Poesia su carta e poesia social – sulla postizzazione della poesia e perché ne abbiamo bisogno

Se c’è una cosa che è cambiata radicalmente nelle sue forme e realizzazioni, con l’avvento prima di internet e poi, soprattutto, dei social è proprio la poesia. Curiosamente, questo argomento non mi pare venga affrontato nel panorama critico e letterario in genere abbastanza o, quantomeno, abbastanza approfonditamente: dato che qui sulla Radura, insieme a voi viandanti, siamo all’interno di un luogo virtuale che produce, attraverso le recensioni, le poesie lette in Echi etc. una rete poetica tanto simbolica quanto, appunto, digitale, mi sembrava giusto proporvi e affrontare insieme un simile argomento.

Prima di tutto: in che senso la poesia è cambiata con i social? È, effettivamente, un’affermazione in parte forte, in particolar modo se a primo acchito ci vien da pensare che, in fin dei conti, la creazione artistica della poesia – lo scrivere versi, l’utilizzare la parola nella sua forma poetica, appunto – è sempre la stessa alla base. Tuttavia, non tanto e solo l’internet in sé quanto i social veri e propri – e mi riferisco e riferirò d’ora in avanti in particolare ad Instagram perché, vedremo, presenta delle caratteristiche intrinseche rispetto ad altre piattaforme che ha favorito e continua a favorire quest’evoluzione della forma poetica e dei suoi contenuti – hanno posto le basi per un cambiamento nella figura stessa del poeta e nel rapporto che esso ha con la sua ispirazione e la sua diretta creazione artistica.

Owen Barfield, filosofo britannico da riscoprire, se non altro perché – soprattutto per gli appassionati di fantasy – è stata la mente che ispirò le basi filosofiche delle opere di Tolkien e Lewis quando tutti e tre facevano parte del gruppo letterario degli Inklings, ci offre uno spunto interessante dal quale possiamo partire per questa riflessione. Nella sua opera Poetic Diction (colpevolmente, a mio parere, ancora non tradotta qui in Italia) Barfield definisce come all’interno del poeta si alternino due «mood», due «animi» nel senso di stati mentali ed emotivi, insomma: quello che lui chiama «animo della creazione poetica» e l’altro, chiamato «animo dell’apprezzamento»[1] estetico. In altre parole, e riassumendo le sue posizioni, il poeta nella sua opera alterna la sua consapevolezza artistica tra uno stato di vera e propria ispirazione ed uno invece maggiormente contemplativo, estetico, di rielaborazione a posteriori etc. L’elemento interessante della discussione del filosofo inglese, però, viene subito dopo: tracciando una breve disamina storica dell’evoluzione della figura stessa del poeta nel corso del tempo, Barfield sottolinea come, mentre nel passato questi due «animi» o stati erano nettamente separati a livello temporale (e porta come esempio la figura del cantore arcaico, omerico insomma, letteralmente posseduto dalle Muse nel momento della scrittura[2]) nell’atto creativo, man mano nel corso dei secoli l’intervallo tra di essi sia sempre più andato diminuendo – pur rimanendo nella loro essenza incompatibili tra di loro – fino all’epoca contemporanea, dove questo intervallo è divenuto ormai brevissimo:

Non solo tra un giorno o tra un’ora e l’altra avviene quest’alternarsi dell’animo: tutta la sua [del poeta] coscienza oscilla mentre la penna è sospesa in aria, ponderando un epiteto.[3]

Oggi il poeta insomma, secondo Barfield, compone i suoi versi alternandosi continuamente tra uno stato d’ispirazione e uno contemplativo.


