Xenìa – perché il Poeta è affezionato alla Vita

Se dovessi pensare alle mani di coloro che percepiscono la penna come quella cosa sacra plasmata dalla loro stessa costola non riuscirei mai a crederle in uno stato di abbandono, di indifferenza persino verso le proprie tasche di stoffa che – da sempre – si confessano come un luogo di possibile scoperta di ricordi lontani e tesori dimenticati.

Ecco, viandanti, osservando il mito della creazione di Eva dalla carne di Adamo che è la prova della comune natura tra i due amanti e riconoscendo – in egual modo – anche una consustanzialità tra il Poeta e la Poesia potremmo intuire rapidamente che non può esistere separazione tra questi ultimi: se il poetare è un’intima e assoluta celebrazione che onora la propria radice etimologica elevando quella sua maternità, quel suo essere donna che si prepara al parto – allora – è impossibile che il sangue del Poeta sia capace di perdere quella precisa vitalità che appartiene all’atto creativo.


La Parola – mantenendosi già essa stessa come la primissima manifestazione del suo Essere che si compie e prende corporeità superando il proprio lemma, entrando in contatto col mondo esterno e illuminandolo – tra tutte le verità più divine che rivela la principale in assoluto, inconfutabilmente, è esattamente quella che coinvolge colui che costantemente col verso intreccia al telaio i fili della propria trama.

È una verità che quasi sembrerebbe risvegliare il mondo dell’antica Grecia: la Poesia che è Epifania, divinità che si mostra nel ναός del tempio, nel cuore dei poeti quando la evocano con feste e preghiere è come se facesse un patto con i suoi fedeli che si fonda sul concetto sacro di ξενία, Xenìa. Dunque, riesco a cogliere in quell’ospitalità che i Greci offrivano allo straniero la medesima accoglienza nei riguardi della Parola nel momento preciso in cui varca la soglia della propria radura per donarsi all’uomo. Se scambiarsi un pezzo di legno dividendoselo a metà poteva essere quel riconoscimento tra le rispettive famiglie che avrebbe giovato ai discendenti – allora – ho la certezza che metaforicamente anche la Poesia e il Poeta si salvino allo stesso modo, che il secondo conceda rifugio alla prima e che –  immediatamente – essa si prenda cura del suo compagno poiché, ormai, entrambi sanno di appartenersi profondamente.

È in questa appartenenza e in questo appartenersi di sangue in sangue, generazione dopo generazione che l’Epifania madre si compie generando un’ulteriore manifestazione che – noi seguaci del Canto altissimo – dovremmo sempre custodire con amore. Divenire ognuno l’ossatura e la casa dell’altro, il riposo e il luogo che spinge l’embrione contenuto nel seme ad uscire dalla fase di quiescenza dogmatizza quella consustanzialità tra il Poeta e la Poesia e, di conseguenza, produce nuova verità udibile – però – solo nei tratti di respiro meditativo che si conciliano con la fiamma, che non perdono il contatto visivo con la candela: ebbene, non può nel Poeta trovare spazio un pessimismo che sia ben radicalizzato, una non aderenza alla vita che comunicherebbe un incondizionato sconforto poiché è nel suo stesso principio naturale quella forza creativa e fluente che – primordialmente – appartiene alla Parola.


Viandanti, ammettendo – allora – il potere fruttuoso della Poesia, percependo più generosamente la sua stretta di quercia secolare e ritrovando sempre nelle tasche quel pezzo di legno consacrato, riusciremmo con maggiore fiducia a seguire il suo passo, ad abituare i nostri sensi a riconoscere quel Bello delle cose che ci esorta al compimento: ecco, senza più macigni a bloccarci l’orlo del vestito potremmo accorgerci che in greco l’aggettivo καλός (bello) e il verbo καλέω (chiamare) condividono la stessa radice etimologica, che la Bellezza è davvero una Chiamata, un ronzio vibrante e alle volte insistente, un richiamo quasi fastidioso di zanzara in grado di farci dimenticare come la notte si chiudano gli occhi spingendoci – così – a nascondere la testa sotto il cuscino per riposare almeno un po’.

