Tre poesie da Camminamento di Giulia D’Anca

Mi si sollevava il cuore

quando tu partivi

e io non c’ero,

c’erano le solitudini da divorare

mentre la gente festava

io non restavo con loro

e non ero in vena

di sguazzare

alta tra temi leggeri

forse credevo di non dover meritare il ballo.

Però, era chiaro

a tutti

che il movimento aiuta

più

che la vile stasi.


Nessun colpo

andava a segno,

sono foglia caduca,

quando cala la notte

m’impiglio,

nessuno mi tocca

se non il tempo.

Sono foglia

che non crede

alle guerre per la morte.

Sono foglia di acqua,

collasso nei fondali,

il mio humus

si ciba,

le radici s’appigliano

al cuore della terra.

Sono foglia di cielo,

volteggio nello spazio pretestuoso

dei venti,

dolcissimi, taglienti.


Non serve seppellire,

non serve schiavare i cuori.

Un disserrare indolente occorre

rammagliare

così

gli stenti

snocciolare gli usi e i vinti

colpevoli del nostro incubo più atro

cedevole canto

ai patimenti.


Si potrebbe dire con una qualche certezza che i versi di Giulia D’Anca aprono un ponte linguistico capace di disserrare le cose, strattonare i confini ed i bordi di sé e degli altri non tanto per disegnare un quadro completo in cui riconoscersi quanto, semmai, per ritagliarsi uno spazio dove poter ancora narrare e narrarsi senza fraintendimenti, senza muri friabili all’eccesso della prosa quotidiana. Risulta abbastanza chiaro, infatti, dalle tre poesie dell’autrice tratte da Camminamento (Carabba editore, 2025) che l’interesse della voce che narra e canta qui risiede proprio nel consapevole taglio che infligge costantemente al verso, al metro che si srotola frastagliato sulla pagina bianca. C’è una conseguenza, prima di tutto formale, interessante: sebbene la punteggiatura sia rarefatta e la sintassi diluita nel metro spezzato, le pause da un verso all’altro risultano tuttavia più forti, ancora più incise in un andamento che si snocciola diritto lungo una serie di affermazioni solide, incastonate sulla superficie dell’inchiostro.

Ma cosa accade, esattamente, all’intero di questo snocciolamento linguistico e formale? Una sottrazione continua reiterata nella ripetizione quasi ossessiva dell’avverbio di negazione assieme alla prima persona sempre ribattuta, verbalmente e non solo. La prova poetica di D’Anca, in altre parole, si attesta in quelle zone di confine, quel limbo dove l’io si pone accanto alla negazione a priori di ogni elemento: il «sono» accetta la presenza e dialoga stretto con il «non» nel tentativo di raccontare le cose per così come appaiono, senza il filtro delle convenzioni sociali, del tempo e del mondo che ruota attorno. Il risultato sono dita che aggrappano e strappano il testo, lo riconducono e presentano all’occhio del lettore come testimonianza di un rammendo ancora da compiersi: le immagini a smozziconi che restano incise sopra di lui, però, rimangono. Un rimanere in attesa di un riscatto a venire, ripartendo da ciò che resta.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 5 novembre 2025

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