Tre poesie da Introvert di Alessandra Raffin

Com’è chiaro il tempo che passa

Su di me

Che non mi sono mai mossa

Ciò che il tempo di solito fa

Ho lasciato che facesse

Immobile

Anche se a volte

Provo ad afferrare

Tutto quello che mi sfugge

E le strade si riempiono

Di viti e bulloni caduti

Com’è chiaro il tempo che passa

Su di me

E mi dice

“Ti impunti davvero

su attimi di grazia”


In attesa dell’invito

Ad un rituale di eleganza

Ho bollito dell’acqua

Per ore

Come se sapessi

Di aprire

Interiora di farfalla

E dentro vedere

La mia faccia

L’angolo della mia bocca

Un’unghia

La mia risposta

E tra il profumo

Del cardamomo

Ecco apparire

L’incompiutezza

E così incerta cammino

Mangiando un passo

Dentro un passo

Mai più sicura

Tra le vertigini

Delle ore calde


Mentre dormo dentro

La luce combatte

In tutte le storie del mondo

Ogni tanto torno

Come a prendermi un finale

A sentire com’è andata

A mettere le mani

Dentro le maniche larghe

Di chi fa passare l’aria


Nei testi di Alessandra Raffin tratti dalla sua raccolta Introvert (Eretica Edizioni, 2024) e che oggi trovano luogo all’interno della Radura il verso, il componimento stesso diviene il mezzo per prendere tra le mani gli oggetti, le immagini che la realtà dispone sul tavolo di fronte agli occhi dell’io: la parola è il modo per maneggiare tra le dita ed interrogare colori e forme in cerca di linee guida all’interno delle quali riconoscersi. Una postura, appunto, che si scioglie in precisi rituali e preghiere personali attraverso il ritmo dal quale le stesse sono comprese: ecco, quindi, ripetizioni e anafore distanziate; rime e assonanze ripetitive che incordano il verso su un andamento unico e quasi cantilenate. È la nenia di chi rimane in attesa – tanto nel sonno, in mezzo a un gesto quanto nel lasciare scorrere il tempo intorno – di trovare un verbo, una parola che imprima su di sé una forma propria, da chiamare per (e col proprio) nome.

In questo modo, i componimenti stessi diventano come detto quel tentavo di comprensione costantemente reiterato dall’io: un’iterazione che è tutta lemmatica, sonora, ancor prima che tematica. L’oggetto, l’immagine (sognata o distesa di fronte) deve essere aperta con le unghie e con la lingua dell’io come in un rito divinatorio nel quale si è interpreti di sé stessi di un sé, però, sentito nel qui ed ora dell’atto performativo medesimo e rituale come impalpabile, sfumato nei suoi contorni e riposto dietro il velo di una partitura cromatica, una geometria distante in attesa di un riconoscimento, di essere nominato per quello che è e che, ancora, non si sa e non si conosce a fondo. Così, l’atto poetico diventa ogni volta – per l’io che lo mette in atto – quel movimento di scorcio, quello sguardo paziente col mento appoggiato sul tavolo mentre aspetta che l’oggetto gli si schiuda davanti mostrando sé stesso: forse con la parola giusta, il giusto tono e tempo, potrà aprirsi davvero nelle sue forme.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 4 giugno 2025

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