Saper tradire i propri maestri – perché essere fedeli porta alla sterilità del pensiero

Se durante il tuo cammino ti sei fatto un maestro sappi che prima o poi, volente o nolente, dovrai tradirlo. Questo non è un consiglio amichevole per, appunto, degli adepti da parte di uno che si sente altrettanto un santone dispensatore di saggezza ma, più semplicemente, la condivisione di un’esperienza di vita – e, come sempre qui sulla Radura, poetica – di un viandante verso altri viandanti che condividono con lui il proprio sentiero e come lui spesso errando, ritornando poi sulla via per di nuovo svicolare e cercare ancora la strada. Dicevo, appunto, sulla necessità di tradire i propri maestri: ma in che senso? E quali tipi di maestri?


È esperienza comune, comunissima direi (perché tipica dell’essere umano), il costruire le proprie credenze, usi, modalità e via dicendo attraverso modelli di riferimento sui quali a sua volta innestare la propria personalità. Fin qui tutto bene: funzioniamo e ci sviluppiamo socialmente per osservazione ed imitazione dalla – e soprattutto – più tenera età e, ovviamente, non siamo qui su un articolo specialistico di psicologia per parlare di tutto ciò e in determinati modi. Come sempre, mi interessa condividere con voi, sugli spazi di Radura Poetica, una prospettiva calata all’interno di un percorso creativo e, di conseguenza, esistenziale se è vero che la creatività artistica è un motore centrale della nostra vita. Se allora decidiamo di spostare la prospettiva di questo argomento, nello specifico, sulla ricerca e l’imitazione di modelli artistici, autoriali durante la propria crescita creativa – e sempre, tra le varie arti, teniamo qui presente in particolar modo la poesia anche se il discorso è ovviamente e altrettanto valido per tutte le altre – forse possiamo già iniziare a familiarizzare di più con l’argomento in questione che vorrei proporvi oggi.

È esperienza ancor più comune, quindi, modellare il proprio cammino creativo sulla scia di autori che – siano essi classici inossidabili o meno – identifichiamo come maestri di stile, forma, contenuti e saggezza esistenziale in genere. Questo è particolarmente vero (ed utile senza dubbio) quando si iniziano a muovere i primi passi su un sentiero poetico che a stento ancora riusciamo a scorgere tra i cespugli e le foglie secche sparse sul suolo: anzi, probabilmente siamo ancora, in quel dato momento, sul cemento dei marciapiedi delle città e ancora dobbiamo comprendere bene semmai come trovare la stradicciola che porti, intanto, alla periferia per iniziare a scorgere qualche piccolo prato o parchetto. In questo senso, un maestro è colui il quale – anche e ancor meglio se con sana durezza – ci fa prendere consapevolezza della nostra condizione di vita (poetica o meno che sia anche se, in realtà, sappiamo bene che in fondo non c’è una distinzione tra di esse) non esattamente idilliaca: col bastone batte sulla punta dei nostri piedi ammonendoci che stiamo sciupando le suole su superfici inautentiche e sterili, che c’è bisogno di mettersi in cammino. Come spesso accade di fronte all’elargizione di parole sagge e d’aiuto che ci smuovono radicalmente da una fase precedente della nostra vita verso una nuova, subentra quello stato di quasi inevitabile e discente ammirazione. Fa parte, insomma, del gioco: un maestro che non susciti ammirazione potrebbe avere dei discepoli che lo seguano?


Tutto vero e tutto giusto. Fino, però, ad un certo punto. Se c’è infatti un rischio, una trappola nascosta nel sottobosco che si inizia a percorrere nella quale scivolare rovinosamente per poi altrettanto difficilmente riuscire ad uscirne, è proprio quella di restare inossidabilmente fedeli ai propri maestri. Qualche tempo fa avevo ascoltato proprio delle parole a proposito di Rick DuFer (all’anagrafe, per chi non lo conoscesse, Riccardo Dal Ferro), filosofo e divulgatore sul web, nelle quali ammoniva proprio sul rischio di farsi irretire dai cosiddetti “guru”: quegli individui che, appunto, forniscono solamente soluzioni, risposte perentorie e non riflessioni su sé stessi, negando di fatto ai propri discepoli di trovare la loro via personale[1]. È una considerazione che, in qualche modo, si è legata a una mia personale che mi portavo dietro da tempo e che vi propongo qui sulla Radura proprio oggi. Mi spiego meglio, allora: è proprio quando decidiamo che i modelli che seguiamo abbiano tutte le risposte per noi, che la loro via sia l’unica giusta da seguire per garantirci la riuscita nella nostra opera creativa, artistica, è proprio lì allora che ci stiamo condannando (paradossalmente, ma vedremo non poi così tanto) alla sterilità di ogni nostra creazione.

