Dare tempo alle cose – seguire il proprio sentiero diffidando dell’entusiasmo

Se c’è una cosa che, a stento, ho imparato negli anni recenti della mia vita tra lavoro, scrittura, passioni e, ovviamente, la creazione e la gestione di questo luogo così speciale e sensibile che è Radura Poetica, è quella pazienza molto docile e ben poco precipitosa di lasciar accadere e svolgere le cose nel loro corso. Potrebbe anche risultare un po’ banale ma credo (come tutti almeno) che le cose banali siano alla fine quelle poche vere come direbbe anche Jung[1] che, probabilmente, si sta stufando di essere citato a sproposito nei miei articoli e me lo immagino col sopracciglio inarcato mentre si mette a posto gli occhiali e mi agita contro il bastone dicendomi: «Fatti da te le tue citazioni, non rubare le mie». Me lo segno come proposito futuro; chissà che non abbia ragione, dopotutto.


Dicevo, dare tempo alle cose. Effettivamente, è un messaggio semplicissimo da capire e alquanto banale: il problema è realizzarlo nella quotidianità della propria vita, dei propri pensieri e azioni. Vorrei evitare la solita tirata contro la società nella quale viviamo che ci spinge a correre e rincorrere ogni cosa sempre e comunque e via dicendo, anche perché non voglio sia questo il focus di un articolo come quello che sto scrivendo e proponendo a voi viandanti che ci leggete e colgo, in particolare, l’occasione per ringraziarvi dell’entusiasmo e dell’interesse con il quale ci state investendo in queste ultime settimane; grazie davvero. Semmai dicevo, e con più interesse, penso che questa verità – il dare e darsi tempo – sia ben più difficile e nascosta tra chiaroscuri proprio in quelle cose che riposano fuori dai ritmi forsennati della società, del mondo del lavoro etc. e che dovrebbero invece essere luoghi e spazi (fisici e non) nei quali distenderci e recuperare i nostri bisogni. Parlo, appunto e ad esempio, della poesia: leggerla e ancor di più scriverla o – insieme e oltre a queste due cose, come nel mio caso specifico – creare nel proprio piccolo un progetto, uno spazio per condividerla.

Uno potrebbe pensare che il segreto per portare avanti le sue passioni e farne anche un lavoro in futuro, chissà, sia altrettanto semplice: avere essenzialmente quell’entusiasmo, quella spinta propositiva a gettarsi sempre in avanti facendo e costruendo senza mai fermarsi, gettando fuori di noi quasi ogni giorno nuove idee e subito calarvisi all’interno per realizzarle. E invece, secondo me e per la mia personalissima esperienza, non è così. È proprio l’entusiasmo a diventare, spesso, una trappola dalle vesti amiche e splendenti sempre pronta a prepararci al molo la nostra barchetta per salpare verso la prossima meta: peccato che, nella fretta, si sia dimenticato di lasciarci nella stiva vettovaglie, rifornimenti e tutto quello che di utile e necessario può servire ad un viaggio come il nostro. E questo è proprio il difetto dell’entusiasmo: si comporta come quell’amico un po’ sbadato che organizza eventi, uscite, vacanze etc. nelle quali alla fine ci lasciamo sempre coinvolgere e che, sempre alla fine, si rivelano puntualmente disorganizzate e piene di disavventure: un po’ come Filini e Fantozzi, per capirci. A parte la simpatica (spero) citazione a Paolo Villaggio, il punto di questa  mia riflessione – che è nata anche un po’ prendendo spunto da uno degli ultimi articoli qui sulla Radura di Valeria (questo il link per leggerlo: https://radurapoetica.com/2024/08/26/in-cammino-la-ricchezza-nel-lasciar-andare-le-cose/) e da una chiacchierata “redazionale” con Simone – vuole essere nel particolare questo: l’entusiasmo è una forza non solo positiva, come siamo abituati a pensare ma nasconde anche al suo interno (e come tutte le cose, aggiungerei) una parte negativa dalla quale, se non ne prendiamo coscienza, rischiamo di lasciarci trascinare e che, inevitabilmente, ci porterà ad annullare proprio quella spinta positiva e propositiva iniziale che abbiamo avuto per cadere, infine, tra le braccia del fratello più tetro del nostro amico, la disillusione.


