Essere il verso migliore di sé stessi – la pratica della poesia come incremento di vita

Fermandomi, ora, a rileggere gli articoli che ho scritto in questi mesi qui sulla Radura, sento nelle corde una spinta quasi fisiologica a dare e darmi delle considerazioni. E come il fungaiolo che, dopo lunghe ore passate sui sentieri nel bosco, decida di arrestare il passo sedendosi tra le radici nodose di un faggio per riposare un poco, trovandosi a valutare i sentieri battuti durante la giornata ed il bottino riposto nella sacca ripensando ai molti funghi incontrati sul percorso, tanto quelli raccolti quanto quelli lasciati lì dove si trovavano – sia perché non adatti sia per serbarli ad altri, al bosco stesso e ai suoi abitanti – così mi trovo a rileggere e soppesare col pensiero le parole che ho speso con voi viandanti in queste settimane. Sono passati, mentre scrivo, circa tre mesi da quando ho deciso di riprendere in mano Radura Poetica dopo una lunga pausa fatta di dispersione e lontananza da me stesso: avevo appena terminato un’esperienza lavorativa estenuante (soprattutto umanamente) e deciso di rimettermi in cammino, riprendere il sentiero, come scrissi in quell’articolo da ritorno sulla scena (https://radurapoetica.com/2024/07/12/riprendere-il-sentiero-un-viatico-per-noi-stessi-quando-rischiamo-di-perderci/). Sarà che io sono uno che riesce a scrivere al meglio principalmente da vestito di tutto punto, con le scarpe calzate ai piedi se non direttamente (e meglio) mentre cammino per strada, pigiando le dita di fretta sulle note del telefono – mi torna in mente il pensiero di Barfield a proposito che citai qualche tempo fa parlando di poesia ai tempi dei social (https://radurapoetica.com/2024/09/02/poesia-su-carta-e-poesia-social-sulla-postizzazione-della-poesia-e-perche-ne-abbiamo-bisogno/) – e per questo non posso trovare né ritrovarmi in metafore migliori di quelle, appunto, sul cammino di un viandante lungo il suo sentiero nel bosco.

Ecco, questo sentiero rispetto agli anni scorsi si è anche allargato ad altri compagni di via – Simone e Valeria, che ringrazio di cuore per il loro contributo preziosissimo alla Radura – e, ancor di più, a tutti i numerosissimi viandanti che in poche settimane sono più che raddoppiati su queste pagine: questo forse mi fa pensare che la strada intrapresa, in effetti, sia quella giusta in fin dei conti. La cosa che, tuttavia, ho notato e sulla quale rifletto ora con più attenzione è stato, più precisamente, un certo cambio di paradigma in me stesso intervenuto proprio nel modo di approcciarmi a questi stessi articoli: da quell’ormai famoso pezzo sul “riprendere il proprio sentiero” ho aperto un modo di pormi e portare certi argomenti su Radura Poetica che prima non avrei mai preso, probabilmente, in considerazione. Se ripenso al tono degli articoli sui vari poeti di anni fa, molto più distaccati (e che risentivano senza dubbio di una certa patina post accademica) nelle mie riflessioni poetiche che lì vi proponevo, adesso i pezzi che a cadenza settimanale riporto su questo blog si allacciano ineludibilmente con il cammino della mia vita interiore, poetica e (forse) spirituale. Né potrei anche solo pensare di operare un taglio, una cesura netta tra tutto ciò e la mia attività redazionale: banalmente, non credo riuscirei a scrivere cose che abbiano una validità ai vostri occhi, almeno per quanto mi riguarda. È stato, infatti e ora me ne rendo conto con più lucidità, proprio il momento in cui ho iniziato a calare la poesia all’interno della mia quotidianità – una cosa che a parole e proclami ho sempre detto ma, probabilmente, fino ad ora non avevo mai fatto davvero o, perlomeno, con consapevolezza – che certi pezzi, certe riflessioni sono fuoriuscite con la velocità e la forma già definita (per tornare alla metafora inziale da fungaioli in apertura) dei miceti. Le stesse citazioni di autori più svariati non sono state neanche cercate da me con troppa alacrità o accademica ricerca: balzavano semmai alla mente come i cappelli colorati di certi funghi nel sottobosco che subito attirano la vista di chi passeggia tra gli alberi ed i cespugli. L’unico sforzo da fare era quello di avvicinarmi un poco, coglierli e infilarli nella sacca per poi cucinarli in qualche risotto di parole qualche ora dopo.


