Da Materia Verticale, Nulla Die, 2024
I fichi della terra
sanno che finire significa morire
che tutto è di un’unica legione
e che il sangue aperto come radice
chiede seme nello scambio
di volumi e di distanze – il fico
entra nella carne e si sputa una parola
prima al mondo, crea il vuoto alla materia.
Nel vomitoio dell’essere poeta
un singolo fico della terra – guarda,
suo fratello masticato dal sesso delle mani:
tutta la materia è aperta,
tutta chiede fine.
La pupilla è nel midollo,
nel cervello (e questo è in quello – forse –
perché quell’altro)
e le lumache nel sangue
diventano blu,
diventano mercurio
sulle tue stringhe unte e tiepide.
Chiudi quel morso da bestia, quella vescica
da arma, da Dio. Chiudi i giorni,
ci rimane poco: un graffio alla meninge
e il colore celeste, morbido di talco:
intorno l’aria è dolce
ma ogni bocca sa d’acerbo.
Inedito
Il verbo
Dire di quanto tu non riesca
a farti un avversario o di ciò che hai lasciato
nel luglio novantuno (fu l’infarto di tuo padre)
e nel novantasette quando partorivi
quel tuo primo figlio che ti fecero
quasi morto, pure quello, o di quello
che hai visto nelle candele accese
dell’infanzia e dell’acqua che hai portato
in grembo, senza poterla bere,
per gli altri, nel deserto.
Dire di quello che ritornerai,
di ciò che ci somiglierà nel sogno
di uno sconosciuto come se fare poesie
fosse il contorno a matita di una mano:
ma non è così che parla la natura
quanto per rintocchi su lidi biologici,
acque, rotte, germogli secchi al sole
cose che si ripetono stanche senza
che nessuno chieda loro esistenza,
resistenza. Per chi vedranno luce
tutti questi nodi di storie, chi siamo
noi, mamma, se tu per prima non
decidi di dire?
Se c’è un elemento, una striatura cromatica che caratterizza la scrittura di Imperatrice Bruno questa risiede, senz’altro, nel saper nominare con certezza le cose, all’interno del verso. Ce ne offre oggi – qui sugli spazi aperti di erba e radici della Radura – un esempio abbastanza nitido con due suoi testi dalla sua ultima raccolta, Materia Verticale (Nulla Die Edizioni, 2024) e un inedito. Nominare le cose, dunque. Leggendo infatti i testi in questione ci si accorge di come la voce dell’io insista – con quell’insistenza però sensibile e infusa che è propria della poesia – su un elemento, una cosa o un corpo sul quale si costruisce poi il resto della narrazione poetica. Ciò avviene sia attraverso un’iterazione lemmatica che torna di verso in verso (l’immagine del fico) sia sinonimica (il morso, la bocca etc.) dove il lemma stesso, appunto, il termine estratto con le dita dalle cose e selezionato tra i palmi con cura presenta sempre una sua riconoscibilità evidente: quella della corporeità forte, a volte ruvida e/o erotica tanto dei contorni di un corpo che canta o ascolta il suo canto (o quello degli altri) quanto di quelli delle cose stesse, delle forme della natura che comunque esiste da sola. Sta al canto, alla parola poterne dire e parlare per renderla percepibile allo sguardo.
In tal senso, infatti, l’altra peculiarità che si aggroviglia contemporaneamente sul tessuto e l’intreccio dei versi è quello di un continuo rimando metaforico e simbolico alla parola stessa – alla sua azione di luce che dice le cose per l’uomo che vive al loro interno, e all’interno del suo stesso corpo – pur nell’utilizzo costante, appunto, di un lessico che sulla superficie incastra e spinge lo sguardo del lettore sulla concretezza delle forme, delle parti del corpo, del sangue e dei graffi del racconto stesso. Perché la materia è parola e la parola è materia che si realizza nel canto, tanto nel presente di un io che scorre i propri occhi su carne e piante che degradano e fioriscono quanto (invece e insieme) quando li fa scorrere sul ricordo, su storie annodate che possono tornare a srotolarsi ed esistere alla memoria e alla mente solo se dette, verbalizzate e non per forza dalla propria voce ma anche da quella di altri. L’essere poeta, allora, il raccogliere la parola per poter e potersi dire è proprio questo tracciare un contorno sulle cose, creare un intreccio nel rigurgito dell’esistenza di ogni forma: le cose finiranno prima o poi, certo, ma se dette in un preciso momento rimarranno ugualmente, nello schiocco acerbo o dolciastro di una lingua che ancora tenta il canto.
- Paolo Andrea Pasquetti, 19 febbraio 2025
Un pensiero riguardo “Due poesie da Materia Verticale e un inedito di Imperatrice Bruno”