in stallo
di cavità orbitali al mistero
accadiamo
il frutto non sa il fiore
e così, di regresso in regresso
più a pensarla più s’affina
la radice dell’ignoto
ama l’addio della foglia
ogni quieta dolcezza dello sfiorire
sono silenzi d’occhi nella luce svilita
riconoscere nella prova occasione
le trame nere e nude, loro pasqua
in fioritura
Ogni oscuro pensiero, in fondo
è febbre d’avvenire. Esemplificare la vicenda
a retta, espungere l’idea del segmento
sì da intendere il dono, il suo da sempre
il suo per sempre; abbandonarsi all’ipotesi il durare
sia solo circostanza, difetto d’un oltre vedere.
Questo – mi dico – si deve; anche fosse vagito
e poi niente, levare gli occhi al cielo
dire – no, ciascuno è compiuto –
pari agli altri pareggiato dall’eterno.
O in modo altro, dono non sarebbe.
Che è nell’in se del dono il darsi senza tempo.
Se si dovesse dire a proposito della poesia di Carlo Giacobbi e in particolare di quella che emerge da alcuni estratti che trovano luogo, oggi, qui sulla Radura dalla sua ultima silloge Erbe d’esilio (Pequod, 2024), si potrebbe dire di trovarci di fronte a una poesia dello stare nel mondo, dell’accadere delle cose tra gli interstizi del tempo e dello spazio: lì, dove lo sguardo diventa parola nel verso non tanto per descrivere un evento quanto, semmai, per testimoniarlo. È anche quando, infatti, la strofa diventa e si mostra all’occhio solo in corsivo – come nella maggior parte dei versi qui selezionati – che ci si trova di fronte ad un atto non solamente formale ma ancor più (e meglio) mimico di quel moto ondulatorio del darsi delle forme, dei loro movimenti di fronte all’occhio che osserva e decide, poi, di ri-cantarne gli eventi.
In tal senso, è anche una poesia che – inevitabilmente, si potrebbe aggiungere – non può che darsi in uno spazio liminale a metà tra la forma del frammento e quella della strofa rappresa in un numero saldo: un distillato lemmatico che mostra la qualità essenziale di Giacobbi nel riuscire a dire delle cose attraverso il congegno poetico più schietto e nitido, circumnavigando abilmente i fiordi sintattici della descrizione fine a sé stessa. È proprio grazie a questo auto-esilio dello sguardo, del corpo e della voce su rotte narrative – le quali, appunto, pur non stanziandosi al largo, rimangono a metà scorgendo ancora la costa delle cose – che l’io può comunque dirsi, usare la sua prima persona senza invadere il contorno del resto: testimoniare quindi il dono dell’accadere, dell’evento in sé stesso tra lingua e sguardo. Se, alla fine di ogni sentiero in questi testi, c’è una meta o forse un crocevia per il canto, è forse proprio il riconoscimento. Nella circostanza, nel segmento, riconoscersi a pieno nel mondo.
- Paolo Andrea Pasquetti, 26 novembre 2025