La goccia che si staglia sulla foglia
contiene in essa ciò che la circonda.
Seguiamo i corsi d’acqua tra i cipressi,
alternando i silenzi alle parole.
Appartate, al sicuro dal deserto
e dai commerci delle carovane,
le nostre ombre riposano sui prati.
Quando ci avviciniamo troppo al muro
si destano, si siedono, ci guardano.
Con un gesto consigliano di stare
lontani dai confini del giardino,
di ritornare al centro, alla fontana,
luogo dove il divino si rivela.
Perfetta simmetria del quadrilatero.
Nella circonferenza senza tregua,
cerco lungo il perimetro tracciato
dal compasso la strada per il centro,
per il significato dello scavo.
Dissimulato dietro gli archi a volta,
immagino un’uscita ad ogni curva.
Il perno della mina sempre a punta
è un ago di metallo che pugnala.
L’agrimensore regola, misura,
ripristina e rettifica i confini,
vende gli appezzamenti di terreno.
Nel futuro quartiere degli affari
è previsto un giardino che giustifichi
l’asimmetrica altezza dei palazzi.
Volgo le spalle al muro senza porta.
Ho atteso invano che qualcuno aprisse.
Resto, anche se ho le carte, potenziale.
Ma non si tratta d’esser nella lista,
di mostrare la tessera o l’invito.
Non si sale dal basso fino in cima.
Nella fortezza si entra, ma dall’alto.
Ho scavato, ho graffiato la parete,
ho inciso nella calce per lasciare,
accartocciato, il foglio tra i mattoni
per quando della rocca nel deserto
non resterà altro che un muro del pianto.
Quello che senz’altro rimane, dalla lettura dei testi di Lorenzo Foltran, è senz’altro l’idea di una certa direzionalità del proprio cammino: stabilire una meta per sé e per gli altri attorno nonostante e proprio per ciò che accade tanto all’interno quanto all’esterno. È questo, si potrebbe dire, il percorso che si delinea da queste tre poesie che oggi ospitiamo sulla Radura, estratte dall’ultima raccolta dell’autore, Khalvat (Graphe Edizioni, 2025): l’io è un corpo, sia linguistico sia motorio in grado di riflettere come una goccia d’acqua screziata ciò che lo circonda per incamerarlo in un noi con l’altro, il tu che aspira all’unione tra le cose del mondo. In tal senso, c’è anche una certa tensione alla misura, al produrla quanto subirla in un groviglio esperienziale dove la τέχνη stessa si scinde in ciò che ferisce e distacca dall’esterno e in ciò che l’io, nel proprio atto linguistico, tenta di conservare dall’urto sul muro della società, dello spazio che non si abita ma (semmai) si sconta in una costrizione di getto.
Il corpo della voce che canta diventa così misura – appunto, geometrica e geometrizzata, ingegneristicamente stordita dal contesto del mondo – di un travaglio che, nonostante non nasconda una certa disillusione sul fondo, tuttavia riesce ad infondere una spinta a sé stesso tramite il verso che ha scelto come appoggio, come bastone sbilenco per sorreggersi lungo un cammino dissestato che non pare, in ogni caso, possa esser evitato. Ma è il non-desiderabile, infatti, che va abitato ed esperito: Foltran lo sa e lo racconta sia con la forza di certe immagini scrostate dalle impalcature retoriche sia col tatto di chi, per darsi in quella voce, quella sofferenza l’ha toccata con mano e a fondo. L’idea – forse e alla fine – è quella di una riconversione della misura: un metro che non tagli e separi, ma scandisca, unendo, in un flusso nuovo.
- Paolo Andrea Pasquetti, 4 dicembre 2025