La lunga – spero non troppo – divagazione sulle teorie di questo filosofo ci servono per farci una domanda: oggi, nell’epoca in cui (e chi scrive poesie come il sottoscritto e la maggior parte di voi viandanti che ci legge, probabilmente, lo sa bene) l’atto della scrittura spesso passa addirittura non più attraverso la penna agitata in aria, seduti più o meno tranquilli al tavolo, ma tra le dita che digitano sulle note dello smartphone parole emerse letteralmente nel momento stesso in cui siamo invasi dall’ispirazione dell’attimo che stiamo vivendo mentre camminiamo, corriamo, siamo in compagnia di persone o da soli, fuori o dentro un’abitazione etc. quanto possono risultare ancor più calzanti le idee di Barfield citate poco sopra? La risposta, credo, sia abbastanza eloquente e ci riporta con più chiarezza al tema iniziale di questa nostra riflessione: su come poi queste poesie create in questo modo vengano “emesse” fuori dal poeta che le ha scritte attraverso i social.

La possibilità che i social offrono di condividere le proprie creazioni poetiche si sposano perfettamente infatti, a mio avviso, con quell’intervallo divenuto ormai brevissimo, quasi impercettibile, tra l’ispirazione e la contemplazione dell’atto della scrittura stessa in versi. Mi spiego meglio. I social, Instagram in primis, permettono proprio quell’immediatezza della pubblicazione che fino a pochi decenni fa, appunto, non esisteva e non era nelle possibilità del poeta. Mentre prima l’autore poteva veder pubblicate le sue poesie solamente attraverso la forma più o meno definita, cartacea, corporea, della silloge – dovendo quindi per forza di cose interfacciarsi e venire relativamente a patti con la figura dell’editore o essere, alla peggio, editore di sé stesso – oggi lo stesso poeta possiede una possibilità immediata e senza filtri editoriali di pubblicare, attraverso un post, un reel etc. un proprio componimento: soprattutto senza doverlo pensare, costruire, incastonare all’interno di una qualsivoglia raccolta. Questa prima differenza, a mio avviso notevolissima, ha portato un cambio di paradigma centrale nel mondo della poesia contemporanea: la figura del poeta si è divisa, scissa quasi, tra due sue realizzazioni tanto simili quanto distinte e che è bene vedere come tali.

Da una parte c’è la categoria che potremmo definire dei “poeti editi”, dall’altra quella dei “poeti social” o, come qualcuno negli ultimi anni li ha definiti, dei cosiddetti “instapoets”. Sia chiaro, per me i “poeti editi” sono colori i quali, appunto, anche partendo all’inizio da post poetici sui vari social, sono poi nel tempo arrivati a pubblicare proprie raccolte edite, oppure quei poeti che non hanno mai postato sui propri social poesie, appunto, “da social” (e tra poco vedremo bene cosa intendo con questa definizione) ma si sono direttamente e solamente realizzati nella pubblicazione delle proprie raccolte, al massimo condivise in vari post a posteriori (scusate il gioco di parole) sui vari Instagram, Facebook etc. Dall’altra parte dello schermo abbiamo, invece, i nostri “poeti social”. Con questo termine intendo quei poeti, appunto, che concepiscono primariamente la loro attività poetica attraverso singoli post di poesie sui social di vario tipo: componimenti nati singolarmente, per essere diffusi attraverso la singola forma del post o, al massimo, attraverso piccole raccolte digitali di poesie (come a volte se ne vedono attraverso anche pagine di poesia varie) tuttavia già postate “da sole”, singolarmente e raccolte dopo in una forma digitale che non cambia comunque la loro natura. Tuttavia, un “poeta edito” può sempre riprendere su di sé le vesti del “poeta social” componendo in un dato momento una poesia scritta e pensata solo per essere pubblicata in un post; questo è bene ricordarlo. Non solo: bisogna dire da subito che questa distinzione tra poeti non vuole e non deve assolutamente essere una distinzione di merito come a volte, sfortunatamente, si rischia di fare a discapito della controparte social. Si tratta semmai di una necessaria differenziazione di ruoli e realizzazioni artistiche per capirne le differenze, volte ad esaltarne i pregi di entrambi, soprattutto dei secondi, data ancora la scarsezza di riflessione sul fenomeno che li coinvolge.


