Riflettevo sulla materialità definitiva che, col pensiero e l’Ego, siamo abituati ad assegnare ad alcune parole, sull’attaccamento rigido e morboso verso significati che, in modo consapevole o inconscio, tendono a condizionarci la vita per un nostro preconcetto assimilato nel tempo. Arriva per tutti, soprattutto in età matura, una frase precisa a scandire la fase di confusione e dispersione che si sta attraversando: «lasciar andare». Mi domando, allora, se è un sentire comune e, se tale formula torna e ritorna a bussare come messaggero sull’uscio delle nostre emozioni, perché siamo così reticenti ad aprirle la porta? Cos’è che ci fa così tanta paura?
Come sempre credo che la risposta sia dentro di noi e che non si possa però, al tempo stesso, prescindere dall’altro, dal passato e dalla storia dei nostri avi. Se «lasciar andare» risuona nelle nostre case con un’accezione negativa e destabilizzante è perché l’uomo, da quando abita la terra, ha avuto la necessità per sopravvivere di creare legami, contatto sicuro con le cose e con l’ambiente circostante. Ma cosa succede se la vita in modo inaspettato e violento ci mette di fronte al cambiamento? Come reagirebbe l’uomo moderno, così come quello del passato, quando si troverebbe costretto ad abbandonare la propria zona di comfort? Crearsi una personalità ed una realtà fittizia finendo però per essere dominati da ciò che per indole ci appartiene, potrebbe, in qualche modo, rappresentare una via di fuga e un possibile atto di conservazione.
Riconoscere la natura autodistruttiva di questo meccanismo e la fugacità di tale riparo, senza dubbio, ci renderebbe novizi verso qualcosa di più grande, verso un piano inesplorato che attende solo di essere varcato dalle suole delle nostre scarpe e da quel bastone nodoso che andrà a smuovere la terra e gli animi di tutti gli uomini. Precisamente come in un rito di iniziazione, il primo passo già scrive e sperimenta la trasformazione più intima del nostro essere. Trovare, poi, nelle parole di altri una Guida, quando tutto nel proprio spazio infinito è ancora indicibile, scorgere nel Sentiero Poetico una visione che profetizzi i passi da compiere, per me resterà in eterno il consiglio più sincero che mi sento di condividere con voi viandanti.
E’ bello camminare lungo il torrente:
non si sentono i passi, non sembra
di andar via.[1]
Così diretti e fiduciosi mi raggiungono questi versi di Antonia Pozzi: farsi cullare dai ritmi e dal canto della natura, dal bianco scroscio del torrente, può essere la via per iniziare un nuovo cammino. Il movimento dell’acqua, dei ciottoli che rotolano, rimbalzano e strisciano confonderà i nostri sensi, lo stesso suono dei nostri piedi e, allora, allontanarsi da persone e stili di vita non più fedeli a noi sarà molto più semplice. Seguendo ogni immagine racchiusa nella poesia, lo stesso tramonto sognato dalla terra bella e dolce può essere colto come un invito genuino a vedere la fine delle cose con uno sguardo speranzoso che parla di rinascita, approfittando del «gran canto che assorda / la malinconia»[2].
Se la poesia e la natura possono addolcire il distacco dal passato, è, poi, nel primo risveglio, quando anche l’alba sta ancora dormendo, che convergono tutte le verità connettendosi tra loro. Sciogliere determinati vocaboli da significati con valore infecondo, come conseguenza, comunicherebbe una rottura più profonda e una rivoluzione del proprio stato di coscienza. Il lasciar andare, allora, si rifletterebbe su di noi in tutta la sua leggerezza che denota possibilità di rifioritura.
[…] But I have to have things my own way
to keep me in my youth
like a ship without an anchor,
like a slave without a chain […][3]
In Goodbye Stranger sono queste le parole, accompagnate dal pianoforte elettrico, che il gruppo rock britannico dei Supertramp lascia scorrere in modo armonioso come autentica esortazione. Mai più nessun’ancora, mai più alcuna catena bloccherà il viaggiatore e il suo percorso di navigazione.
[…] Goodbye, Mary, goodbye, Jane
Will we ever meet again?[4]
Dire addio alle persone con cui si è condiviso parte del cammino è essenziale affinché ognuno di noi possa trovare il proprio paradiso e non resti incastrato tra i luoghi e i cunicoli della memoria.
[…] la vostra solitudine vi sarà sostegno e patria […], e dal suo seno troverete voi tutti i vostri cammini.[5]
In Lettere a un giovane poeta, Rainer Maria Rilke saggiamente ci aiuta ad apprezzare la solitudine, ad esplorare le sue acque, a ritornare ad «essere soli come s’era soli da bambini»[6] riscoprendo che già dentro di noi ci sono luci in preda all’ebbrezza che vogliono prendere forma e direzione. Avvicinandoci così a tutte le cose difficili che richiedono tempo di ritiro e fede, l’uomo potrebbe fare esperienza di un ordine segreto che, per la prima volta, donerebbe alla relazione un senso di fluidità e pura intuizione. Qualunque bellezza compiuta nel mondo, qualunque incontro e qualunque abitudine, allora, non rappresenterebbe più un vincolo e né, in caso di separazione, la ragione di una sofferenza radicata.
[…] Amare anzitutto non vuol dire schiudersi, donare e unirsi con un altro […], amare è un’augusta occasione per il singolo di maturare, di diventare in sé qualche cosa, diventare mondo, un mondo per sé in grazia d’un altro […][7]
Vivendo l’Amore come volontà d’ascesa e illuminazione personale, piuttosto che mera unione con l’altro, Rilke – scendendo nel profondo del suo carteggio – ci libera da ogni condizionamento esterno poiché, se «amare è un’augusta occasione per il singolo di […] diventare mondo», si manifesta, di conseguenza, un intero rovesciamento dell’umana condotta. La relazione, perdendo i tratti pericolosi dell’appartenenza, si evolve in ricchezza e scambio, scambio tra due solitudini affinché «si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda»[8]. E, quindi, per quelle anime allontanarsi diviene una normale parte degli eventi: in noi l’altro esiste, si distende e plasma con i suoi insegnamenti una linfa rinnovata che, autonomamente, potrà continuare il suo cammino.
È tempo di festa e combustione, di echi lontani e monasteri. È tempo di fiducia che rintocca e che fa conciliare il vecchio con il nuovo per vivere il presente in consonanza con il mondo e i suoi cicli naturali.
[…] E per il resto lasciatevi accadere la vita. Credetemi: la vita ha ragione, in tutti i casi.[9]
- Valeria Pasquarelli, 26 agosto 2024
[1] Antonia Pozzi, Sentiero, in Poesie, Garzanti s.r.l., Milano, 2021, vv. 1-3.
[2] Ibidem, vv. 13-14.
[3] Goodbye Stranger, Supertramp, in Breakfast in America, A&M, 1979, vv. 11-4.
[4] Ibidem, vv. 25-26.
[5] Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta – lettere a una giovane signora su Dio, traduzione di Leone Traverso, Adelphi s.p.a., Milano, 1980, p. 35.
[6] Ivi, p. 41.
[7] Ivi, p. 49.
[8] Ivi, p. 53.
[9] Ivi, p. 66.
2 pensieri riguardo “In cammino – la ricchezza nel lasciar andare le cose”