Sregolato uomo umano
troppo fragile e nel vivere prolisso
fra vecchi errori imbruttiti consumati
non più originali come le tue
aride parole violente depravate, perdonati un poco perdonati
ch’è l’unico modo questo di ottenebrare
i vizi dell’inquietudine inquieta.
Sregolato uomo umano
troppo volubile e nel soffrire abisso
con la pretesa d’essere un gradino sopra te stesso,
guardati bene dentro
prima d’inciampare nell’inganno
altrimenti ingrato volta pure lo specchio.
Tu mi doni il vuoto
ma lo impacchetti con classe.
Io mi muovo matta nell’abisso,
tu ne improvvisi i caratteri e il fondale.
Io scrivo aride poesie,
tu ricerchi orizzonti etimologici nuovi
(l’augurio è che siano almeno freschi e di vita profumati).
Io abbandono gli studi,
tu diventi filosofo.
Io vesto la morte,
tu scopri l’estensione spirituale
dell’identità.
Io cerco l’assoluzione e
m’inoltro in un sogno di solitudine rinnovato.
Gioco dall’ambizione dell’eremita.
La sera leggo Dostoevskij.
La mattina studio il pianoforte.
Seguo un impegno col sociale e
dirigo l’attiva salvezza terapeutica.
Però la notte mi giudico cogli aforismi sulla natura
e gioco mentalmente agli altri inferni.
Così non resta che io.
Non resta che.
Non resta.
Non.
Aspra illusione
nel buio di maggio
vestita da Dio
scegliesti d’ingannarmi.
Sera maledetta.
Devota la speranza.
Rise di me
il rumore del vento.
Oggi, tra le pieghe dei boschi della Radura, ospitiamo alcune poesie di Emanuela Bregante tratte dalla sua raccolta Inquietudine in versi (Nulla Die, 2023) all’interno delle quali si ha come la percezione, abbastanza chiara, di una vera e propria polifonia di voci che si sviluppa da un componimento all’altro: un faldone di differenti spartiti, tuttavia, legati e intrisi in un unico canto che sa distinguersi in un narrazione poetica e lirica, interiore ed esteriore coerente ad ogni verso. C’è, infatti, una certa componente di lusus, di divertissement quasi da parte dell’autrice nel tentare una varietas costante delle voci del proprio coro personale e narrativo. Si passa, così e con peculiare, tuttavia, fluidità, da componimenti giocati tutti su un ritmo frenetico e rotolante costruito su continue assonanze, consonanze, ripetizioni e climax ad altri, invece, che si acclimatano in strofe più ristrette, incisi fermi che fermano a loro volta l’andamento del verso in pause cadenzate tanto serie quanto amaramente ironiche e sarcastiche nel confronto continuo tra l’io che canta e il tu che viene dal primo (ri)cantato. Fino ad arrivare, anche, alla scansione rappresa di strofe minime attraverso le impressioni cromatiche che esse stesse descrivono e dipingono in pochi colpi di fronte agli occhi del lettore: la battuta si fa quasi ermetica mentre sfuma tra i diversi colori della voce e dello sguardo.
È in tale varietà di voci, suoni e ritmi che il racconto in versi trova comunque e proprio per questo il suo solco riconoscibile: quello di un io che impara ad osservare il mondo (e l’altro) da un angolo ben distinto tra le cose. Da lì, da quella postura accorta, esso può ritagliarsi uno spazio all’interno del quale poi ritornare a guardarsi per descrivere, però, un progressivo sfocarsi e perdersi nei propri gesti, nelle proprie abitudini e discese nell’ombra che pare inevitabilmente legato al proprio canto trascinato dalla bocca, mentre si guarda appoggiati a uno spigolo rovinato la strana coerenza della vita. Ed ogni ritmo sembra appartenere, così, a un’osservazione precisa, una certa angolazione dello sguardo: non importa tanto cosa esso descriva e canti quanto, semmai, la sensazione costantemente autoprodotta dallo sguardo stesso sul corpo che ne contiene gli occhi. Così, il verso dell’autrice acquista la sua unità e coerenza: una discesa che sbiadisce i contorni delle membra, screpola la pelle fino a dissiparne del tutto le forme. Sul fondo resta però, la parola: ad essa è affidato il compito di trovare (nonostante tutto) una nicchia dove poggiarsi e da lì ricrescere nuova, ogni volta.
- Paolo Andrea Pasquetti, 21 maggio 2025