Ma qual è, allora, questa natura delle poesie da social che le rende a quanto pare diverse da quelle che possiamo trovare in una raccolta edita? La caratteristica essenziale risiede proprio nel fatto che esse siano concepite attraverso, seguitemi bene, la consapevolezza di una completa, libera da compromessi editoriali ed immediata (pensiamo a Barfield) possibilità della loro pubblicazione, che influisce radicalmente sulla postura stessa dell’atto del poeta nella composizione dei propri versi. Il poeta social, in altre parole, sa perfettamente che non ha bisogno di scrivere un componimento e doverlo pensare già, inquadrare, in una forma più larga – quella della silloge – e relativamente strutturata: scrive, nella sua immediatezza creativa e posta su Instagram.

Una poesia realizzata in questo modo, per forza di cose avrà delle caratteristiche formali, tematiche, culturali anche nettamente differenti da quelle della poesia (passatemi il termine) “tradizionale”. Qualcuno potrebbe dire: «Ma anche prima i poeti potevano pubblicare sulle riviste singole poesie, “destrutturate”, senza dover pensare alla forma della raccolta! ». Sì e no. Perché il poeta doveva ad ogni modo necessariamente passare attraverso il parere positivo o meno della redazione della rivista – oltre al fatto che, nella maggior parte dei casi, si trattasse comunque di poesie pensate o estratte da raccolte sulla via di esser pubblicate – e, soprattutto, non poteva esser pubblicato ad ogni numero, sempre e comunque. La differenza centrale che hanno portato i social è proprio questa: oggi il poeta può pubblicare nella quantità e qualità che preferisce, attraverso tutte le possibilità audiovisive che Instagram e simili offrono. Un “poeta social” può tanto facilmente pubblicare dei suoi versi su un semplice post a sfondo bianco quanto realizzare un reel con video montati ad arte in sequenza e la propria poesia letta e intrepretata, accompagnata da musica in sottofondo, senza dover scendere a compromessi sia con necessità proprie (di una possibile forma-raccolta chiusa) sia terze (quelle editoriali e redazionali). Capite bene che una consapevolezza del genere influisce direttamente proprio su quel «mood» poetico, creativo, di cui parlavamo all’inizio, aumentandone semmai la portata e cambiando la postura stessa del poeta, come dicevo prima, nell’atto della scrittura dei propri componimenti.

Questo, a mio avviso, ci permette anche di fare un passo in più, prima di chiudere la mostra riflessione, definendo insieme alcune delle caratteristiche formali e tematiche della “poesia social”. Rimanendo su quelle principali e che più distintamente risaltano rispetto a quella edita, una poesia social avrà tra le sua prime caratteristiche senza dubbio la brevità: per come è strutturata ad esempio la dimensione dei post quadrati di Instagram (1080 x 1080 px), condensare al suo interno un testo poetico di più di dieci versi circa comporterebbe o il dover restringere la dimensione del font in maniera poco pratica o spezzettare il componimento stesso in numerosi post quadrati in sequenza. Soluzione, quest’ultima, a volte praticata ma rimanendo comunque nel numero di una manciata di quadrati e, quindi, di un non altrettanto eccessivo numero di versi. Lo stesso discorso, e forse di più, vale per la forma audiovisiva del reel: tenendo conto (questo, sfortunatamente, in negativo) dell’estrema brevità – se va bene poche decine di secondi altrimenti, se va male, siamo sotto i nove di media – che di solito presentano i reels, la poesia a maggior ragione dovrà essere breve, o quantomeno un breve estratto dalla stessa.

