Due poesie di Lorenzo Catalano

1.

Quello loco ove l’Amor fiore sede,

in cu’ sonno seda focoso,

malo fuggirsi del mondo concede;

pria Venosino riposo,

pria il dovere, poscia Veronese,

che mi istiga erotico brioso.

V’è Armida maga erote che mi strega,

con cu’ vita e morte convive,

per mi’ giogo ch’a lei istessa mi lega,

e cado tralle braccia lascive.


2.

D’amor cortese pio non favello;

di donna desio doglio,

ché avere guida di spirto anello

vorria, e veder soglio:

non biene trascorso astratto, ingiusto,

empio, inatto voglio.

Paolo sono e tu Francesca del Canto,

non niego mi’ volere

e del dio Bacco oino m’infondo tanto;

bramo in ella cadere.


Con le due poesie di Lorenzo Catalano, oggi, riprendiamo quel filone di scrittura tra rielaborazione della tradizione passata e contemporaneità che più volte abbiamo ritrovato in modo interessante già con altri autori qui sulla Radura. In questo caso particolare, risulta evidente nelle intenzioni dell’autore l’aderenza a una certa specifica tradizione, ovvero quella della poesia amorosa medievale (e umanistica) tanto a livello metrico, tecnico quanto a livello dei riferimenti culturali e simbolici di quello stesso filone. Nello specifico, il richiamo alla figura di Amore nella sua accezione personificata o a quello della maga Armida della Gerusalemme Liberata – passando per i riferimenti a Paolo e Francesca della Commedia – modellano con una direzione evidente dello sguardo la costruzione dei testi attorno al tema, appunto, dell’amore e del desiderio che da esso deriva tentando, attraverso il canto, di affrontarne dentro di sé gli urti corporei e, allo stesso tempo, psicologici.

Accanto a un utilizzo senza dubbio coerente e cosciente della forma tradizionale (in particolar modo a livello lessicale) spicca, tuttavia, una rielaborazione personale anche sul piano grafico e metrico: quella che pare la forma-sonetto originaria così si contrae stroficamente e sillabicamente, dando luogo a un’alternanza di endecasillabi e novenari alla quale fanno verso le rime alternate nello schema ABABABCDCD riuscendo a dare l’idea – durante la lettura – di una suddivisione melodica interna, velata dietro l’unità dei versi che appaiono graficamente indivisi. Ne segue, appunto, un ritmo coerente eppure alterno e vivace che si riallinea al tema principale dei versi il quale, come la sua controparte tecnica, si offre ancora attraverso una rielaborazione, stavolta però tematica. Se infatti il tema dell’amore e del desiderio erotico, su un piano più superficiale, viene racchiuso all’interno delle citazioni dei vari modelli amorosi della tradizione, tuttavia esso non riesce a dissimulare del tutto una carica emotiva, erotica e psicologica che a volte straborda dai limiti tematici rappresentati dalle citazioni stesse: una sorta di scrigni pregiati all’interno dei quali essa è incesellata e dai quali allo stesso tempo, tuttavia, fuoriesce. La narrazione poetica dell’io diviene così il tentativo continuo di trovare, costruire uno stampo linguistico all’interno del quale infondere il metallo fuso della propria passione erotica attraverso la forma poetica stessa, lasciando però aperti – più o meno consapevolmente – degli spiragli sulla sua superficie: da lì la parola si insinua e fuoriesce ancora in nuove forme, dove averne attraversate altre e il cammino di chi le dà voce, tra passioni e sguardi interiori, continua.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 22 gennaio 2025

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