 Faccio un esempio che, penso, sia parecchio conosciuto a chi scrive, legge poesia o entrambe le cose: l’imitazione pedissequa dei classici (specie i più antichi, ma non sempre: a volte la peggiore è proprio quella degli autori più recenti, in effetti), sia essa formale sia tematica. Ricordo perfettamente quando anche io, durante i mie anni di studi universitari, “giocavo” con le parole imitando i sonetti dei trovatori, il concetto dell’ “amore di lontano” di Jaufre Rudel e via dicendo. Giocavo, appunto. Sperimentavo, in attesa di trovare una mia voce – l’avrò trovata poi? Chissà – che prendesse un suo viottolo dimesso e distinto. Quante volte, invece, accade di leggere poeti che, in adorazione di un modello assunto a guru poetico, appunto, non fanno altro che produrre imitazioni slavate? Questa, dopotutto, è una storia antica (soprattutto nella poesia): basti pensare agli imitatori petrarcheschi tra Quattrocento e Cinquecento ma non sono qui, in fin dei conti, a fare una lezione di storia della letteratura. L’utilità di questo esempio mainstream, potremmo dire, ci serve solamente per traslitterare nel concreto del nostro discorso la trappola della fedeltà ai maestri di cui parlavo poco sopra.


Non puoi, non possiamo e non si può essere fedeli ai propri maestri perché, banalmente, la via che hanno percorso prima di noi è, appunto, solamente la loro. Nel momento in cui decidiamo che quella strada si adatti anche ai nostri passi ci stiamo precludendo la scoperta di quella che, al contrario, aspetta solo noi. Certo, nessuno ci vieta di percorrere il percorso di un maestro, specie se ben affermato: la sua via nel bosco è ben larga, battuta da molti altri viandanti prima, durante e dopo di noi con numerosi segnavia, guardaboschi attenti a correggerci ad ogni possibile sviamento e indicazioni precise lungo il sentiero per giungere alla meta (ma ci sarà poi al termine, questa meta?). La nostra via personale, invece, assomiglia semmai a una piccola stradina che a stento si scorge tra i cespugli ed i rami: più volte si interrompe e ci costringerà, se intrapresa, a voltarci, perderci e girarci nuovamente[2]. Dovremmo faticare molto di più per posizionare da noi i nostri segnavia, essere noi stessi guardaboschi del proprio sentiero e annotare sui tronchi le indicazioni per proseguire sul cammino con i nostri strumenti, a volte deludenti o inadeguati al momento. Tuttavia, quella stradicciola che ci troveremo a maledire più volte tra rovi, fango e spine ci condurrà alla nostra personale radura, dove «trovare ciò che è svelato dalla poesia, illuminandolo»[3].

Ecco, ripensando al dialogo immaginario con Jung nello scorso articolo (leggi qui: https://radurapoetica.com/2024/09/16/dare-tempo-alle-cose-seguire-il-proprio-sentiero-diffidando-dellentusiasmo/) alla fin fine son riuscito a farmi da me le mie citazioni, sperando di non passare io stesso per guru, stavolta. Ironia a parte, spero che giunti verso l’ultima parte di questa nostra riflessione con voi viandanti il succo del discorso sia un poco più chiaro: dovrai fare scelte, lungo il tuo cammino, solo tue e spesso in aperta contrapposizione al tuo maestro di un tempo. Anzi, di più: dovrai prendere vie che quel maestro avrebbe vivamente sconsigliato e disprezzato e, probabilmente, ora ti guarderebbe con entrambi i sopraccigli alzati, accusandoti di tradimento ed eresia. Ma quelle sono le svolte sul percorso che hai da percorrere e non puoi rimandarle per restare su strade non tue. È questo l’unico modo per costruire una relazione sana con un modello, un maestro ed essere, appunto, discenti nel vero e proprio senso del termine: imparare quello che il pensiero del maestro ha da offrire per rielaborarlo nella nostra via personale, spesso anche tradendo apertamente quel pensiero stesso e contaminandolo con quello di altri ma, soprattutto, col nostro.  Solo così non si incorre, invece, nel rischio di diventare adepti, accoliti di un guru; una figura che diventa l’unico canale di conoscenza e crescita possibile, viziandola però alle radici fino a farla avvizzire.


Prima di chiudere, azzarderei una contaminazione – parlando proprio di contaminazioni – “pop” e sci-fi per aiutarci, forse, a vedere meglio il pericolo senza però offrire, come un guru, soluzioni certe. L’universo narrativo di Star Wars, a ben vedere, è letteralmente imperniato sulla relazione maestro-allievo. E, in modo ancor più curioso, offre varie chiavi di lettura e simbolizzazioni di questo stesso rapporto: i Jedi e i Sith, infatti, hanno un modo perfettamente antitetico di concepire il legame tra discendente ed insegnante.