Dobbiamo, quindi, imparare  a guardarci bene dall’entusiasmo, a non dargli troppa corda. A primo acchito potrebbe suonare alle vostre orecchie esattamente assai disilluso come ragionamento ma, se avrete la pazienza di seguirmi anche in questo sentiero, cari viandanti, vi prometto che farò un po’ di chiarezza via discorrendo. Quante volte abbiamo sperimentato quello scoppiettio vivace di idee – rimanendo, come ho detto in apertura, nello spazio delle nostre passioni e, in particolare, della poesia – che ci spinge ad accorrere sul foglio ed iniziare a scrivere e scrivere e a programmare già nella nostra mente raccolte fatte e finite (magari già ci figuriamo pure l’editore e la copertina) o contenuti, eventi, rubriche etc. da portare e condividere per i nostri progetti? Tutto bellissimo: peccato che poi l’entusiasmo lascia il posto alla sua sorella maggiore un po’ più burbera, antipatica e severa di lui che spesso nessuno vuol stare a sentire perché sembra sempre guastarci la festa: la concretezza. Ci accorgiamo che, a furia di seguire quei lampi di idee con estrema caparbietà e coinvolgimento, abbiamo disseminato il tavolo di fogli finiti a metà con in mezzo (se va bene) qualche componimento terminato che necessita giusto un po’ di lima o (se va male) una serie multiforme di versi sparsi ai quali non sappiamo quale accidente di spazio e forma dare. Ecco che subentra lo sconforto e, appunto, la disillusione e quei progetti poetici che si sembravano stupendi e già fatti nella nostra mente, rimangono stupendi e già fatti solo nella nostra mente. Mi viene in mente a proposito un passo di un’opera non troppo conosciuta di Tolkien, Foglia di Niggle:

Lavorava a più quadri, quasi tutti troppo grandi e ambiziosi per le sue capacità. Era uno di quei pittori che dipingono le foglie meglio degli alberi. Si fissava e si fissava su un’unica foglia, cercando di coglierne la forma, la lucentezza, lo scintillio della rugiada sui bordi. Però voleva anche dipingere l’albero intero, con tutte le foglie nello stesso stile, e tutte diverse. [2]

Riassumendo in breve la trama: Niggle è un pittore ossessionato dal terminare un quadro di un albero. Tuttavia, ogni giorno vuole aggiungere nuovi dettagli, nuove cose per renderlo sempre più ricco e bello ed il termine dell’opera si allontana sempre di più finché, un giorno, è costretto a interrompere il tutto da eventi inaspettati. Non vi svelo il resto perché è un libricino davvero prezioso che consiglio caldamente di recuperare, che siate appassionati o meno di Tolkien. La storia di questo pittore, a mio avviso, è abbastanza eloquente per la nostra riflessione, soprattutto per noi amici poeti e artisti in genere: l’entusiasmo ha il grave difetto di non pensare a lungo termine e di mancare, appunto, di concretezza. Continuando la personificazione, forse curiosa, che abbiamo imbastito all’inizio l’entusiasmo è davvero il “fratello di mezzo” tra la primogenita concretezza e il più giovane e viziato di tutti, disillusione: perché quando siamo ormai nella disillusione (lo sappiamo bene) diventiamo come quei bambini piagnucolosi che non vogliono sentir ragioni e venir criticati per i nostri fallimenti, in specie dalla sorella maggiore. In altre parole, se non abbiamo consapevolezza, quando portiamo avanti una creazione che abbiamo dentro, che essa richiede ben più che singoli scatti creativi i quali in poco tempo si disperdono ma di pazienza, progettualità e, appunto, concretezza, difficilmente riusciremo a trasmutarla anche fuori di noi in una forma compiuta o, al massimo, in una forma a metà che lascerà sempre e comunque spazio all’insoddisfazione e alla frustrazione.