Questa brevitas, tuttavia, non è tanto e solo un compromesso dettato dalla forma delle piattaforme social quanto semmai e ben più, a ben vedere, nasce da una ricerca di immediatezza propria dei poeti stessi che fanno uso di queste piattaforme. Come abbiamo detto, infatti, la consapevolezza creativa di una totale libertà espressiva e disponibilità di poter mostrare ad un pubblico – potenzialmente illimitato grazie all’algoritmo – le proprie creazioni in versi, spinge i “poeti social” a un tipo di componimento che trovi nel suo essere espressivamente e formalmente “immediato” la sua caratteristica principale ed ineludibile. In altre parole, una poesia da social vuole essere breve: cantare in modo diretto, ispirato e allo stesso tempo, impercettibilmente (Barfield) contemplativo ed estetico, i propri contenuti. E questi stessi contenuti assumeranno una forma più immediata, nell’uso delle parole, nella sperimentazione dei versi, del ritmo etc. e nel modo di trattare tematiche di ogni tipo, da quelle esistenziali o romantiche a quelle di genere, fino a quelle politiche o quelle ambientali e via dicendo.

In questa immediatezza come motore e fulcro necessario della poesia, ancora una volta a distanza di tempo Leopardi aveva visto lungo:

Gli ardiri rispetto a certi modi epiteti frasi metafore, tanto commendati in poesia e anche nel resto della letteratura e tanto usati da Orazio non sono bene spesso altro che un bell’uso di quel vago e in certo modo quanto alla costruzione, irragionevole, che tanto è necessario al poeta. Come in Orazio dove chiama mano di bronzo quella della necessità (ode alla fortuna) ch’è un’idea chiara, ma espressa vagamente (errantemente) così tirando l’epiteto come a caso a quello di cui gli avvien di parlare senza badare se gli convenga bene cioè se le sue idee che gli si affacciano l’una sostantiva e l’altra di qualità ossia aggettiva si possano così subito mettere insieme, come chi chiama duro il vento perché difficilmente si rompe la sua piena quando se gli va incontro ec.[4]

Per Giacomo, appunto, la vaghezza è tanto necessaria al poeta quanto l’attenta costruzione formale: addirittura lo scegliere una parola «come a caso» citando una massima espressione del labor limae come Orazio riflette perfettamente quel dualismo tra ispirazione e contemplazione di cui parlava sempre Barfield. La creazione poetica, insomma, sente la necessità di una spinta immediata che oggi trova nell’altrettanto più che evidente immediatezza del post su un social la sua naturale e fisiologica realizzazione.


Pensandoci più a fondo, è la stessa fruizione della poesia social, nella postura stavolta del lettore di poesia, ad essere radicalmente diversa rispetto alla forma “tradizionale”: immaginate la sensazione dello sfogliare tra le dita la pagina di una raccolta, soffermarsi materialmente sull’inchiostro impresso sopra la cellulosa con l’imput mentale di poter passare alla prossima pagina o tornare indietro, consapevoli di trovarsi fisicamente in uno spazio definito (non solo artisticamente ma concretamente, appunto) da una raccolta realizzata nella forma tangibile di un libro. Ora fate lo stesso attraverso una poesia social: c’è lo scorrere del dito sulla bacheca, dove si alternano scendendo o salendo post e/o reel – grazie, più o meno ahimè, all’algoritmo – completamente differenti tra di loro, dalla cucina alla comicità, alla politica al veganismo e, improvvisamente, appare di fronte ai nostri occhi un breve testo su quale, forse, scegliamo di fermarci nel nostro scrolling quotidiano.

