Tre poesie da È festa a valle di Valeria Pasquarelli

Io lo vedo questo aggrapparci

alle cose,

questo incessante rumore

che si trascina

per timore che il Tempo – di colpo

possa tradire tutta la roccia,

tutte le fioriture d’agosto. Ma le ombre

che dell’oscurità hanno fatto

– vita –

mai smettono di avvicinarsi

alla luce

e noi, come luce,

a Casa dovremmo tornare.


Questo tuo fare poesia

sui dorsi delle montagne,

lungo i profili scuri delle casette

senza finestra

è un donarsi che afferro

da dietro al vetro ultimo fiducioso –

 

Sole, avvampi perfino

sulle bocche delle mosche.


Una chiromante mi ha parlato

dell’Inverno e della discesa,

della pagnotta sotto il braccio

a ricordare il tempo

di lievitazione e formatura.

– Come prima cosa naturalissima, –

mi ha detto, – ti avvicinerai alla sorgente

e spiegherai a quelle dita, più della carne

più del sangue,

ogni stretta parentela –

 

A valle, allora, il passo avrà raggiunto

il suo riscatto:

 

tutta quella fatica mi sarà propizia

– dichiarano le pieghe sul palmo della mano –

perché solo così il muscolo si sveglia

e si contrae,

si prepara all’Incontro,

alla Sillaba che muore e dura

 

infine, con la mandria festeggiare.


Se c’è una poesia di afferramento, di strettura viva sulle cose, senz’altro è quella della nostra Valeria Pasquarelli che nei tre testi tratti dalla sua raccolta d’esordio È festa a valle (Transeuropa Edizioni, 2025) riesce con quella direzionalità tipica della parola poetica più sentita a fare due cose tutt’altro che banali: da un lato, costruire attorno al testo e al lettore che lo legge un’estetica agreste e montana ben riconoscibile –  che, tuttavia, va oltre il semplice ornamento ambientale per diffondersi in profondità nel sentimento generativo che sta dietro ogni componimento – mentre, dall’altro e insieme al primo, distendere man mano un viaggio che accompagni tanto l’io quanto la parola che il primo affida a sé stesso e alle cose che narra.

Ed è un viaggio, però, che rifiuta una linearità narrativa stabile  preferendo darsi per tocchi, strette su certi eventi e luoghi della propria storia piuttosto che altri, appunto, dando luogo alla fine della conta di ogni lemma a una geografia interiore costruita proprio attorno alle singole infiorescenze che popolano ora un testo, ora un altro e sulle quali l’autrice sembra aver scelto di costruire circolarmente ogni verso. L’obbiettivo non è delineare un luogo in cui abitare e/o da riscoprire quanto, semmai e meglio, cantare per sé l’idea di un luogo, altro, ancora di là da venire nel mondo in cui intanto si cammina. È questo, con ogni probabilità, il motore generativo che sta dietro ai versi di Pasquarelli in questa raccolta e permette, appunto, la transumanza e la discesa a valle: lì si potrà stare, una volta trovato il modo di stabilire una meta tra le cose ancora afferrate sul proprio cammino.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 12 novembre 2025

Rispondi