Tre poesie di Giulio Miele

Sono Parigi dopo la guerra,

macerie ancora belle e alberi

e un fiume di speranza che scorre

e cittadini in festa

con i morti ancora in testa.

Mi guardi, ma l’esercito è quasi morto

e noi che siamo rimasti balliamo

intorno al fuoco.

Non siamo pronti ai tuoi occhi vivaci.

Raccogliamo figli,

cerchiamo tra i mattoni le mogli andate

e disinneschiamo l’amore dai loro cuori,

che non si sono ancora fermati.

Non ci sono riusciti i nostri fucili,

ora arrugginiti, erano ancora giovani

quando ci hanno protetti:

li abbiamo tenuti stretti nei letti

di paglia dei fienili in campagna.

Continui a guardarmi e ritornano aerei,

ritorna una notte, ritorna l’inverno,

la fame che riconosco arrivare

e lo stomaco mi punge, mi insulta

e io lo accarezzo chiedendogli un momento.

Siamo pronti a combattere

l’inferno della nostra paura,

preferiamo guardarci morire

in una debole e flebile nota di arpa di piazza.

Ritraggo la bocca vicino alla tua e voglio definire il tuo sguardo

con la punta delle dita.

Un’ultima notte

prima che la guerra sia finita.


Ninive mi accoglie

con le sue acque desertiche

Quanti dei puoi vedere se la annusi,

troppi idoli che vendono altri idoli.

C’è movimento sotto le sue mura

e tanti giardini esplosi che arrampicano

ovunque la loro bellezza, radicati alle pietre.

Ninive dorme anche di giorno

e ti assopisce dal caldo lasciandoti

solo nella sua grazia.

Quasi dimentichi quanta guerra ti faccia,

di quante armi disponga,

di quanto la sua grandezza possa ucciderti.

Io, grande città di guerrieri,

depongo le armi e mangio la sua frutta

matura a tal punto da ubriacarti le gambe.

Vorrei conoscere lo spirito dei suoi templi

e ascoltare la sua lingua incomprensibile,

capirne lettere sillabe e accostamenti.

 

Non puoi conquistare Ninive.

Non puoi mettere sotto assedio Ninive.

Ha scorte per anni

Ha eserciti per secoli

 

Ninive parla ai mendicanti

che vanno a ricercare l’amore

nelle sue mani.

Ninive fa ridere i bambini

e sa spezzare i padri

con le giuste mani.

 

Ninive è la dea blu

dei deserti

che sa cosa vogliono i mercanti,

che conosce le debolezze dei sacerdoti

e gli intrighi di ogni re.

Ninive fa cadere imperi

sotto l’ombra fresca della sua voce.

 

Non ho paura di Ninive,

voglio solo entrare

nelle crepe della sua grandezza.


Ora dormi e mi guardi fumare

si è ritratta la luce, il prato rilassa

nella voce delle cicale.

Mi saluti col piede e riprendi

a toccare il cuscino con accurata

violenza di mano.

Elegia vuol dire restare adesso

a guardare l’ultimo fumo di una serie

di riti già fatti.

 

Respiri pesantemente poi rigiri le gambe

e ti assesti come fanno le stelle,

ma a tratti — nel buio.

Non sono capace di dirti che vedo la fine

bagnare ogni angolo di coperta,

che emaniamo la luce

di processi già estinti,

di fuochi lontani

e già spenti.

 

Quanto sei viva

mentre interpreti i morti

e fecondi il tuo gioco,

che è il mio

e mi insegni quei miti

che tutti hanno dimenticato,

quelli che ogni uomo

vorrebbe ricordare,

tu regina, tu legge di buio.

Riconosco quando cerchi altro,

non solo i cigolii dei materassi.


Cantare è anche, e soprattutto, porsi in un cammino continuo che slitta e sfila attraverso le immagini, i corpi ed i tempi del mondo. Per questo la poesia di Giulio Miele, come possiamo osservare dai tre testi che oggi compaiono tra i cespugli e le radici della Radura, danno davvero tanto all’orecchio quanto all’occhio il polso di un ritmo narrativo approfondito: una narrazione poetica che – tutt’altro dall’essere anti-musicale ma, anzi, risulta già da una prima lettura costruita attentamente su richiami di note, assonanze e allitterazioni – si snoda con la consapevolezza del cantore veterano di scontri nella e tra la storia tutto ciò che può essere raccolto nel proprio verso. La cornice della storia e del mito, così, si diluiscono in quella della ricerca di sé sfumando i contorni di un’evoluzione strofica la quale, tuttavia, rimane ben salda all’interno della forma perfettamente controllata e distribuita dall’autore nel metro.

E il proprio corpo, quello dell’altro, re-innesta la propria tensione vitale, erotica e conoscitiva proprio in quel continuo atto conoscitivo dei segni del mondo, del mito e della storia che paiono sfilare, appunto, in un fluire continuo che solo una parola tenuta ben salda può rendere alle mani di chi si pone nel flusso (a pieno) in attesa. Si diventa Parigi, si entra a Ninive o si scivola sul materasso disfatto delle cose passate, presenti e future: quel che resta (e importa) è decifrare un segno nel continuum che si sente pulsare sotto i polpastrelli, le tempie e gli occhi ancora arrossati dal fumo di un rito ancora non del tutto compreso: guadagnarlo per sé, per l’altro, attraverso la parola che scorre.

  • Paolo Andrea Pasquetti, 19 novembre 2025

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