C’è un modo, una ricetta per risolvere questo problema? Non penso esista una via comune di capire questa che, all’inizio, chiamavo verità: credo semmai che, nel tempo, ognuno abbia la possibilità di sperimentare situazioni che, se colte correttamente, lo aiutino a rendersi conto di tutto ciò. A me, ad esempio, molto ha insegnato la passione per il giardinaggio, l’agricoltura e una sorta di breve metafora vegetale potrebbe tornarci utile a capire il succo del discorso. Quando seminiamo una nuova pianta abbiamo quell’istinto prorompente di prendercene cura al meglio per accorciare il più possibile il momento in cui essa possa dare frutto: ed eccoci lì ad annaffiare senza sosta, travasare prima del tempo, concimare eccessivamente e potare senza criterio. La ricetta migliore per garantirci, insomma, la morte della nostra piantina per un paradossale eccesso di attenzioni. Non capiamo che, invece, c’è un tempo preciso per la semina, uno – a volte anche parecchio lungo – per la germinazione e uno altrettanto più lungo affinché la pianta fiorisca e, un giorno, porti frutto e anche in una certa quantità. Dobbiamo allora starcene a guardare  ed aspettare sconsolati, senza far nulla? Assolutamente no. La differenza, tra entusiasmo e disillusione, sta proprio qui, quando accorre in aiuto la concretezza a tirare le orecchie ad entrambi: un lavoro continuo, piccolo ed umile, consapevole dei propri attuali limiti per i quali non è ancora tempo di essere superati. Solo in questo modo, allora e man mano, la pianta che abbiamo curato arriverà a produrre un raccolto abbondante proprio in virtù del poco e continuo lavorio che durante i suoi anni ha richiesto.

Insomma, tornando nel mondo della poesia e dell’arte in genere, non possiamo pretendere che una nostra creazione possa da un giorno all’altro compiersi bell’e finita a forza di secchiate di entusiasmo poco lucido e smodato. Dobbiamo, invece, imparare a seminare questo entusiasmo nel nostro terreno, far sì che diventi non la forza eruttiva che tuttavia lascia poi, al suo termine, solo un campo arido e bruciato ma quella lenta crescita che a poco a poco fuoriesca dal suolo e che, un giorno, porterà ad un raccolto fertile. Questo lo possiamo fare solo se, ogni giorno e con costanza, ci adoperiamo con concretezza nei solchi che abbiamo tracciato per il momento. Altrimenti conosciamo bene il rischio che ci attende dietro la porta: alla prima difficoltà, alla prima gelata, ecco che abbandoneremo il nostro orto a sé stesso. «Che vada al diavolo» ci diciamo disillusi, in attesa della prossima fiammata, del prossimo progetto in cui gettarsi sempre e tuttavia incoscienti. Oppure, dopo mesi o anni proveremo di nuovo a dissodare quel terreno abbandonato da tempo e la fatica e la sofferenza saranno estreme, spingendoci probabilmente ad abbandonarlo di nuovo a più riprese fino a lasciarlo del tutto, incompiuto.


Chiudendo il discorso, dunque, è importante essere coscienti che, una volta deciso di intraprendere il nostro personale sentiero in cerca della Radura – o, più semplicemente, delle nostre parole – dobbiamo imparare a conoscere più a fondo i compagni di via con i quali, volenti o nolenti, dovremo condividere la strada. Non farci influenzare solo da i loro lati più manifesti e allettanti ma diffidare al tempo stesso di quelli altrettanto nascosti: perché, appunto, l’entusiasmo non conosce la durata che il cammino che abbiamo davanti richiede con concretezza.

Ecco. Arrivati fin qui, in fin dei conti, ho fatto poche citazioni di altri autori cercando di tener fede al buon vecchio Jung. Tuttavia, mi perdonerà se chiudo sempre con un’ultima citazione – stavolta però ben più conosciuta – di Tolkien che riassume meglio di tutte queste mie parole la discussione:

Non tutto quel ch’è oro brilla,

Né gli erranti sono perduti […][3]

  • Paolo Andrea Pasquetti, 16 settembre 2024

[1] «Non esistono molte verità, ma solo alcune. Il vero significato è troppo profondo perché lo si possa cogliere altrimenti che nel simbolo» in Carl Gustav Jung, Il Libro Rosso – Liber Novus, edizione studio, a cura di Sonu Shamdasani, Bollati Boringhieri, Torino, 2012, p. 204.

[2] J. R. R. Tolkien; Foglia di Niggle, traduzione a cura di Massimo Bocchiola, Giunti Editore S.p.A/Bompiani, Firenze/Milano, 2022, p. 10.

[3] J. R. R. Tolkien, Il Signore degli Anelli – Trilogia, traduzione di Vicky Alliata di Villafranca, Giunti Editore S.p.a./Bompiani, Firenze/Milano, 2017, p. 285.

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