Tre poesie di Simone Colombo

Rinascita

*(dai testi di Imru al-Qais)

Amico senti quel fulmine?

Che violentemente brilla

E l’acqua scrosciante che strilla.

 

Fermi ora! Voi amici e venti,

la strada è ancora fresca

e l’amata rimembrerò.

Helm! Dicono i sapienti,

ma il mio dolore è esca

per una caccia che vincerò.

Acqua scroscia e riflette,

la lama che ora mi flette:

la sabbia d’amore è argilla,

Fatima! Per te il pianto stilla.

 

Amico senti quel fulmine?

Che violentemente brilla

E l’acqua scrosciante che strilla.

 

Ricordo! Il mio deserto era in te:

lo sguardo selvaggio, il cervo,

la chioma bruna, i datteri.

Pura, la tua vita pure

come le acque senza servo,

illumini le ombre di ieri.

Nuda, alta la notte scura

che m’inonda senza cura;

luce che illumina e assilla

da quella Pleiade arzilla.

 

Amico senti quel fulmine?

Che violentemente brilla

E l’acqua scrosciante che strilla.

 

Ulula! Che ululo anch’io

La tua sabbia è come la mia,

via scivola e teniam nulla.

Lupo, ma cavalco e esisto io

Lui nitrisce e segue la via,

e fedele in festa s’annulla.

Sabbie che non son solitarie,

dove con cacce temerarie

l’animo suo che favilla,

come a cena la scintilla.

 

Amico senti quel fulmine?

Che violentemente brilla

E l’acqua scrosciante che strilla.

 

Amori! Amici! Deserto!

le mani applaudono in festa,

s’avvicina la cascata.

Tribù con cui non disserto,

è ora che lacrime vestano,

le sabbie di vita amata.

Helm! Dicono i sapienti

E calmo osservo torrenti.

Pleiade sciolta che vacilla:

lascia un canto d’aria tranquilla.


A Giulia…

*(dai testi di Al-Khansa)

Non cammina quella morte tiranna

e scappa l’uomo dal pozzo malato;

quella veloce rapisce e s’affanna:

l’ultimo fiato.

 

Sorella colpevolmente amata:

non è amore, obbligare emozione,

la nostra vita è vuota, scappata:

l’ultima azione.

 

Ora aiuti il nostro mondo dal fondo,

la terra recente ingabbia la voce,

quel silenzio muove il deserto biondo:

l’ultimo audace.

 

Confuso il viaggiatore guarda al cielo,

ma non sei più tra quelle luci in danza,

e la puledra con anima d’un velo:

un’ultima speranza.


Sonetto ubriaco

*(dai testi di Walid II)

L’un passa, l’altro canta, quello beve;

ubriaco penso a che belle signore:

coraggio averle, sapore di vino.

 

Così si festeggia in festa per ore,

il bicchiere colmo che si riceve

e incosciente riempio, m’inchino.

 

Un vino scuro che solo riceve

colore di spezie e pece, calore

di vita futura e d’ardore:

insegnerò a cavalcare asini.

 

Un vino d’oro che luccica lieve,

e colmo di bollicine canore

come lampi brilla, anticipatore

di un paradiso senza redini.

*Le poesie non sono traduzioni, ma rielaborazioni metriche e tematiche, gli autori arabi medievali citati sono spunto creativo.


Continua su tratti di via carichi di frutti interessanti quel sottobosco, qui su Radura Poetica, di poesie e viandanti legati a una rielaborazione ben consapevole della tradizione passata; canti che riescono a risillabare con vividezza immagini e forme ancora ardenti sulla linea del tempo. E, nei versi di oggi di Simone Colombo, l’asse cronologico e geografico si sposta di nuovo: stavolta verso il mondo della poesia araba del medioevo, attraverso un recupero senza dubbio peculiare dell’immaginario poetico in questione. L’autore, infatti, nei testi qui presenti si cimenta e adopera in una vera e propria trasfusione delle immagini, parvenze e concettualità tratte dalle poetesse e poeti della tradizione poetica araba preislamica e non, all’interno delle forme metriche della ballata e del sonetto. In questo senso, la particolarità dell’operazione riposa tanto nel riutilizzo assai consapevole, capace e fedele di costruzioni e metri della tradizione – si pensi ad esempio, nella ballata offerta dal primo testo, alla “ripresa” che torna tra una stanza e l’altra e alla presenza, al termine della seconda, della rima finale che tradizionalmente si riaggancia alla prima – quanto nella capacità, parallela alla stessa, di offrirne variazioni formali come nel caso del sonetto “ribaltato” presente nell’ultimo dei tre testi.

In questo modo, il percorrimento della tradizione e delle sue forme (e non, al contrario, la sua imitazione) crea una scansione ritmica e melodica ad alta intensità e densità che, a sua volta, finisce nel preparare alle parole uno spazio di sonorità vive, squillanti come le immagini che esse stesse ospitano e alle quali danno corpo tra brillii di fulmini e l’odore di spezie festivo. È, infatti, nel momento stesso in cui il lettore assapora gli aspetti cromatici, sensoriali e simbolici delle scene che zampillano come acqua sorgiva tra le rocce del deserto ora in una strofa ora in un’altra con attenta cadenza tematica, che riesce a percepirne sia il respiro storico all’interno del quale un tempo si sono originate sia anche la carica vitale che non hanno mai esaurito. Il canto dell’io assorbe le voci di chi è passato sulla via prima di lui per disegnare, sul terreno sotto i suoi piedi, l’immagine di una ricerca costante di sé, tra silenzi svuotati e sguardi anelanti verso danze e rincorse. Così, la rielaborazione anche tematica delle immagini stesse operata dall’autore permette la possibilità sempre aperta di un dialogo, di un riconoscimento da parte di chi legge nei viaggiatori che guardano al cielo o in chi festeggia con calici di vino dorati: è allora che la tradizione, nei suoi canti e nelle sue immagini, da lontananza soffusa si fa bagliore che viene avanti su un comune sentiero.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 30 ottobre 2024

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