E a proposito di cucina pochi giorni fa, guardando un video di uno chef gallese che seguo con una certa assiduità e passione, Gaz Oakley – il quale da qualche anno è tornato nella campagna dove è nato e cresciuto fuggendo dal trambusto londinese con l’obbiettivo di vivere dei prodotti del suo orto, in un percorso di crescita prima di tutto interiore con sé stesso – mi ha colpito molto una frase da lui pronunciata, che vi riporto trascritta qui di seguito:

So me, growing my food, me spending time in nature, me going to the gym and cooking nourishing foods all the time… it’s things that I have to do for me to feel good and to have a good effect on the world and that’s all I’m trying to do: I’m trying to be the best version of myself […].[1]

Cercare di essere la versione migliore di sé stessi. Pare facile, direbbe un giocoso saggio in romanesco.  E non si tratta neanche – e non voglio passi alle vostre orecchie come tale – di una di quelle frasi motivazionali di autoaiuto che troppo spesso girano in rete tra social ed altro. Ripensando proprio al tono e ad i contenuti degli articoli che, da qui a luglio, ho scritto su Radura Poetica credo che questa citazione si leghi in profondità alle radici di un discorso unico partito da quel primo pezzo estivo sul saper seguire la propria strada, passando per l’altro dove discutevamo insieme del saper dare tempo alle cose fino ad arrivare qui, alla chiusura autunnale di una sorta (o almeno così mi piace pensarla) di trilogia sul rapporto tra poesia e creatività, vita, quotidianità ed autenticità esistenziale. Credo, alla fine della giostra, che questa cosa abbiamo anche funzionato, perlomeno per me e anche con una certa bontà di effetti e frutti raccolti e ancora da raccogliere.  


Se è vero come (credo, almeno per me) è vero che la poesia abbia quella capacità intrinseca, trasfusa in sé stessa, di saper indicare una comprensione del mondo e di chi lo abita non però sistemica e sistematizzata ma emotiva e sensibile e se è vero che essere la versione migliore di sé stessi abbia a che fare esattamente con il saper riconoscere e comprendere la propria sfera emotiva, i luoghi dove essa possa attecchire al meglio e soprattutto quelli dove invece avvizzire rantolando e cercare di orientarsi di conseguenza, allora l’atto stesso poetico diventa la traslitterazione lemmatica, fonetica e melodica di questo medesimo percorso interiore ed esteriore. Allora, l’essere la versione migliore di sé stessi assume, attraverso il gesto corporeo e conoscitivo della scrittura poetica, la forma tutta propria dell’essere il verso migliore di sé stessi. In altre parole – e forse nella maniera più banale possibile, ma proprio per questo più palpabile e condivisibile – la poesia e soprattutto la scrittura della poesia, il suo concretizzarla su carta (o uno schermo) con i gesti delle proprie dita, è uno strumento che ci guida a una maggiore comprensione di noi stessi, per poter (tentare di) stare nel mondo con più consapevolezza e bontà di frutti raccolti e semi piantati. Più che leggerla, scriverla appunto e rileggersi, come anche Leopardi annotava:

Uno de’ maggiori frutti che io mi propongo e spero da’ miei versi, è che essi riscaldino la mia vecchiezza col calore della mia gioventú; è di assaporarli in quella età, e provar qualche reliquia de’ miei sentimenti passati, messa quivi entro, per conservarla e darle durata, quasi in deposito; è di commuover me stesso in rileggerli, come spesso mi accade, e meglio che in leggere poesie d’altri […]; oltre la rimembranza, il riflettere sopra quello ch’io fui, e paragonarmi meco medesimo; e in fine il piacere che si prova in gustare e apprezzare i propri lavori, e contemplare da se, compiacendosene, le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui.[2]

Perché sono molti i momenti, lungo il cammino, nei quali quella consapevolezza di sé raccolta nel tempo con fatica dal terreno, in qualche modo, sbiadisce tra i muschi e le luci soffuse del crepuscolo e la nostra emotività – nella sua parte più istintiva e ferita – torna a farci scattare verso burroni già affrontati molte volte, già molte volte luoghi di cadute e sanguinamenti: sbucciature dove abbiamo spesso trascinato gli altri, legati alla nostra fune in una comune cordata rivelatasi poi ancor più dolorosamente rovinosa. Se tuttavia, in alcuni momenti della nostra vita, abbiamo operato quel tentativo di darci una postura più propria, abbiamo prestato l’orecchio verso ciò che ci suona più da vicino e a noi si accorda fisiologicamente e in questo ritrovarsi abbiamo incastonato l’evento stesso nelle parole di un verso, allora tornare su queste stesse parole assomiglierà – se non si realizzerà invece concretamente – a ritrovare, anche solo per un momento prima di perderla di nuovo, la via che stavamo seguendo e dalla quale proveniamo nella nostra personalissima linea cronologica. Essere la versione migliore di sé stessi è, credo, saper dare senso alle proprie cadute, ai momenti nei quali – al contrario – ci ritroviamo nel fango della nostra forma peggiore e saperne trarne un verso, che provenga dal passato a darci calore e manforte o che si cristallizzi nel buio di quel momento, accennando a una luce, una fiammella da seguire tra i rami nodosi della propria foresta individuale: è in questo modo, in questa cadute, che riusciamo a trovare tra le radici che ci hanno fatto inciampare quei funghi inaspettati e spesso trascurati da chi passa sulla via solo perché giacciono nella penombra delle cortecce muschiose. Per proseguire questo immaginario da fungaioli incalliti: inutile cercare tartufi in un sottobosco che non li ospita solo perché crediamo sia il nostro obbiettivo raccoglierli. Se guardiamo con più attenzione, scorgeremmo tra foglie e radici qualche trombetta dei morti che avrà lo stesso sapore vivificato, anzi e tuttavia, dall’esser stato frutto di una scoperta propria e non inseguita a priori su sentieri che non ci appartengono.

