Tre poesie da La voce di Euridice di Isabella Esposito

Tutte le correnti

 

Tutte le correnti sfociano da te

e a te ritornano come sorgenti

al nitore del primo disgelo,

penso e sento l’aria fredda premermi

sul viso schiaffi di beatitudine lenta

e miracolosa, essere in vita,

tessere la ragnatela dei giorni

con il filo invisibile della poesia,

il mio desiderio d’amore

innalzato in una coppa per bere

la tua pienezza e il tuo sospiro

come nettare divino, per te posso diventare

fiore e luce, sacerdotessa per offrire

il sangue dei miei polsi,

la casa del mio ventre,

la terra autunnale dei miei occhi,

e tu in me il dio che spinge le stagioni

e irriga i volti di lacrime di gioia

per la nuova alba e la nuova notte,

la meraviglia sempre viva, sempre oltre,

oltre la morte.


Presagio

 

A volte dormi un sonno agitato

come se sapessi,

lampi azzurri ed echi

smarriti nei secoli di buio

ti parlano,

il tuo grido scagliato contro la mia pelle

come un vagito primordiale,

 

poi al mattino tutte le tempeste

cesseranno, un volo d’ombra

ti porterà il presagio

del mio amore.


La strada racconta

 

Sotto i miei piedi la strada racconta

di carri e di ragli di asini, di sandali e pepli,

colonne erose dai mari, pozzanghere piene di stelle

e mirti, oleandri, uccelli tra i rami,

c’è stato un tempo in cui mi amavi

e pregavi gli dei,

oggi non discenderai

a persuadere Caronte, Cerbero e Ade,

la bella Persefone nel giardino dei melograni

solo per amore di Euridice,

tu verrai a chiamarmi per sapere se sono ancora qui

legata ai tuoi passi, se ti appartengo

come gli oggetti che possiedi,

e quando non risponderò

tu mi crederai un’ombra, un soffio, un nulla

e ti volterai allora per vedermi

libera da te.


La “voce” che si annoda tra le parole ed i versi di Isabella Esposito – prima di uscirne fuori verso gli occhi e intorno alle orecchie del lettore – possiede senz’altro un timbro, un andamento melodico definito e riconoscibile, un’immagine tutta sua. E non è senz’altro un caso che l’autrice abbia voluto incastonarla in una raccolta (quella che ospitiamo oggi qui su Radura Poetica) altrettanto riconoscibile nel titolo e nelle intenzioni, La voce di Euridice (Progetto Cultura Edizioni, 2024). Non è mai facile – né esente da rischi, soprattutto – tentare una ripresa e allo stesso tempo una rielaborazione propria di un modello della tradizione: ancor di più se, come nel caso di Esposito, questo recupero affonda le radici in un mito, in delle immagini archetipiche come quelle orfiche da sempre e sempre riallacciate nel corso dei secoli in molti modi, dai Sonetti di Rilke a Beren e Lúthien di Tolkien, tanto per citarne alcuni. Ma la citazione tolkeniana non è casuale perché, come il professore di Oxford in quella preziosa storia del suo legendarium scelse di operare quella che lui stesso definì come «[…] a kind of Orpheus- legend in reverse […]»[1] qui Esposito tenta il medesimo sentiero, utilizzando la forma dei versi per calarsi all’interno dell’io proprio di Euridice, della sua prospettiva che diventa la prospettiva stessa dell’io che canta un canto tutto suo, verso e poi indietro da Orfeo.

Da un punto di vista formale, l’autrice riesce da un lato a ricostruire attraverso accurate scelte lessicali quella che potremmo definire “l’estetica orfica” ma anche eleusina («[…] per la nuova alba e la nuova notte, / la meraviglia sempre viva, sempre oltre, / oltre la morte») mentre dall’altro, evitando il rischio di incagliarsi in una riproduzione “ultra naturalistica” – si fa per dire – del contesto mitologico, rielabora quest’ultimo in una forma metrica tutta moderna e certamente propria dello stile poetico di chi scrive. Da qui le anafore “minute” (incentrate magari solo sul singolo articolo determinativo a inizio verso), le ripetizioni lessicali, la cadenza data dall’uso delle pause sintattiche o le immagini metaforiche e cromatiche creano un canto che racconta una storia ancora nuova, ancora personale, pur nel ritmo che rincalza quello dei canti antichi, pur nei paesaggi arcaici, nelle divinità e nelle figure evocate. Ma proprio grazie a questo, infatti, il canto si rinnova. In ciò sta la funzionalità del mito: la sua ininterrotta disponibilità a porsi a chi vuol cantarlo come dono da fondere alchemicamente con il proprio sé, rielaborandosi insieme in un nuovo sguardo allo stesso tempo ancora antico. Così, Euridice diventa nei versi di Esposito un simbolo personale, un talismano da appendere al collo nella propria quotidianità diversa e proprio per questo simile alla prima tra amore e ricordo, perdita e riscoperta di sé nella parola e nel mondo.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 26 febbraio 2024.

[1] J. R. R. Tolkien, The Letters of J. R. R. Tolkien, edited by H. Carpenter, with the assistance of C. Tolkien, HarperCollinsPublishers, London, 2006, p. 193.

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