È un periodo un po’ strano, questo. Sento di avere i nervi molto deboli e che le cose mi soverchino, anche se forse non sono poi così tante rispetto a quelle di altri (ma cosa significa, in fondo, quest’affermazione?). La Radura in questi momenti diventa per me una sorta di angolo interno in cui riporre i miei stati più o meno densi, più o meno gassosi. «Non è professionale tramutare questo progetto in una cassa di risonanza interiore» mi viene da pensare spesso. «Ma la Radura è anche il mio sentiero personale, coincide sfiorandosi sempre con i suoi limiti» mi dico e rispondo da solo.
In momenti come questi sento che la strada migliore sia fare le cose con calma, con i propri tempi: anche a costo di farne di meno, di metterci più tacche da incidere sulla linea dei propri giorni. Così mi rendo anche conto che quel manifesto di Radura Poetica, qualche giorno fa, probabilmente l’ho scritto più per me stesso a rileggerlo, per rispondere a questa mia esigenza malcelata: il darsi tempo per le cose, lo stare più calmi. Saper chiedere aiuto all’altro quando da solo non ce la fai e prendersi quindi un momento per sé – lontano dalle corse solite – senza per forza sentirsi in colpa; anche se ogni volta è difficile non farlo.
È un periodo quasi di nebbia tra le pieghe della testa, in effetti. Mi trascino ora un po’ stanco ora un po’ intontito e insieme tutte e due le cose. Stamattina mi son svegliato con quel cielo piovigginoso che abbassa sempre l’umore, insieme ad alzare il livello dell’acqua alla stanchezza. In classe ho pure confuso congiuntivo e condizionale per un attimo, confondendo ancora di più i ragazzi, aggiungendo alla loro confusione la mia. Dopo pranzo vedo che il cielo si rischiara: decido di seguire quel raggio di luce che riporta qualche manciata d’azzurro ed esco a passeggiare con il cane, lasciando il divano e l’emicrania che galoppava tra schienale e bracciolo tra i quali me ne stavo sprofondato.
Ho indosso i miei vestiti “da casa” e quel vecchio paio di jeans di quando andavo in palestra, facevo bodybuilding e pesavo 10 kg in più: quelli aderenti, più recenti, sfortunatamente sono a panni sporchi e quindi mi tocca. L’effetto slargato sulle gambe magre mi dà sempre fastidio, quel disagio con quella parte del proprio corpo che avrei voluto diversa da ragazzino, quando gli altri erano più solidi e gonfi, mentre io un fuscelletto sbattuto al vento. Poi ho capito che forse era meglio accettare le proprie forme più sottili per guardare a quelle interne e nutrirle davvero: ma che fatica ogni volta e ripenso, intanto, a come vorrei tornare ad allenarmi con costanza senza riuscirci.
In piazza al centro, mentre il cane tira allegro e deciso, sento il profumo di un negozio che mi ricorda di quand’ero bambino e uscivo la domenica pomeriggio con i miei e la malinconia, comunque, era sempre riassorbita dal loro passo accanto al mio. La luce passa tra l’edicola e l’hotel e fa un taglio molto bello sul pavimento della piazza ancora lucido per la pioggia.
Rientro a casa e scrivo questo pezzo per darmi conforto. Penso a cosa dover cucinare tra qualche ora per cena e mi prende l’ansia: l’ho detto che ho i nervi un po’ deboli, ultimamente. Riprendo a scrivere per finire questo articoletto-sfogo non richiesto-auto consiglio-[aggiungi altri prompts che vuoi] e penso che cucinare mi piace tanto, e che ci sono quei funghi porcini essiccati che amo utilizzare, anche se a furia di usarli ho stomacato la mia ragazza, fin troppo paziente (io mi sarei dato la padella in testa ben prima). Forse un’idea per la cena – in fin dei conti – ce l’ho e un po’ mi vengono gli occhi lucidi a pensarci mentre scrivo, anche se può sembrare sciocco o eccessivamente naïve (ogni volta che esce questo termine ripenso ridendo sotto i baffi a Café Society di Woody Allen, che poi neanche era tutto questo gran film).
Fare le cose con calma, magari scriversele pure, per distenderle in uno spazio-tempo tutto nostro nel quale sedersi e meditare in un modo strano – tipo cucinare i funghi porcini essiccati credendosi grandi chef vegani – sulle nostre giornate. Continuiamo a scriverne, allora, nei modi che ci fanno sentire meglio: io ci ho trovato un guadagno, forse quel passo accanto al mio che da bambino mi davano gli altri più grandi e ora ritrovo in me stesso, per condividerlo con chi passa accanto e mangia insieme a tavola.
- Paolo Andrea Pasquetti, 24 febbraio 2025