1966.
[3] Sempre in Release: Tolkien in Oxford, BBC, 1968.
[4] Da Valeria Rocco di Torrepadula | Per non aver commesso il fatto, di Luigi Riccio su Inverso – Giornale di poesia, 14 maggio 2025. Link all’articolo completo: https://poesiainverso.com/2025/05/14/valeria-rocco-di-torrepadula-per-non-aver-commesso-il-fatto/ .