Tre poesie di Gregorio Fabi

Magnolie

 

Sono grato al Signore della vita.

guarda quanto sono feconde! –

su questo prato le fronde verdi.

 

Sono grato per queste quattro magnolie

entrate nell’universo dei luoghi del sogno –

di notte le vedo destarsi come spose

dagli abiti verde smeraldo di muschio.

 

Ho intessuto queste vesti come un sarto

capace di meravigliosi intrecci –

Eppure riconosco di non vedere!

Il grande mistero della terra materna.

 

Grembo amoroso che ascolta

tutte le mie carezze, braccia –

si fanno rami d’edera che non prende,

ma infonde armonia di vita.

 

Volete dirmi forse che questo giardino –

curato in anni dentro di me,

è proprio questo, l’amato da mio nonno?

 

Soffiamo ancora e per sempre

quei due denti di leone dell’ultima sera –

A una lunga vita! – mi hai detto nel vento

Il mattino dopo era Pasqua,

                  da allora mi abbracci dal cielo.

 

Ed io non faccio altro che accogliere

questo amore di spirito beato –

medito notturno nel mio cuore.

A occhi chiusi tutto si tinge di verde –

ed ecco apri le palpebre!

              vedrai il verde che da te germoglia!

 

Per il mio amato Gaetano


Il galeone di legno del papà –

con i quattro alberi davanti al quadro

dipinto acceso di spirito in colore.

Un mandorlo cresce sull’acqua

nell’invisibilità brillante dei contorni.

 

Tutto è spirito, tutto è cangiante –

sul mare calmo un vento che trascende

e verte di rosa le vele del vascello

dipinto puntato ai miei occhi –

come volesse diventare anche di legno.


La visione si è come colorata

di giallo ocra rilucente a girali –

in onde cristallo di accordi minori

lentamente sereni e invincibili –

come le spade dei cavalieri.

 

L’elmo argenteo ha sempre avuto

il suo alto pennacchio giallo –

così l’elsa e i contorni dello scudo;

ma i palazzi verdazzurri fremono muovono

dalle creste canute delle acque –

con intimo tempo avanzano

non rendono conto che al cielo.

Sono vetri vorticati di spiriti

riuniti gridano il nome amoroso.

 

Ho sempre amato l’elmo di cartone –

colorato di argento che tu mi hai regalato.

Il giallo del pennacchio s’incastona in visiera.


Se c’è un aggettivo che si potrebbe legare bene alla poesia di Gregorio Fabi, probabilmente, è quello di “coraggiosa”. È un canto di coraggio, appunto, quello che scorgiamo nelle tre poesie che oggi occupano uno spazio tutto loro tra i sentieri verso la Radura, perché accetta – rispetto alla tendenza di molta (se non quasi tutta) poesia contemporanea della sua generazione – lo scatto ad un oltre, uno slancio che tenga stretta tra le mani senza farla deperire la speranza più genuina nel mondo, nelle cose che lo abitano insieme alla voce che decide di cantarle. E la cifra di questa tensione all’ardire della lingua e della mente è una commistione felicissima (potremmo dire senza troppi giri di parole) tra la costruzione delicatamente musicale del verso e l’esplosione cromatica che ritaglia al suo interno ogni immagine evocata dall’autore.

In tal senso, quindi e proprio per questo, il ricordo familiare e l’aspirazione al non visibile – affinché si renda visibile all’occhio evocante in attesa quasi fremente, devota – si fondono in un’unica visione perfettamente amalgamata a sé stessa: quella del canto della gratitudine per la propria storia che in ogni caso è stata per gli altri e c’è stata per l’io. Così un colore, un oggetto, un luogo del ricordo di famiglia diventano il tabernacolo – pensando al Prelude wordsworthiano – da aprire, dischiudere ogni volta attraverso la poesia per riporre al suo interno ogni ricordo che, riattivato dal testo, diventa a sua volta visione che duri. Questa durata è, senz’altro, l’effetto e il conseguimento più chiaro della poesia di Fabi: rimane un quadro che parla, suona e dura nel mondo indicando all’occhio dove guardare, ancora.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 17 dicembre 2025

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