Sono Parigi dopo la guerra,
macerie ancora belle e alberi
e un fiume di speranza che scorre
e cittadini in festa
con i morti ancora in testa.
Mi guardi, ma l’esercito è quasi morto
e noi che siamo rimasti balliamo
intorno al fuoco.
Non siamo pronti ai tuoi occhi vivaci.
Raccogliamo figli,
cerchiamo tra i mattoni le mogli andate
e disinneschiamo l’amore dai loro cuori,
che non si sono ancora fermati.
Non ci sono riusciti i nostri fucili,
ora arrugginiti, erano ancora giovani
quando ci hanno protetti:
li abbiamo tenuti stretti nei letti
di paglia dei fienili in campagna.
Continui a guardarmi e ritornano aerei,
ritorna una notte, ritorna l’inverno,
la fame che riconosco arrivare
e lo stomaco mi punge, mi insulta
e io lo accarezzo chiedendogli un momento.
Siamo pronti a combattere
l’inferno della nostra paura,
preferiamo guardarci morire
in una debole e flebile nota di arpa di piazza.
Ritraggo la bocca vicino alla tua e voglio definire il tuo sguardo
con la punta delle dita.
Un’ultima notte
prima che la guerra sia finita.
Ninive mi accoglie
con le sue acque desertiche
Quanti dei puoi vedere se la annusi,
troppi idoli che vendono altri idoli.
C’è movimento sotto le sue mura
e tanti giardini esplosi che arrampicano
ovunque la loro bellezza, radicati alle pietre.
Ninive dorme anche di giorno
e ti assopisce dal caldo lasciandoti
solo nella sua grazia.
Quasi dimentichi quanta guerra ti faccia,
di quante armi disponga,
di quanto la sua grandezza possa ucciderti.
Io, grande città di guerrieri,
depongo le armi e mangio la sua frutta
matura a tal punto da ubriacarti le gambe.
Vorrei conoscere lo spirito dei suoi templi
e ascoltare la sua lingua incomprensibile,
capirne lettere sillabe e accostamenti.
Non puoi conquistare Ninive.
Non puoi mettere sotto assedio Ninive.
Ha scorte per anni
Ha eserciti per secoli
Ninive parla ai mendicanti
che vanno a ricercare l’amore
nelle sue mani.
Ninive fa ridere i bambini
e sa spezzare i padri
con le giuste mani.
Ninive è la dea blu
dei deserti
che sa cosa vogliono i mercanti,
che conosce le debolezze dei sacerdoti
e gli intrighi di ogni re.
Ninive fa cadere imperi
sotto l’ombra fresca della sua voce.
Non ho paura di Ninive,
voglio solo entrare
nelle crepe della sua grandezza.
Ora dormi e mi guardi fumare
si è ritratta la luce, il prato rilassa
nella voce delle cicale.
Mi saluti col piede e riprendi
a toccare il cuscino con accurata
violenza di mano.
Elegia vuol dire restare adesso
a guardare l’ultimo fumo di una serie
di riti già fatti.
Respiri pesantemente poi rigiri le gambe
e ti assesti come fanno le stelle,
ma a tratti — nel buio.
Non sono capace di dirti che vedo la fine
bagnare ogni angolo di coperta,
che emaniamo la luce
di processi già estinti,
di fuochi lontani
e già spenti.
Quanto sei viva
mentre interpreti i morti
e fecondi il tuo gioco,
che è il mio
e mi insegni quei miti
che tutti hanno dimenticato,
quelli che ogni uomo
vorrebbe ricordare,
tu regina, tu legge di buio.
Riconosco quando cerchi altro,
non solo i cigolii dei materassi.
Cantare è anche, e soprattutto, porsi in un cammino continuo che slitta e sfila attraverso le immagini, i corpi ed i tempi del mondo. Per questo la poesia di Giulio Miele, come possiamo osservare dai tre testi che oggi compaiono tra i cespugli e le radici della Radura, danno davvero tanto all’orecchio quanto all’occhio il polso di un ritmo narrativo approfondito: una narrazione poetica che – tutt’altro dall’essere anti-musicale ma, anzi, risulta già da una prima lettura costruita attentamente su richiami di note, assonanze e allitterazioni – si snoda con la consapevolezza del cantore veterano di scontri nella e tra la storia tutto ciò che può essere raccolto nel proprio verso. La cornice della storia e del mito, così, si diluiscono in quella della ricerca di sé sfumando i contorni di un’evoluzione strofica la quale, tuttavia, rimane ben salda all’interno della forma perfettamente controllata e distribuita dall’autore nel metro.
E il proprio corpo, quello dell’altro, re-innesta la propria tensione vitale, erotica e conoscitiva proprio in quel continuo atto conoscitivo dei segni del mondo, del mito e della storia che paiono sfilare, appunto, in un fluire continuo che solo una parola tenuta ben salda può rendere alle mani di chi si pone nel flusso (a pieno) in attesa. Si diventa Parigi, si entra a Ninive o si scivola sul materasso disfatto delle cose passate, presenti e future: quel che resta (e importa) è decifrare un segno nel continuum che si sente pulsare sotto i polpastrelli, le tempie e gli occhi ancora arrossati dal fumo di un rito ancora non del tutto compreso: guadagnarlo per sé, per l’altro, attraverso la parola che scorre.
- Paolo Andrea Pasquetti, 19 novembre 2025