In questo senso, credo, essere il verso migliore di noi stessi è saper calare (come scrivevo più sopra) la poesia nella propria quotidianità, nella propria vita in modo tale da dare un corpo, un alfabeto di segni riconoscibili con i quali saper decifrare la propria emotività all’interno del nostro costante tentativo di essere la propria versione migliore, un portolano da tenere nella bisaccia per segnare i nuovi porti sicuri scoperti dove attraccare o per rammemorare quelli già incontrati in passato, dove rifugiarsi dalle violente tempeste sulle rotte percorse. E, come dicevo, se la poesia rappresenta quindi uno di quegli strumenti – per me ineludibili – che può aiutare a sentirci più centrati, ad avere un effetto positivo sul mondo che abitiamo allora scrivere un verso, anche solo (e soprattutto) per sé stessi, rappresenta proprio quel saper segnare sulla propria cartina un punto stabile sul quale orientare la propria rotta.


Questo, viandanti, non voglio sia frainteso come un invito a una sorta di semplificazione della pratica poetica a un mero gesto inconsapevole ed estemporaneo. Al contrario – e sapete bene che chi scrive è il primo a fare nel suo piccolo della poesia una professione – è proprio nel saper dare spazio a un’esigenza quotidiana e familiare del verso, della poesia «sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui», che la rende vivida, consapevole nel profondo del proprio valore di incremento e progressione della vita di chi la compone. Avvicinandomi alla conclusione, insomma, credo che il praticare la poesia in un modo che davvero si allacci come un rampicante al supporto offerto da una crescita personale, da un continuo processo di miglioramento e auto conoscimento, sia il metodo che più la avvicini allo scopo per il quale essa stessa sussiste ed insiste tra gli angoli del mondo. Scrivere, quindi, poesia per sé stessi come parte di un bisogno personale che non miri necessariamente a un sentiero di riconoscimento esterno, non sarà altrettanto necessariamente quell’inconsapevole svilimento di una atto creativo troppo spesso banalizzato dalla confusione che si agita intorno a un confine così labile tra critica e pratica individuale. Sarà, semmai e meglio, il modo più sincero di permettere alla poesia di incrementare, appunto, le fasi che calchiamo nella nostra vita costruendo all’interno di esse, nell’idea di Wordsworth, un spazio sicuro dove «[…] enshrine the spirit of the past / for future restoration»[3].

In altre parole e salutandoci, scrivere poesia rappresenta quel mezzo per dare valore e incrementare la nostra vita, andando a delineare uno spazio che sarà custodito proprio da quei versi che abbiamo avuto sentore un giorno, un’ora o in un dato momento, di scrivere. Magari quel verso rimarrà l’unico che abbiamo mai scritto o un insieme di parole chiuse nel nostro cassetto privato, oppure saranno l’inizio di un vero e proprio sentiero poetico: in ogni caso, nel rileggerle capiremo di aver dato ai nostri giorni la possibilità di essere racchiusi in una forma viva sempre disponibile – all’interno del nostro percorso di miglioramento costante – al recupero di una reliquia amata, sia essa gioiosa o (soprattutto) dolorosa. In questo recupero, penso, sta la crescita e il nostro incremento personalissimo e costante: nello spazio di un verso che si è fatto versione migliore per un istante.

Buon sentiero.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 28 ottobre 2024

[1] Gaz Oakley, My Rather Extreme Way Of Eating, Exercising & Living; For Happiness, link al video completo su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=P0TcF_6Fi0E [corsivo mio].

[2] Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, Letteratura Italiana Einaudi, Le Monnier, Firenze, 1921, 4302, p. 2875 [corsivo mio].

[3] William Wordsworth, The prelude, edizione a cura di Massimo Bacigalupo, Arnoldo Mondadori S.p.A, Milano, 1990, Book Eleventh, vv. 341-342, p. 458.

Rispondi