Le scomode abitudini non ci interessano,
né bastano ogni volta per ripetersi.
L’anno pazienta peregrinando sventurato,
mentre protrusioni di un oggetto sacrificale
pungono.
Nella celata raccolta delle parole
rimango un avido stratega pronto a tutto.
Di me ho gambe arrese
e una bocca legata a un ramo.
Ho confuso quel che ero
con ciò che mi ha letteralmente smembrato.
Sii un segno indelebile
in mezzo a questo ginepraio,
poiché il buio divampa e tramortisce
più degli anni furibondi
Quanto è glaciale l’alba quando arriva?
Nei minuti spinali si srotolano le correnti
togliendo timpani al sonno.
Sono cere malleabili
quelle che maggiormente feriscono.
Il nervo lussato è spaurito
ed esibisce un insano aspetto.
Mi accingo a rispecchiare me stesso invano,
fuori da pose impenetrabili. Stracciato.
A fluttuare nel cosmo sbiancato,
finalmente sereno, finalmente voluto.
Cercato.
L’alba non mi commuove più;
più non aggredisce, più non scioglie
siffatto strato di tormenta
È un fantasioso pensiero che inganna,
e torna questa lentezza
che si impregna alla calca del vento,
che dipana in me l’abbandono di un intento.
È stanchezza, depressione, oppure malessere;
nitida pinza lasciata tra le vertebre.
Ultima parete di un suolo che si inarca,
folata tremula-linfatica che sposta verso,
gesticola, si spalanca in una traccia;
in quella corsa remota a cadere
ferendosi i piedi in un ritmo smezzato.
E tu, avulso da te, crescevi,
ti ripensavi in nessuno
A volte la parola può diventare anche il mezzo per narrare (al contrario di operare) uno smembramento del visibile, di ciò che assume da sempre un corpo e un posto nel mondo per riannodarne le fila in una narrazione che tenga nei fatti con sé una via da ristabilire a posteriori. Nelle sue tre poesie estratte da Cuoia (Fara Editore, 2025) che oggi animano con le loro parole la Radura, Gianni Marcantoni pare mettere in atto all’interno del proprio verso esattamente questa tensione alla ricomposizione dei frammenti, delle parti rimaste sul suolo da un urto provato e disperso nel tempo del percorso della vita. In tal senso, le immagini chiamate dall’autore a fare da tramite tra la voce personale e l’occhio e la mente di chi legge sono proprio le parti del corpo disossate, distaccate dall’intero: vertebre, nervi e bocche che si fondono attraverso l’impatto linguistico continuo delle metafore in immagini nitide proprio perché celano e disvelano insieme la possibilità di una riunione.
È, infatti, proprio il momento della lettura dei versi al quale Marcantoni affida, probabilmente, il fine ultimo della propria ricerca poetica: sapere che, leggendo, ogni frammento del mondo si riattiverà proprio grazie e all’interno di quella narrazione costruita con la speranza, prima, di ritrovare un ricongiungimento, ricomporre la frattura con la resina del verbo per dargli nuovo vigore e durata. Così, l’idea che giunge terminando la lettura è quella di un corpo nuovo che emerge, una forma più vera perché passata nel mezzo e a fondo del suo tempo disperso e poi ritrovato, attraverso la voce che l’ha raccolta.
- Paolo Andrea Pasquetti, 7 gennaio 2026