 Si tratta di un evento al quale non eravamo preparati mentalmente, nell’animo: non siamo seduti con un mano un libro e l’idea di leggere delle poesie; è davvero una parola sulla quale inciampiamo e che ci si svela davanti in tutta la sua immediatezza con la quale (abbiamo visto) è stata concepita. Percepiamo che non c’è una struttura narrativa, di una raccolta, che la contenga e le dia un cammino e una posizione definita: è solo lei nella sua singolarità di un post di Instagram. Certo, possiamo subito dopo, incuriositi, pigiare il dito sull’immagine dell’autore e visitare il suo profilo, trovarci di fronte una bacheca che circondi la poesia appena letta con numerose altre, attraverso le quali senza dubbio riconoscere uno stile comune nella scelta lessicale, nel ritmo e così via. Ma, appunto, è un circondare, non un legare insieme: semmai, l’insieme delle poesie postate nel tempo da un “poeta social” assume, direi, i curiosi ed interessanti contorni di un arcipelago in versi. Ogni poesia è un’isola nella sua singolarità, che è la sua forza per esprimerne l’immediatezza, circondata da braccia di mare che la collegano più o meno all’orizzonte ad altre sorelle, composte dalle parole che fluiscono e ne bagnano la riva ad ogni onda, piccola o grande che sia.


Avvicinando alla fine della nostra – spero non troppo dilungata per voi viandanti – riflessione, possiamo anche azzardare in ultima battuta a definire questo fenomeno come quello di una vera e propria “postizzazione” della poesia al tempo dei social. Essa, nel momento in cui è venuta a contatto con la forma del post (ma pensiamo anche ai reels, tiktok, gli shorts su Youtube etc.), ha reagito quasi alchemicamente (più che chimicamente, mi verrebbe da dire) ad esso, non tanto mutando radicalmente la propria forma quanto – semmai e a ben vedere, se ripensiamo un’ultima volta alle parole di Owen Barfield citate in apertura – portandola a una sorta di completamento, avvicinandosi di più a quel processo di evoluzione storico che da sempre ha caratterizzato la poesia perché, se l’uomo al suo interno cambia, cambia ovviamente anche ciò che da dentro riproduce all’esterno, soprattutto nell’arte. In questo aveva probabilmente ragione anche Heidegger quando scriveva che:

L’essenza dell’agire, invece, è il portare a compimento (Vollbringen). Portare a compimento significa: dispiegare qualcosa nella pienezza della sua essenza, condurre-fuori a questa pienezza, producere. Dunque può essere portato a compimento in senso proprio solo ciò che già è. Ma ciò che prima di tutto « è », è l’essere. Il pensiero porta a compimento il riferimento (Bezug) dell’essere all’essenza dell’uomo. Non che esso produca o provochi questo riferimento. Il pensiero lo offre all’essere soltanto come ciò che gli è stato consegnato dall’essere. Questa offerta consiste nel fatto che nel pensiero l’essere viene al linguaggio. Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora. Il loro vegliare è il portare a compimento la manifestatività dell’essere; essi, infatti, mediante il loro dire, la conducono al linguaggio e nel linguaggio la custodiscono.[5]

Se ci poniamo nel solco filosofico (e poetico, senza dubbio) di questa prospettiva, potremmo a maggior ragione vedere come questa evoluzione della poesia – e, prima di tutto, dei poeti – nei nostri anni recenti nel mondo dei social sia proprio una parte (necessaria e importante) di questo portare a compimento la visione dell’uomo del mondo e il suo rapporto con esso, soprattutto se il poeta è il custode di tutto ciò.


Quindi, tirando le somme del discorso,  per i poeti che finora si muovono tra i social con i loro versi: continuate tranquillamente, perché ciò che fate fa parte di un sentiero della parola sul quale siamo tutti in cammino come viandanti, in primis per chi vi scrive e per Radura Poetica stessa. L’importante, semmai, è acquisire man mano una consapevolezza della propria creazione artistica sui social stessi ed il web in generale, per non rischiare – in quel caso sì – di farsi diluire dai meccanismi dell’algoritmo, facendosi scivolare in una regressione più che mirare a un’evoluzione fisiologica della parola, come invece la “poesia social” ed i suoi poeti sono intrinsecamente.