Da una parte i Jedi – in particolar modo nel periodo all’apice del loro dogmatismo istituzionale, ovvero nell’Alta Repubblica – interpretano questo rapporto esattamente nel modo da cui, finora, ci siamo messi ben in guardia: il maestro Jedi esercita un’aura di riverenza e fedeltà assoluta (e dovuta) sul proprio padawan; è lui l’unico canale possibile di conoscenza della Forza e ogni sviamento dai suoi metodi è subito assunto come tradimento e passibile di punizione fino anche all’esclusione, all’esilio dall’ordine stesso (vedi, in parte, la storia di Ahsoka Tano). Dall’altra abbiamo, all’esatto opposto, i Sith: nella loro lotta per il potere il rapporto tra allievo e maestro si innesta proprio sul tradimento da parte del primo ai danni del secondo, per prenderne il potere ed il posto con la violenza. In particolar modo dall’istituzione – sempre seguendo, per gli appassionati come me della saga, la sua lore fantascientifica – della cosiddetta Regola dei due ad opera di Darth Bane, l’uccisione del maestro da parte del proprio accolito, dopo che quest’ultimo abbia appreso tutto il possibile da esso, è una vera e propria prassi accettata da entrambe le figure le quali sanno perfettamente di dover portare avanti. Entrambe queste visioni sono, però, degli estremi e portano costantemente al fallimento: da un lato alla caduta dell’ordine dei Jedi come vediamo soprattutto nei prequel (ma anche la recente e tanto contestata serie The Acolyte mostra bene, a mio avviso, queste dinamiche) e dall’altro anche alla stessa estinzione dei Sith che termina con la morte dell’ultimo lord Sith, l’imperatore Palpatine (scegliete voi se nella trilogia originale o in quella sequel). Ma è proprio nel film centrale degli ancor più discussi sequel, The Last Jedi, che il regista Rian Johnson – pur con tutti i difetti, a mio avviso, dell’operazione dell’ultima trilogia ma indicando anche degli effettivi pregi, laddove presenti – ci mostra una soluzione. A un Luke Skywalker desolato e in esilio per aver fallito anche con la sua ultima allieva Rey, che non ha seguito i suoi consigli appare il fantasma del maestro Yoda che, con movenze quasi da trickster, brucia con un fulmine i codici dei dogmi Jedi tanto venerati dal primo e si congeda con questa frase che va proprio a colmare quel divario tra i poli opposti presenti da sempre nella saga, tra fedeltà assoluta al guru e il suo assassinio da parte dell’accolito:

Luke… noi siamo il terreno su cui essi crescono. Questo è il vero fardello di tutti i maestri.[4]

Ecco, a mio avviso questa piccola frase – tornando dalla galassia lontana lontana di Star Wars dentro quella minuta minuta di Radura Poetica – raccoglie in nuce (e guarda caso con una di quelle metafore vegetali che qui tra noi viandanti ci piacciono tanto) il senso di quello che dovrebbe essere un rapporto sano tra un maestro ed il proprio allievo. Non fedeltà assoluta che porta all’avvizzimento del pensiero e della creatività artistica né tantomeno, tuttavia, omicidio del guru per poi, alla fine, prenderne comunque il posto creando un altro accolito, un imitatore a sé sottomesso. La via da seguire, semmai, è proprio quella del germoglio che dal terreno fertile dei suoi maestri cresce comunque e inevitabilmente – tra “tradimenti giustificati” e rielaborazioni personali – attraverso una sua propria forma che il secondo neanche può prevedere ma “solo” esserne base solida tra le sue radici, nonostante tutto.


Arrivati alla conclusione del discorso – forse un po’ lungo ma sulla Radura ci prendiamo il tempo che serve per ogni parola – l’augurio che faccio ad ogni viandante che ci legge, nel suo cammino poetico, è proprio questo: avere il coraggio e la consapevolezza di seguire maestri (e non guru) sapendo tuttavia, quando sarà il momento, svoltare strada nella foresta per proseguire da sé e magari, a certe svolte del sentiero, rincontrarli con piacere ma non come precettori, bensì compagni di via con i quali condividere una porzione del percorso e magari rifocillarsi insieme, seduti intorno ad un falò tra le parole scritte e lette, ognuno da sé.

Buon cammino personale.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 23 settembre 2024

[1] Rick DuFer, Daily Cogito, link all’episodio: https://www.youtube.com/watch?v=a0C2th5nDv0

[2] Ogni citazione ai Sentieri Interrotti di Heidegger, ormai ci avrete fatto l’abitudine su Radura Poetica, è puramente casuale.

[3]  Paolo Andrea Pasquetti su Radura Poetica, Il poeta dei rami, Canto X, vv. 3-4 (link ai Frammenti: https://radurapoetica.com/il-poeta-dei-rami/?frame-nonce=d43dd215cc)

[4] Rian Johnson, Star Wars VIII – The Last Jedi; Lucasfilm/Walt Disney Studios Motion Pictures, 2017.

Rispondi