Tutte le correnti
Tutte le correnti sfociano da te
e a te ritornano come sorgenti
al nitore del primo disgelo,
penso e sento l’aria fredda premermi
sul viso schiaffi di beatitudine lenta
e miracolosa, essere in vita,
tessere la ragnatela dei giorni
con il filo invisibile della poesia,
il mio desiderio d’amore
innalzato in una coppa per bere
la tua pienezza e il tuo sospiro
come nettare divino, per te posso diventare
fiore e luce, sacerdotessa per offrire
il sangue dei miei polsi,
la casa del mio ventre,
la terra autunnale dei miei occhi,
e tu in me il dio che spinge le stagioni
e irriga i volti di lacrime di gioia
per la nuova alba e la nuova notte,
la meraviglia sempre viva, sempre oltre,
oltre la morte.
Presagio
A volte dormi un sonno agitato
come se sapessi,
lampi azzurri ed echi
smarriti nei secoli di buio
ti parlano,
il tuo grido scagliato contro la mia pelle
come un vagito primordiale,
poi al mattino tutte le tempeste
cesseranno, un volo d’ombra
ti porterà il presagio
del mio amore.
La strada racconta
Sotto i miei piedi la strada racconta
di carri e di ragli di asini, di sandali e pepli,
colonne erose dai mari, pozzanghere piene di stelle
e mirti, oleandri, uccelli tra i rami,
c’è stato un tempo in cui mi amavi
e pregavi gli dei,
oggi non discenderai
a persuadere Caronte, Cerbero e Ade,
la bella Persefone nel giardino dei melograni
solo per amore di Euridice,
tu verrai a chiamarmi per sapere se sono ancora qui
legata ai tuoi passi, se ti appartengo
come gli oggetti che possiedi,
e quando non risponderò
tu mi crederai un’ombra, un soffio, un nulla
e ti volterai allora per vedermi
libera da te.
La “voce” che si annoda tra le parole ed i versi di Isabella Esposito – prima di uscirne fuori verso gli occhi e intorno alle orecchie del lettore – possiede senz’altro un timbro, un andamento melodico definito e riconoscibile, un’immagine tutta sua. E non è senz’altro un caso che l’autrice abbia voluto incastonarla in una raccolta (quella che ospitiamo oggi qui su Radura Poetica) altrettanto riconoscibile nel titolo e nelle intenzioni, La voce di Euridice (Progetto Cultura Edizioni, 2024). Non è mai facile – né esente da rischi, soprattutto – tentare una ripresa e allo stesso tempo una rielaborazione propria di un modello della tradizione: ancor di più se, come nel caso di Esposito, questo recupero affonda le radici in un mito, in delle immagini archetipiche come quelle orfiche da sempre e sempre riallacciate nel corso dei secoli in molti modi, dai Sonetti di Rilke a Beren e Lúthien di Tolkien, tanto per citarne alcuni. Ma la citazione tolkeniana non è casuale perché, come il professore di Oxford in quella preziosa storia del suo legendarium scelse di operare quella che lui stesso definì come «[…] a kind of Orpheus- legend in reverse […]»[1] qui Esposito tenta il medesimo sentiero, utilizzando la forma dei versi per calarsi all’interno dell’io proprio di Euridice, della sua prospettiva che diventa la prospettiva stessa dell’io che canta un canto tutto suo, verso e poi indietro da Orfeo.
Da un punto di vista formale, l’autrice riesce da un lato a ricostruire attraverso accurate scelte lessicali quella che potremmo definire “l’estetica orfica” ma anche eleusina («[…] per la nuova alba e la nuova notte, / la meraviglia sempre viva, sempre oltre, / oltre la morte») mentre dall’altro, evitando il rischio di incagliarsi in una riproduzione “ultra naturalistica” – si fa per dire – del contesto mitologico, rielabora quest’ultimo in una forma metrica tutta moderna e certamente propria dello stile poetico di chi scrive. Da qui le anafore “minute” (incentrate magari solo sul singolo articolo determinativo a inizio verso), le ripetizioni lessicali, la cadenza data dall’uso delle pause sintattiche o le immagini metaforiche e cromatiche creano un canto che racconta una storia ancora nuova, ancora personale, pur nel ritmo che rincalza quello dei canti antichi, pur nei paesaggi arcaici, nelle divinità e nelle figure evocate. Ma proprio grazie a questo, infatti, il canto si rinnova. In ciò sta la funzionalità del mito: la sua ininterrotta disponibilità a porsi a chi vuol cantarlo come dono da fondere alchemicamente con il proprio sé, rielaborandosi insieme in un nuovo sguardo allo stesso tempo ancora antico. Così, Euridice diventa nei versi di Esposito un simbolo personale, un talismano da appendere al collo nella propria quotidianità diversa e proprio per questo simile alla prima tra amore e ricordo, perdita e riscoperta di sé nella parola e nel mondo.
- Paolo Andrea Pasquetti, 26 febbraio 2024.
[1] J. R. R. Tolkien, The Letters of J. R. R. Tolkien, edited by H. Carpenter, with the assistance of C. Tolkien, HarperCollinsPublishers, London, 2006, p. 193.