Tre poesie da Argini di Marta Bambi

Discromie

 

come pronunci le labbra

rosso d’acero,

come le stendi e le chiudi per dirmi

d’aprirmi stelo ai sogni

perché per consolarmi ci vogliono

acqua e sale.


La paura s’affanna in dighe di

sole. Dov’è che si scompone quand’è

che cesserà di eludere il giorno?

Se cade annaspa e muore il suo preludio

ma serve disserrare il baratro dal

fondo contenere il fiato –

fingersi corpo morto anima

viva – un lutto senza salma.

Quand’è che ci si spoglia per la verità

che poi si piange?

Deglutisco dal pianto le infinite

correnti

altre intere voragini

che poi tutti si pianga – che dal fondo

si rompano gli argini.


Sciolgo i capelli la testa si solleva

dalla sua nube di spilli. Il giorno

è quasi uguale all’altro ieri – soltanto

una leggera sete bisogno di colmarmi

in questa fluidità dell’esattezza.

Le lacrime però mi stanno addietro

nell’altra stanza dove prima

concedevi la tua spalla nuda

a questo mio bisogno verticale. Ridicolo

pensarmi temeraria: quel che so di me

resta vulnerabile.


Se il proprio io, il proprio corpo e i contorni che lo delimitano sono forse argini quasi impermeabili e infrangibili che si scontrano e urtano con i margini degli altri, di ciò che abita il mondo assieme ad esso, la parola in queste poesie di Marta Bambi – tratte dalle sua raccolta Argini (Eretica Edizioni, 2022) e oggi ospiti tra gli spazi della Radura –  diventa quello scavo, quella crepa sulla superficie dei limiti per lasciar filtrare le cose e farle accadere davanti al proprio sguardo. L’io che cammina tra i versi dell’autrice, infatti, è una prima persona poetica con un grado tanto tattile quanto cromatico (attraverso le parole che lo descrivono e accompagnano) evidentissimo e sul quale si contorna e innesta tutta la narrazione stessa dei componimenti. È un io, appunto, sbalzato tra i propri argini – interni ed esterni – e i margini di ciò e di chi lo circonda in un costante movimento di rimpallo, di urto e rinterzo su ogni superfice sulla quale si trova a cozzare nel suo viaggio nell’attesa di uno scricchiolio, un cedimento nel quale esserci con il proprio canto nonostante le ammaccature sul corpo, sulla voce ed i sensi.

E questo “sbalzamento”, non a caso, è reso a livello tecnico e stilistico da una costruzione sintattica stessa del verso senz’altro peculiare: da un parte, infatti, c’è una voluta sottrazione della punteggiatura che unita però, dall’altra, all’inserimento di incidentali contenute dai trattini conferiscono al ritmo un andamento incostante che mima all’orecchio del lettore proprio la sensazione di un urto, uno sbalzo dopo l’altro attraverso il quale l’io si fa l’argo sul sentiero dei versi. Così, è in questi spazi sintattici (più meno delimitati graficamente) che gli incisi lemmatici irrompono, cozzano e si incidono, appunto, all’interno della narrazione del verso dell’io. Lo stesso inserimento, all’interno di un lessico maggiormente quotidiano, di termini più carichi – «disserrare», «addietro» – verbalmente (e non solo) riescono ad infondere ancor di più quella coerenza testuale di un procedere a tentoni nel mondo, raccogliendo ciò che resta da ogni scontro con il quale si è accaduti e si accade ogni volta, da soli e insieme agli altri. Restare vulnerabili, saper deglutire ed avere (ancora) paura fanno nascere, però, il canto di cui si ha bisogno in questa parte del cammino: è lì, forse, che la parola può insinuarsi per tentare un riparo e un ristoro, accordare le membra a un ritmo più proprio per poter proseguire senza coprirsi. Lasciarsi accadere, dunque, tra i propri contorni.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 14 maggio 2025

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