Nel mio immaginario – dunque – l’abbraccio massiccio e nodoso della Poesia è lì, in quelle ore di aspirazione e ascolto sotto lo sguardo della luna per ricordarci come quei movimenti di dissidio nel nostro letto possano svelarci che anche la Bellezza può essere motivo di turbamento, che la creazione stessa è scomodità, continua rinnovazione e resistenza che – tuttavia – mai cessa di portarci nuove cose vive e grandiose e che sfuggono dal possesso.


Se, allora, «perfino il suolo destinato / alla gioia della vigna»[1] ha «un carattere duro»[2] è certamente comprensibile che quegli schemi per natura sfavorevoli abbiano la capacità di indurre l’animo in uno stato di sconforto ma se – invece – ricercando «la ragione»[3] che ci «chiama a scrivere»[4] realizzassimo che essa estende «le sue radici nel più profondo luogo»[5] del nostro cuore, indubbiamente, quel patto antico tra Poesia e Poeta protetto da Zeus rilascerebbe prontamente la sua luce rendendo «colma ogni cosa / della sua dolcezza»[6].

E, pertanto, come poter supporre – ancora – che dietro quello slancio emotivo, che in quel gesto perfetto e concentrico che torna e ritorna ad ogni tratto d’inchiostro e di chiusura di sillaba possa nascondersi un sussulto che non crede nella vita e che sussurra che non vi sia speranza in quella densa ricerca poetica? Come poter leggere, ad esempio, nella vertigine del dolcissimo poeta recanatese una condizione di rifiuto, di pessimismo quando se ci privassimo di ogni suggestione e controllo mentale ci accorgeremmo – immediatamente – che quel suo desiderio di abbandono e annullamento fosse il segno di una profondissima consapevolezza della Bellezza infinita e assoluta?

Leopardi aveva ben capito che divenire parte delle cose superiori significasse necessariamente accettare i segreti di rotazione e rivoluzione della Luna e naufragare nel mistero dell’immensità, che col tocco silenzioso e delicato della Poesia quelle delusioni sull’esistenza avrebbero trovato freschissimi e vivi fili d’erba con cui intrecciarsi: se ci avvicinassimo col cuore ai suoi versi – allora – coglieremmo in quella sua espressione comunicativa continua e costante nel tempo e in quella resa che in noi desta il desiderio di quegli stessi valori che (apparentemente) egli si prefiggeva di allontanare il segno di un seme che mai ha smesso di germogliare, di una speranza che si prepara a schiudersi divenendo ogni giorno più tenera e carnosa poiché conserva dentro di sé tutta la forza della propria fragilità.


Miei cari compagni di viaggio, ora che nella mia stanza scrivo di questi piccoli miracoli quotidiani mentre il calore del sole mi bacia prudentemente la guancia sono sempre più persuasa che finché nutriremo un tempo incline a tradurre in parole quegli atti da noi vissuti – indubitabilmente – la disposizione del nostro spirito sarà leggera e «color di vela»[7] e, dunque, salpare per quell’«alta scogliera / di stelle»[8] non solo sarà una certezza ma anche un riscatto per tutti quei poeti i cui nomi – troppo spesso – sono stati e sono costretti ad una foschia che non concede margine di fede.

  • Valeria Pasquarelli, 20 gennaio 2025

[1] Rainer Maria Rilke, Poesie francesi, traduzione di Roberto Carifi, Crocetti, 2020, vv. 2-3, p. 85.

[2] Ibidem, v. 4.

[3] Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta – lettere a una giovane signora su Dio, traduzione di Leone Traverso, Adelphi s.p.a., Milano, 1980, p. 14.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Rainer Maria Rilke, Poesie francesi, vv. 7-8, p. 85.

[7] Antonia Pozzi, Desiderio di cose leggere, in Poesie, Garzanti s.r.l., Milano, 2021, v. 5, p. 216.

[8] Ibidem, vv. 18-19.

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