Per i poeti “editi” (come sono comunque anche io): tranquilli, perché la forma originaria della poesia rimarrà anche e sempre nel concreto della forma delle cose, perché essa parla e disvela la loro esistenza. Ciò che conta è capire che la poesia “tradizionale” deve accettare la sua sorella minore, nata da poco da una gestazione della quale la prima fa comunque parte ed è sua espressione da sempre. Non deve rifiutarla come una sorella maggiore gelosa delle attenzioni dei medesimi genitori, ma accompagnarla mano nella mano sul cammino comune della parola per crescere insieme, indicandole i punti in cui soffermarsi per imparare come lei prima ha già fatto nei secoli addietro, anche e soprattutto errando (nel significato pieno del termine), come un viandante sa e deve fare. Perché l’importante è anche capire che i versi nati su uno schermo possono trasmutarsi e fluire sulla carta attraverso l’inchiostro, come invece a loro volta i caratteri battuti a stampa possono rielaborarsi in quelli digitati su una tastiera. Insomma, il rapporto tra poesia edita e poesia social deve essere immagine proprio di quello scambio continuo, ad intervalli brevissimi, tra ispirazione e contemplazione di un verso.

Proseguiamo insieme su questo sentiero e saremo in grado di vedere con più consapevolezza le sfide e i cambiamenti che il linguaggio stesso ci offre davanti. Buona fortuna a chi, come me e voi, si è messo su questo cammino.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 2 settembre 2024

[1] Owen Barfield, Poetic Diction, A Study in Meaning, Faber & Gwyer Limited, London, 1928, p. 104; traduzione propria.

[2] Ivi, p. 105

[3] Ivi, p. 106; traduzione propria.

[4] Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, Letteratura Italiana Einaudi, Le Monnier, Firenze, 1921, 61.62, pp. 96-7.

[5] Martin Heidegger, Lettera sull’«Umanismo», a cura di F. Volpi, Adelphi Edizioni S.P.A., Milano, 1995, p. 31.

4 pensieri riguardo “Poesia su carta e poesia social – sulla postizzazione della poesia e perché ne abbiamo bisogno

  1. Un articolo molto lungo (!) ma anche molto interessante, grazie per la lettura!
    Mi permetto un’opinione personale controcorrente. Siamo d’accordo sulla maggior parte dei punti… escluso per quelle che io chiamo “le vetrine”: i social qui citati infatti secondo la mia esperienza sono diventati troppo squallidi e degradati da essere considerati luoghi pertinenti alla Poesia. Per ciò andrebbero non incentivati, ma anzi boicottati.

    1. Grazie mille innanzitutto per il commento e l’approfondimento della questione! Tuttavia, mi permetto a mia volta di dissentire cordialmente. Boicottare i social sarebbe sbagliato, perché significherebbe un ritrarsi dalle cose e dalla loro evoluzione, sia essa positiva sia negativa. Anzi, nel secondo caso, precludersi uno sguardo immerso a pieno nel mondo – di cui i social ormai fanno ineludibilmente parte – impedirebbe di poter capire alcuni fenomeni, abbracciarli con consapevolezza e trarne dei frutti buoni evitandone le storture in cui possono cadere se abbandonati a sé stessi. Anche perché, come ho scritto nell’articolo, una cosa non esclude l’altra, anzi: gli spazi corporei della poesia possono tranquillamente coesistere e continuare ad essere vissuti vagando contemporaneamente in quelli digitali. Viviamo una sfida, a mio avviso, in quest’epoca ancora iniziale e allo stesso avanzata della vita sui social: riuscire a creare degli spazi dove stabilire una durata e un senso, per dargli seguito in futuro. Se boicottiamo a priori, potremo solo osservare da lontano un disfacimento che, prima o poi, arriverà anche da noi, stanchi e ritratti nei nostri eremi.

      Un caro saluto e grazie ancora per lo scambio!

      – Paolo

      1. Per chiarezza: non parlerei a priori, dico per esperienza – cioè perché quelli che tu citi in vari modi li ho sperimentati tutti… cerchiamone di spazi nuovi ma puliti! La Poesia non è fatta per gli eremi, ma va diffusa 😉 Grazie a te.

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