Sto facendo una sorta di prova di routine da una settimana a questa parte.
Sorrido perché, mentre scrivo, penso ai reels con le altre routine idiomatiche di Ashton Hall che mi compaiono ogni tanto nel feed: magari ha involontariamente ispirato tutto questo – Appreciate it –
Comunque:
Mi sveglio presto (intorno alle 5.30); se è giorno d’allenamento mi alleno e, un volta finito, prima di accendere qualsiasi device elettronico e iniziare davvero la giornata prendo il libro di poesie che sto leggendo correntemente – Il libro d’ore di Rilke, in questo caso – e lo poso sul tavolo della sala, con accanto la mia matita usata e un po’ ammaccata sui bordi. Mi siedo e leggo tre poesie (non una di più, non una di meno: forse per qualche inconscia aderenza al simbolismo rituale del numero triplo), le annoto se c’è da annotare mentre il sole inizia ad illuminare del tutto la stanza e poi chiudo tutto e mi avvio verso la giornata che mi aspetta.
Ho notato questo, per quanto possa sembrare banale: iniziare la giornata leggendo poesie ha, per me, lo stesso valore e lo stesso influsso sul mio umore, i miei sensi, di iniziarla leggendo e recitando dei salmi religiosi, facendo insomma le lodi del giorno sul proprio breviario (come un tempo facevo, in una parte del mio cammino di cui magari un giorno vi parlerò).
Si tratta, forse, di questo: la parola è sempre il mezzo per darci nel mondo, per riconoscerci in esso. Ripenso a come, spesso, uno inizi la giornata in un mutismo non solo di sé stesso ma, verrebbe da dire, circolare: ci si dedica direttamente al compito, al gesto o (nei casi peggiori) prima di ogni cosa o durante scorriamo lo sguardo su quella congestione audiovisiva dei vari feeds degli altrettanto vari social et similia.
La nostra mente si aggancia subito, così, a quel riverbero continuo di parole e suoni che si accavallano gli uni agli altri. Sicuramente, tra di essi, qualche parola buona ci sarà sempre: ma riconoscerla al mattino sarà particolarmente difficile e, probabilmente, aumenterà solo la confusione e la nebbia mentale.
La poesia, al contrario, è quella parola incisa su una superficie e che risponde a un tempo preciso: ovvero, l’attimo nel quale si offre alla lettura di chi la legge. Richiede una certa postura, una certa attenzione e lucidità – altrimenti sarebbe come scorrere svogliatamente la propria bacheca sul cellulare – che ci permetta non tanto di capire quello che stiamo leggendo ma, semmai, di sentirlo nostro a un livello, direi, di percezione sensoriale e sensitiva.
Come, appunto, leggere (e recitare anche, perché no) delle preghiere, dei canti per sé stessi e non per devozione esterna e non dovuta.
A mio avviso, potrebbe essere una pratica buona: una di quelle che ci aiuti a sentirci più centrati con noi stessi e sentirci – tanto nel bene quanto, soprattutto, nella sofferenza – nel mondo.
Leggere un parola per noi stessi, dunque, per sentirla meglio e sentire, di riverso, meglio lo spazio che occupiamo col nostro corpo e la nostra mente. Non solo: avere l’occasione di scovare, magari, quel verso, quella frase da ripetersi all’occasione durante la giornata nei suoi momenti più labili per darci forza, per riproporre in noi – recitandocela – quella sensazione buona che qualche ora prima ci ha aiutato a sentirci più nel mondo, anche ora che ci sentiamo più sbiaditi.
Chiudo, quindi, con qualche parola da tenere a mente – prima di tutto per me e, spero, anche per voi viandanti – della mia lettura corrente, come dicevo in apertura:
Di giorno, sei parola ripetuta
che tra i molti fluisce bisbigliando:
il silenzio dopo il battere dell’ora,
che si chiude lentamente su se stesso. [1]
- Paolo Andrea Pasquetti, 19 maggio 2025
[1] R. M. Rilke, Il libro del pellegrinaggio in Il libro d’ore, (Das Stunden-Buch), edizione e traduzione a cura Lorenzo Gobbi, Servitium Editrice, Milano, 2008, p. 243, vv. 1-4.